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«E il pg disse: il diritto di difesa vale meno…»

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Un'avvocata milanese è stata interrotta dall’accusa e poi dal presidente della Corte d’Appello durante la sua arringa. Il pg: «Abbiamo già letto i motivi d’appello, bastano quelli. Il diritto alla salute prevale su quello di difesa...»
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Appello cartolare salvo richiesta delle parti, recita la norma. Ma solo in teoria, almeno nel caso di Roberta De Leo, penalista milanese che martedì scorso è stata interrotta dall’accusa – e poi dal presidente della Corte d’Appello – durante la sua arringa. Rimasta, dunque, sospesa, al punto che il processo si è concluso senza la discussione della difesa. Ciò nonostante pg e parte civile avessero, invece, discusso normalmente. E ciò in nome di un’emergenza sanitaria che, in casi come questo, sembra valere solo quando è il diritto di difesa quello in gioco, l’unico a cui – questa l’impressione della penalista – sembra si possa rinunciare.

Questa storia si può vedere come una rappresentazione plastica delle storture della giustizia in tempo di Covid. Perché se è vero che la salute viene prima di tutto, è vero anche che è il legislatore l’unico titolato a stabilire quale diritto salvaguardare quando la quotidianità è stravolta da cose straordinarie come una pandemia. E capita che tale bilanciamento dei diritti sembri venir meno all’atto pratico e sulla base di scelte discrezionali, che finiscono per penalizzare solo una delle parti del processo: la difesa.

La vicenda costituisce l’atto finale di un delicato processo per bancarotta fraudolenta, che in primo grado aveva richiesto circa tre anni per arrivare a conclusione. «Io e il collega avevamo scritto un appello corposo e abbiamo quindi chiesto, quando è stata introdotta la novità della cartolarità in appello, che venisse trattato in presenza – spiega De Leo al Dubbio -. Quel giorno c’erano effettivamente dei disagi, tra mascherine, microfoni non funzionanti e porte aperte per garantire il ricircolo dell’aria. Ed essendo la Corte d’Appello al primo piano, si sentivano molti rumori, senza contare il freddo».

Insomma, una giornata complicata per tutti, accusa, difesa e giudici. La prima ad intervenire è stata la procura generale, che ha concluso velocemente la propria requisitoria passando la palla alla parte civile, che in 20 minuti ha concluso il proprio intervento. Infine toccava all’avvocata De Leo e al collega. «Ho iniziato esponendo tre questioni procedurali di legittimità, senza entrare nel merito del procedimento. Ho parlato per circa 15 minuti, fino a quando ho annunciato di voler affrontare le questioni relative ai capi d’imputazione, che erano ben sette», racconta ancora. A quel punto, però, è intervenuta la procura generale, che interrompendo l’arringa ha chiesto al presidente della Corte d’Appello di togliere la parola alla difesa. «Mi ha detto “scusi se interrompo”, tanto che ho pensato ci fosse qualche allarme in tribunale, perché, francamente, non mi era mai successo in 25 anni d’attività che qualcuno interrompesse l’arringa – spiega -. A quel punto mi sono fermata e la pg ha sottolineato che faceva freddo, che i microfoni non funzionavano, che sembravamo dei matti con quelle mascherine e che non si capiva niente.

Ma non solo: ha anche detto che il mio “dotto appello” lo avevano già letto, motivo per cui potevo chiudere lì. Così ha invitato la Corte ad intervenire per fermarmi, sottolineando che il diritto alla salute è prevalente sul diritto di difesa». De Leo si è dunque rivolta alla presidente, credendo di poter continuare la propria arringa così come prevede la norma. Sperando di trovare conforto, anche. Ma così non è stato. «La presidente ha rincarato la dose, confermando che sì, c’è il covid», sottolinea ancora De Leo. Che non ha potuto fare a meno di notare che per le altre parti tale questione non è stata posta, così che l’unico diritto compresso è stato quello alla difesa. «Non solo – aggiunge -, questo giudizio di bilanciamento tra due diritti costituzionalmente sanciti deve essere operato dal legislatore ed in effetti l’ha fatto, laddove ha previsto che ci fosse la cartolarità come principio generale del giudizio d’appello. Un principio che già, di per sé, è un mostro, ma che lascia la possibilità, per i processi più complessi, com’era il mio, di richiedere il giudizio in presenza. In questo caso il legislatore ritiene che sia prevalente il diritto di difesa – continua -, non è qualcosa che può essere stabilito, di volta in volta, dal giudice. Questo meccanismo è un’aberrazione, ma è ciò che il legislatore ha previsto».

Il processo si è concluso così, con una riduzione di pena di tre mesi per gli imputati e una difesa, di fatto, esposta soltanto nei motivi d’appello e per iscritto. Un brutto messaggio, per De Leo, per tutto il mondo della giustizia. L’avvocata ha dunque annunciato di voler presentare un esposto all’ordine degli avvocati. «Anche perché continuo a sentire storie veramente raccapriccianti anche dai miei colleghi – conclude – e sembra che sia stata sdoganata l’idea che si possa dare sfogo alle manifestazioni di autorità. Una situazione aggravata dal fatto che, con i processi a porte chiuse, la stampa non ha libero accesso alle aule, il che fa passare nel silenzio storie come questa».

 

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