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Ecco perché non si andrà alle elezioni. Forse…

Arrivati alla resa dei conti almeno l'oggetto di questa crisi appare finalmente chiaro: è la permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi
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Arrivati alla resa dei conti almeno l’oggetto di questa crisi appare finalmente chiaro: è la permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Renzi non mente quando dice che non sta combattendo per conquistare poltrone: in effetti il suo obiettivo è liberane una, quella più importante, non assicurarsene altre. Anche per il premier la posta in gioco è solo questa: la garanzia di restare a palazzo Chigi. Si spiega così il gioco di rilanci continui che ha portato entrambi i giocatori a mettere sul tavolo l’intera posta. Per Renzi è «o via Conte o niente», per Conte è «o rimango io o lezioni anticipate».

Conte sa bene che le elezioni anticipate sono un’opzione altamente improbabile. Nelle prossime settimane, secondo ogni previsione, la pandemia peggiorerà.

La vaccinazione di massa entrerà nella fase davvero difficile, la crisi economica morderà a fondo. Si dovrebbero dunque aprire le urne nella peggior situazione immaginabile. Oltretutto con il rischio forte di consegnare poi il Paese, con tanto di Recovery Fund ed elezione del prossimo Presidente della Repubblica, a Salvini e Meloni. Per questo alza la posta nel tentativo di rendere impraticabile ogni opzione che non sia la sua riconferma o un voto anticipato che lo vedrebbe inevitabilmente candidato premier della coalizione Pd- M5S- LeU e probabilmente anche leader dei 5S, tanto più dopo un’ordalia parlamentare sul modello di quella che vide lui stesso e Salvini contrapposti nell’agosto del 2019.

Per questo, nonostante le pressioni del Colle e del Pd, è davvero molto difficile che rassegni le dimissioni nella speranza di ricompattare poi la maggioranza intorno a un Conte ter. Si rende conto di quanto facile sarebbe, per Renzi, assicurare al capo dello Stato che una maggioranza c’è, a patto di cambiare premier. A dover spiegare la scelta di correre verso elezioni che tutti considerano, in pubblico e in privato, disastrose pur di difendere la premiership di Conte sarebbero i leader della maggioranza, primo fra tutti Zingaretti, e sarebbe un compito non poco imbarazzante.

Come andrà a finire nessuno può dirlo neppure con grande approssimazione. Le possibilità sono troppe e tutte aperte. Il ruolo che giocherà Mattarella è decisivo e si tratta di una carta ancora coperta. È tuttavia già possibile, e sarebbe anzi obbligatorio, focalizzare l’attenzione sull’elemento inedito di questa crisi: «L’insostituibilità» del presidente del Consiglio, proclamata a voce altissima negli ultimi giorni da tutti i leader della maggioranza tranne Renzi.

Non era mai successo prima. Nessuno, neppure De Gasperi, Fanfani o Craxi, nemmeno Berlusconi era insostituibile, nonostante si trattasse, almeno per quanto riguarda la Dc e Forza Italia, di leader che avevano il supporto comprovato e non espresso in via di sondaggi di decine di milioni di elettori. A rendere ancora più assurda una crisi che gira tutta intorno alla “sostituibilità” o “insostituibilità” di Conte contribuisce il fatto che molti di quelli che lo considerano “insostituibile”, sia nel Pd che nello stesso M5S, esprimono giudizi ben poco lusinghieri sul suo conto. Il quadro è completato dalla particolarità già inedita di un capo del governo che, senza neppure essere parlamentare, guida in rapida successione due governi di taglio opposto e ciononostante viene considerato non solo adeguato ma indispensabile.

Le ragioni contingenti di una situazione che presenta aspetti quasi surreali sono evidenti e note: la tara è nell’origine di un governo basato non su un’alleanza politica ma sulla comune necessità di fermare un nemico comune e che da quel momento ha trovato l’unico punto di coesione, a eccezione di Iv, proprio nel sostegno a un premier che pochi apprezzano ma che ha il merito di cementare con la sua sola esistenza, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia nella pratica di governo, un collante altrimenti inesistente. Però sarebbe miope limitarsi a considerare la contingenza, come se il paradosso che si sta verificando fosse una parentesi destinata a chiudersi presto. Se nel cuore della crisi più difficile della storia repubblicana la politica non sa immaginare alternative diverse da un presidente del consiglio che punta i piedi o un voto anticipato deflagrante e che nessuno vuole, allora vuol dire che il sistema politico e istituzionale è franato definitivamente.

 

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