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Così i padroni della Rete diventano arbitri e giudici

Le polemiche dopo il blocco dei social di Trump
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Chiariamo subito un aspetto: le scene dell’irruzione a Capitol Hill dei giorni scorsi mettono profonda inquietudine, tanto più se si considera il contesto della democrazia americana fin qui considerata leading! Episodio di una gravità senza precedenti, che impone una reazione immediata, civile, culturale e secondo i rimedi di cui dispone l’ordinamento di quel Paese. Ma in misura analoga – sebbene travolta dall’ovvia prevalenza mediatica dei fatti di cronaca segnalati – in questo momento – e non è la prima volta – si è consumata un’altra vicenda che impone una riflessione altrettanto decisiva per le sorti della democrazia a livello globale. Zuckenberg, il padrone della comunicazione social del nostro tempo, ha disposto unilateralmente il “blocco” dei siti riconducibili a Trump sino alla cancellazione di alcuni post “censurati”. Anche in questo caso occorre chiarezza, per evitare equivoci e strumentalizzazioni, tipiche della nostra difficile epoca: il contenuto dei post incriminati è inaccettabile da qualsiasi punto di vista li si consideri. D’altro canto non c’è una sola della affermazioni del guru di Facebook e Twitter che non sia da sottoscrivere, quando sostiene: «Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano chiaramente che il presidente Donald Trump intende utilizzare il suo restante tempo in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden»; ed ancora: «La priorità per l’intero Paese deve essere garantire che i restanti 13 giorni e quelli successivi all’inaugurazione passino pacificamente e in conformità con le norme democratiche». Ma il tema è un altro: chi è Zuckenberg per assumere la veste di “censore” del pensiero altrui, in quest’ipotesi di un presidente degli Usa, che io non avrei votato, ma comunque ancora in carica sino al 20 gennaio 2021? La risposta richiede un ragionamento più ampio.

Da circa un ventennio è in atto un fenomeno senza precedenti, che la terribile stagione della pandemia ha accentuato ed agevolato: il passaggio definitivo alla società della comunicazione globale, in una situazione di rovesciamento delle realtà, nel senso che oggi è prioritariamente vero ciò che risulta dalla diffusione social rispetto alla stessa effettività dei fatti storici. Il processo ormai ha connotati, direi, di definitività: tutto è on line, le relazioni interpersonali, gli scambi commerciali, la medicina, la giustizia, la didattica scolastica, la pubblica amministrazione. In quest’orgia comunicazionale, certamente ricca di aspetti positivi – basti pensare a che cosa sarebbe stato il periodo di lockdown in assenza di strumenti di comunicazione avanzata – tuttavia passa in secondo piano un profilo rilevantissimo e decisivo: l’intero processo è nelle mani di pochi soggetti “privati” detentori dello “strumento” tecnologico, custodi gelosi del segreto algoritmico che alimenta il processo, “proprietari” di una mole smisurata di dati personali, che finiscono per “mercificare” gli stessi titolari a cui si riferiscono. Senza che nessuno aprisse gli occhi e mentre tutti erano pazzi della sbornia da social, si è determinato un’inversione di rapporti di forza tra la sfera del pubblico – cioè del potere costituito, di cui è emanazione il diritto, il sistema delle regole – e quella del privato.

Oggi sono i governi ad aver necessità degli Over the Top della comunicazione e non il contrario. Anzi, questa deriva è così avanzata che proprio Zuckenberg non ha fatto mistero in più di un intervento di sognare una società «a misura della comunicazione», come quando ha avanzato di modificare le disposizioni dei vari ordinamenti che fissano un’età minima per accedere ai Social: egli propone sei anni, perché è bene che i bambini imparino subito – e magari anche prima di leggere a scrivere – a frequentare le autostrade della Rete, di cui egli ha il controllo. La gravità della situazione è ormai evidente allorché la stessa politica si “inginocchia” dinanzi a tale potere privato costituito: le stesse scelte di governo – e sfido a sostenere il contrario – spesso sono dominate dalla ricerca di qualche like in più o dall’accaparramento del maggior numero di followers; anzi, lo stesso ceto politico si “modella” sulla stagione della comunicazione, altrimenti non si spiegherebbe come alcuni mediocri, del tutto privi di contenuto, che sarebbero stati cacciati a pedate in una vecchia sezione di partito, oggi diventano personalità o consiglieri dei principi!

Il disegno dei “padroni del vapore” della Rete pare avviarsi alla fase finale: la pretesa, dopo aver creato dipendenza dal mezzo su cui esercitano il controllo, di gestirne i contenuti, assurgendo ad arbitri, censori, giudici. Insomma, le immagini dei seguaci di Trump che profanano il tempio della democrazia americana mettono tristezza e creano allarme; la presa di posizione del guru dei Social è, ribadisco, non meno inquietante. Il Diritto deve con urgenza recuperare il proprio spazio. Deve farlo con le masse ignoranti ed eversive che sfondano vetri e porte del Campidoglio, deve farlo con le multinazionali della comunicazione, che è tempo che paghino le tasse in base al profitto che realizzano, che consentano con trasparenza di tracciare la sorte dei dati che raccolgono a nostra insaputa, che intervengano, su ordine di un potere pubblico, a bloccare prontamente non i soli account di Trump, ma anche quelli dei milioni di haters che ogni giorno inquinano il mondo con notizie false e ed affermazioni e video indecenti. Ma è urgente che almeno qualcuno si riprenda dall’ubriacatura in cui siamo immersi!

* Direttore di IN. DI. CO.

Ordinario di diritto privato

( Informazione- Diritto- Comunicazione)

 

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