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Trattativa stato-mafia: vent’anni di panzane

Riforma penale
Le ricostruzioni si rincorrono e alimentano leggende senza lo straccio di una prova. Gli ultimi servizi sulle stragi mafiose hanno fatto il giro dei social ma di novità e di cose verificate ce ne sono ben poche
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Per riassumere la puntata di Report sulla trattativa stato mafia e le stragi, può essere utile una citazione messa a epigrafe del libro “Complotto!” scritto a quattro mani dal compianto Massimo Bordin e Massimo Teodori. Si tratta quella di Mordecai Richler: «Il mio problema con i teorici della cospirazione è che, se gli dai un dito di porcherie accertate, loro si prendono tutto un braccio di fantasie. O peggio». Sì, perché ogni evento tragico di questo Paese, ed è un fatto, può essere però preso per comporre un mosaico a proprio piacimento. Così si possono unire i puntini e dire che tutte le stragi che hanno attraversato questo nostro strano Paese siano mosse da una unica regia. Quindi, come fa intendere Report, la strage di Bologna e quelle siciliane di Capaci e Via D’Amelio appartengono ad un unico piano eversivo.  Vale la pena ricordare cosa disse, in una intervista su radio radicale a cura di Sergio Scandura, l’ex magistrato ed ex parlamentare di Rifondazione comunista Giuseppe Di Lello: «Ho già in passato espresso delle perplessità enormi per la ricostruzione secondo me un po’ giornalistica di questo pezzo della storia d’Italia che accomuna soggetti molto diversi tra di loro e mescola due epoche storiche distinte». Di Lello non è un personaggio qualsiasi. È un pezzo pregiato della storia dell’antimafia. Ha fatto parte del pool antimafia dal primissimo momento. Il Pool lo fondò Rocco Chinnici, nei primi anni ottanta, e chiamò con sé quattro giovani magistrati quarantenni: Giovannni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Peppino Di Lello.

Quest’ultimo è stato uno dei protagonisti del celeberrimo maxiprocesso alla mafia ed è restato fino alla fine nel pool, cioè fino a che non lo smantellarono.Ma ritorniamo al mosaico composto da Report. Ogni tassello affrontato mostra però alcune lacune. Sicuramente per distrazione. Partiamo dallo scoop sull’agenda rossa. Anche perché è l’unico, il resto è stato tutto già affrontato dalle motivazioni relative alla sentenza di primo grado sulla trattativa stato mafia. Sì, perché nelle stesse pagine , si auto-certifica anche la peculiarità dell’attività ricognitiva svolta, definendola espressamente «ardua e pressoché titanica» dal momento che ha riguardato non i singoli fatti contestati agli imputati, ma un insieme amplissimo di «vicende complesse e mai del tutto chiarite che hanno riguardato la storia repubblicana in un arco temporale ricompreso tra la metà degli anni sessanta e i giorni nostri», passando dai tentativi di golpe dei primi anni settanta, al sequestro Moro, sino al terrorismo brigatista e alla P2, oltre, ovviamente, alle stragi mafiose. Esattamente quello che ha riportato Report.

Nulla, appunto, di esclusivo.Però sull’agenda rossa di Borsellino sì. Report ha intervistato Salvatore Baiardo, l’uomo che ha coperto la latitanza dei fratelli Graviano, potente famiglia mafiosa accusata anche della strage di via D’Amelio. In sostanza dice che ci sono più copie dell’agenda sottratta dall’ auto in fiamme del giudice Borsellino, finite a diverse persone. Non solo a Matteo Messina Denaro e i Graviano stessi, ma anche ad altri soggetti. Stupefacente. Un uomo che faceva il gelataio ad Omegna (località dove appunto latitava Graviano), ha custodito per tutti questi anni un segreto di tale portata. Ma è una persona attendibile? Non possiamo giudicarlo noi. Ma per rispetto della cronaca, dobbiamo ricordare che Baiardo, condannato per favoreggiamento ai Graviano, nel 94 aveva raccontato molte cose alla Dia di Firenze che stava indagando sulla strage di Via dei Georgofili. Il risultato di allora? Nessun riscontro alle sue affermazioni che non hanno portato a delle certezze giudiziarie. Non solo. Baiardo ha sostenuto che, il giorno dell’attentato in Via D’Amelio , Graviano fosse con lui, nella sua gelateria di Omegna, e che, appresa la notizia, si sarebbero diretti verso casa per vedere il telegiornale. Parliamo di un personaggio, appunto, ambiguo. Report l’avrebbe dovuto dire.

Magari evocando cosa disse Vincenzo Amato, giornalista de La Stampa scelto da Baiardo in quanto suo conoscente, per rilasciargli le sue dichiarazioni: «La mia personale impressione su Salvatore Baiardo è, al di là delle vicende accertate, questa: che lui “venda” un po’ di fumo per cercare di ritagliarsi un qualche spazio. Non mi sembra del tutto credibile. Lui effettivamente è stato arrestato e si è fatto in carcere dal ’95 al ’99 effettivamente per questi rapporti con i Graviano. È anche noto alle forze dell’ordine locali perché ha avuto una serie di, diciamo di vicende, di guai giudiziari; tra l’altro per piccole truffe anche da mille euro, da cifre di questo genere». Ecco, stando alle parole del giornalista Amato, parliamo di uno che avrebbe millantato per truffare persone.Anche l’intervista a Gioacchino Genchi è interessante. Ha parlato della sparizione di alcuni file dal computer di Falcone. Ebbene, appare strano che al giornalista di Report non abbia specificato i nomi dei file. Sì, perché c’è una lunga intervista di giugno scorso che Genchi ha rilasciato al giornale on line Ilsicilia.it, dove disse testuali parole: «C’era un file nascosto, denominato “Orlando.bak”, un file di backup per il quale mancava il file “Orlando.doc”. Era sparito. Qualcuno lo ha cancellato, probabilmente perché dava fastidio. Il file “Orlando.bak” conteneva tracce degli appunti di Falcone per difendersi al Csm dalle accuse dell’allora sindaco Orlando».

Invece a Report questo passaggio non compare. Possibile che Genchi non glielo abbia riferito? Sicuramente sarebbe stato un altro tassello interessante, anche se difficoltoso per comporre il mosaico che ne è uscito fuori.Anche la famosa frase di Borsellino riportata a conclusione dal conduttore di Report, sarebbe diventato un altro tassello anomalo se fosse stata riportata nella sua interezza. Perché? Manca il riferimento ai magistrati. Allora la diciamo noi. Nel verbale di assunzione di informazioni del 18 agosto 2009, davanti al Pubblico Ministero presso il tribunale di Caltanissetta, la signora Agnese Piraino Borsellino ha dichiarato: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini senza essere seguiti dalla scorta.

In tale circostanza, Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo». Paolo Borsellino, in tale occasione, non fece nessun nome alla moglie, la quale però ha soggiunto: «comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l’allora Procuratore Giammanco».

Sarebbe stato un tassello difficile da farlo incastrare nel mosaico ricostruito da Report. Così come sarebbe stato ancora più “anomalo” rendere pubblici in TV i verbali che Il Dubbio, dopo 28 anni, ha pubblicato per la prima volta dove si parla dell’ultima riunione in procura alla quale partecipò Borsellino: emerge che ci fu tensione e avanzò rilievi sulla conduzione del procedimento mafia appalti, facendosi portavoce delle lamentele dei ros Mori e De Donno.  Parliamo del 14 luglio. Il giorno dopo qualcuno andò da Borsellino a parlar male del carabiniere dei ros. Cinque giorni dopo la strage.  «Del nido di vipere si continua a non parlare», esclama polemicamente su Facebook l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino. “Nido di vipere” è un’altra espressione di Paolo Borsellino, riferendosi alla procura di Palermo di allora.

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