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E l’Anm si scoprì ingovernabile: avanti con Poniz e 4 commissari

No di “Mi” al “nazareno” con Area, l’esecutivo provvisorio durerà mesi
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È l’Anm più spaccata dell’ultimo ventennio. Domani si va a una riunione del “parlamentino” drammatica. Con Area e Unicost che non potranno confidare nell’appoggio esterno di “Autonomia & Indipendenza”, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo. Se una giunta e un presidente potevano esserci, per l’Associazione magistrati, dipendeva dagli intransigenti magistrati di “A& I”. Alla loro disponibilità ad accordare una fiducia limitata e istituzionale al gruppo progressista e a quello centrista. Disponibilità che non c’è. A 24 ore dal direttivo più teso che si potesse immaginare, non si vede dunque all’orizzonte una rinnovata investitura “politica” per Luca Poniz, di Area, presidente uscente ma anche candidato più votato al parlamentino. Resterà sì, ma in prorogatio. Sono naufragati i tentativi compiuti negli ultimi quindici giorni di costruire un esecutivo esteso a tutti.

Unicost e Area non sono arrivati a persuadere l’avversario, Magistratura indipendente. Sabato 7 novembre, a quasi tre settimane dalle elezioni Anm del 18- 20 ottobre, l’assise togata si era riunita per la prima volta. Senza esito. Parità di seggi perfetta fra l’unico blocco solidamente unito, Area e Unicost appunto, e il resto del mondo. I progressisti guidati da Poniz hanno ottenuto 11 seggi, i centristi “affrancatisi” dalla leadership debordante ma anche vincente di Palamara si sono fermati a 7: fa 18 seggi.

Nell’altra meta campo, Magistratura indipendente, la corrente “moderata”, arricchita dal gruppo, coalizzato in una lista unitaria, di Movimento per la Costituzione, ha preso solo un seggio in meno di Area, dunque 10. Ne hanno ottenuti 4 a testa sia i davighiani di “A& I”, capitanati da un magistrato di grande lucidità ed esperienza associativa come Aldo Morgigni, sia gli “antisistema” di Articolo 101, il gruppo ribelle contrario alla stessa configurazione per correnti che oggi persiste nel Csm. Anche qui ovviamente fanno in tutto 18: stallo totale. Che ha trascinato nel labirinto delle distanze incolmabili i 36 “deputati in toga” per un intero weekend.

Estenuati dal nulla di fatto, domenica 8 novembre si è convenuto di sospendere i lavori. E non per qualche ora: per due settimane. Ora ci siamo: domani si riscende in campo. La giunta unitaria non c’è. A dire il vero persino alcuni in “Mi” l’avevano accarezzata. Ad esempio Antonio Sangermano. Fa il procuratore presso il Tribunale dei minori di Firenze, nella vita di tutti i giorni, ma è anche il cofondatore, con Enrico Infante, di Movimento per la Costituzione, il sopraricordato gruppo fuoriuscito da Unicost e alleato con “Mi”. Ebbene, Sangermano aveva parlato l’altro sabato di “giunta covid”: «Di fronte a quanto accade non dobbiamo dividerci, il momento è drammatico». Ma ha posto una condizione: «Discontinuità». Su due versanti. Primo, non si può andare avanti con l’idea che “Mi” avesse quella che Sangermano ha definito una «responsabilità tribale» sul caso Palamara, così riassumibile: Ferri e al centro del caso, Ferri è il capo storico di “Mi”, tutta “Mi” è coinvolta. Ha chiesto, Sangermano, il riconoscimento che la questione morale riguarda tutti, e che non si possa trattare più il fronte moderato come accolita di appestati. Però ha preteso pure la testa di Poniz. “Colpevol” in quanto presidente della giunta- senza-“Mi”: non può ora, dicono i “moderati”, essere al vertice di una nuova che accoglie i figlioli prodighi.

E qui però entra in gioco il giusto diritto di Area. Poniz è stato il più votato alle elezioni del 18- 20 ottobre, e non di poco: 739 preferenze; ha staccato di oltre 300 lunghezze il secondo dei magistrati eletti al direttivo, Salvatore Casciaro di “Mi” ( scelto da 415 colleghi). Nella lista di Area, a seguire Poniz è invece Silvia Albano ( 381 voti), figura di spessore notevolissimo ma idealmente portatrice delle istanze più schiettamente progressiste, quelle di Magistratura democratica, componente interna ad Area ma dotata di propria autonomia. A

rea però non vede perché dovrebbe forzosamente addivenire all’ipotesi di una giunta presieduta da Albano. Che certo, sarebbe la seconda presidente donna nella storia dell’Anm e che forse avrebbe attenuato le ruvidezze di “Mi”. Ma è legittimo pretendere da chi, come Area, esprime non solo il maggior numero di voti alla lista ma anche il candidato nettamente più votato, che rinunci a proporre quell’eletto come presidente? No. Ed ecco lo stallo, che non sarà risolto neppure domani. I 4 eletti di Autonomia & indipendenza lamentano di aver visto scivolare le priorità indicate ai colleghi in fondo alla lista di un ipotetico “governo” guidato ancora da Poniz.

Ci si chiederà: e quindi? Risposta: si va avanti con Poniz a oltranza. L’uscente, eletto di nuovo, resta in carica accompagnato da un delegato per ciascuno degli altri quattro gruppi. La prorogatio infinita? Sì, non c’è alternativa. Ieri è andata così: incontro telematico tra il ministro Alfonso Bonafede e i 5 rappresentanti della giunta “provvisoria”: con Poniz, il citato Casciaro per “Mi”, i due più votati di Unicost, ossia Alessandra Maddalena, e di “A& I”, Morgigni. Articolo 101 ha scelto non l’eletto con più preferenze, Andrea Reale, ma la prima delle magistrate donna per numero di preferenze, Ida Moretti. Argomento della call con il guardasigilli: non fate morire di covid né noi né avvocati e cancellieri, Tanto per dire: dei 36 eletti al direttivo, 3 si sono infettati.

 

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