Quel “fine pena mai” che nega la Costituzione e uccide la speranza

E’ evidente che discutendo dell’ergastolo, si mette in discussione l’intero impianto, efficacia e utilità del regime penitenziario

Carcere, il diritto negato alla speranza. Dalla mezzanotte del 10 novembre Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale e di “Nessuno tocchi Caino”, con altri militanti radicali è in sciopero della fame; chiede che Governo e Parlamento «affrontino quanto di drammatico sta avvenendo nelle carceri». Li accusa di irresponsabile comportamento «di fronte all’espandersi della pandemia negli istituti penitenziari. Amnistia, indulto, liberazione anticipata, modifiche sostanziali del decreto ristori che ristora ben poco detenuti e detenenti, ma qualcosa – subito – lo devono fare».

Secondo Bernardini per prima cosa occorre che la popolazione detenuta diminuisca sensibilmente: «In una settimana siamo passati da 395 detenuti contagiati a 537. Gli operatori in carcere positivi sono 737, di cui 669 agenti. Il virus è entrato perfino nel 41- bis ( ma non era il luogo più sicuro?) del carcere di Opera. Scegliere, agire, combattere. Vivere, far vivere, con le armi della nonviolenza».

I radicali hanno, al loro fianco, l’Unione delle Camere Penali. L’Osservatorio delle UCP «rivolge al Parlamento l’invito a emanare l’amnistia e l’indulto». Le ragioni di tale appello si giustificano nei dati allarmanti sulla diffusione del virus nelle carceri: «Una crescita esponenziale non può attendere oltre una immediata soluzione». Secondo uno studio del Consiglio d’Europa sugli effetti a medio termine della pandemia sulla popolazione carceraria, l’Italia è tra i Paesi europei che hanno segnalato il più alto numero di persone contagiate dal Covid- 19 tra le mura delle prigioni.

Da parte del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non giungono, al momento, reazioni di fronte alle innumerevoli “ordinarie” emergenze segnalate. Del “fare” del ministro non si ha notizia; non si sa cosa faccia, cosa intenda fare. «Se si vuole, si può; se si può, si deve», dice un antico motto di persone animate da buona volontà.

E’ il motto che potrebbe fare da epigrafe a una interessantissima pubblicazione che raccoglie una serie di contributi di giuristi e studiosi del diritto: Emilio Dolcini, professore emerito di Diritto Penale; Elvio Fassone, già magistrato, e autore di un bellissimo “Fine pena: ora”, pubblicato da Sellerio; Davide Galliani, professore di Diritto Pubblico; Paulo Pinto de Albuquerque, giudice presso la Corte dei diritti umani; Andrea Pugiotto, ordinario di Diritto Costituzionale; Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti dei detenuti.

Titolo del volume: Il diritto alla speranza, l’ergastolo nel diritto penale costituzionale (Giappichelli editore pagg. 495, 48 euro). E’ un testo “robusto”; chiede attenzione, merita attenzione. Consigliabile lettura a tutti gli operatori del diritto, e in particolare agli “allievi” di quella scuola di pensiero ( in magistratura e nel giornalismo), per i quali il diritto è tale solo se c’è una pena da infliggere.

Hanno certamente dottissima erudizione forense, ma poca o nessuna esperienza di quella che Alessandro Manzoni definiva «pratica del cuore umano». Un libro che parte da un semplicissimo assunto: «Se il fine della pena è la risocializzazione del reo – cosa espressamente sancita dalla Costituzione – la reclusione in carcere non può essere senza fine: ecco perché, da sempre, l’ergastolo è, e resta, un nodo giuridico da dibattere e da sciogliere». Questo libro lo fa, in modo netto e preciso; definitivo.

«L’esercizio di giustizia – osserva Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale – deve offrire un elemento di speranza se non vuole guardare soltanto a ciò che è stato poiché la ricomposizione che il diritto penale deve attuare… segue necessariamente due direttrici, una rivolta al passato, l’altra al futuro…».

Il primo dei due contributi del professor Puggiotto si apre con una citazione di Albert Camus: «Nella nostra civilissima società la gravità di un male è rivelata dalla reticenza con cui se ne parla e quanto più lo si presenta come una dolorosa necessità tanto più si tende a non parlarne, perché il fatto è sconveniente». Epigrafe quanto mai calzante, che ben descrive una situazione dell’oggi, ma che è anche “vizio” antico, e non solo dell’attuale classe politica, ma anche di quelle che l’hanno preceduta.

E’ evidente che discutendo dell’ergastolo, si mette in discussione l’intero impianto, efficacia e utilità del regime penitenziario, nel concreto e nel quotidiano, rilevando chè è in palese contrasto con il dettato costituzionale, e tutto questo nonostante ammirevoli sforzi dei singoli operatori della comunità penitenziaria. Una classe politica degna di questo nome, dotata di visione e capacità di governo, avrebbe già colto l’occasione e l’opportunità da tempo. Che non accada e non sia accaduto, la dice lunga.