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«Con la morte di Ebru Timtik è morto il giusto processo»

Al convegno degli avvocati di Roma e Milano in ricordo della collega turca: «Così muore lo Stato di Diritto sotto i colpi dell'oppressione politica»
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C’è una cosa importante da mettere in chiaro quando si parla di diritti umani e della loro tutela. Denunciarne la sistematica violazione in taluni paesi non significa ingerire negli affari degli altri, bensì «difendere se stessi», presidiando quell’insieme di principi e valori che rendono tale uno Stato fondato sul diritto. Lo dice bene Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, e lo ribadisce Antonino Galletti, presidente degli avvocati romani, in apertura al convegno online da loro promosso nella giornata di ieri per ricordare il sacrificio della collega turca Ebru Timtik e sostenere tutti i difensori minacciati nel mondo. Il caso di Ebru, morta in stato di detenzione il 27 agosto dopo 238 di sciopero della fame, è assunto a «paradigma» della battaglia per il giusto processo. «Chi calpesta i diritti umani – spiega Nardo – colpisce per primi gli avvocati. Perciò è importante difenderli dalle persecuzioni del potere».

All’evento formativo organizzato in collaborazione con l’associazione di giuristi Italia Stato di Diritto, hanno partecipato esponenti della società civile turca, iraniana, ed europea che con il proprio lavoro contribuiscono alla salvaguardia dei diritti nel mondo, anche e soprattutto attraverso quella “pressione” che la comunità internazionale può esercitare per determinare le sorti degli oppositori politici spediti in prigione senza garanzie processuali, o peggio, uccisi barbaramente. La lista dei loro nomi si allunga a dismisura, ma è un’amara considerazione sottolineare che quando si trattano casi di abusi, si parla soprattutto di donne. Come Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana accusata di «propaganda sovversiva» e condannata nel 2018 a 148 frustate e 33 anni e mezzo di carcere. Sabato scorso l’attivista è stata scarcerata in via temporanea: sulla sua liberazione ha senz’altro contribuito l’attenzione internazionale. Quale, ad esempio, l’azione del Consiglio Nazionale Forense che, come ricorda il consigliere Francesco Caia nel corso del seminario, ha inviato delle missive all’ambasciata iraniana per chiederne la scarcerazione. L’impegno del Cnf – che ha dichiarato il 2020 “L’Anno dell’Avvocato in pericolo” – nel campo dei diritti umani si concretizza in numerose iniziative e «azioni positive» nel mondo: dalle delegazioni di osservatori internazionali nei processi in Turchia, alla missione nell’ottobre 2019 al carcere di Silivri, dove era detenuta anche Ebru.

Dall’Iran e la Turchia si passa alla Libia per condannare l’omicidio di Hanan al- Barassi: la “Signora della Cirenaica”, avvocata e attivista per i diritti umani, uccisa martedì scorso a Bengasi in un agguato a colpi d’arma da fuoco, in pieno giorno. Poco prima della sua morte, la donna aveva criticato il figlio del generale Haftar, Saddam. La sua tragica sorte assomiglia a quella di molti altri attivisti che si oppongono al comando del generale, tutti scomparsi o assassinati in un clima di impunità dilagante. Passando in rassegna i casi più noti a livello internazionale, non bisogna dimenticare che «negli ultimi cento anni anche noi, in Italia, abbiamo vissuto violazioni palesi», sottolinea Galletti, in collegamento da un luogo simbolico: l’aula degli avvocati del foro di Roma, un tempo destinata agli avversari politici condannati all’ergastolo o a morte dal Tribunale speciale. «Questo convegno costituisce un ponte ideale per riaffermare l’impegno personale e istituzionale degli avvocati in un campo come quello dei diritti umani che non conosce quarantene o restrizioni», spiega il presidente dell’Ordine capitolino, evidenziando come la funzione sociale dell’avvocatura corra su un doppio binario: la difesa dei diritti in sede giudiziale, e la loro diffusione nella cultura.

La crociata contro i difensori in Turchia

Il primo a prendere parola è Mehmet Durakoglu, presidente dell’Ordine degli avvocati di Istanbul. A lui spetta l’onere di rappresentare la condizione della giustizia e delle associazioni di categoria nel Paese di Erdogan. Il sistema giudiziario turco è cambiato a partire dall’emendamento costituzionale del 2017 che ha attribuito maggiori poteri al governo. «Questo atteggiamento prevalente dell’esecutivo si è tradotto in una pressione su avvocati, giudici e pubblici ministeri, ora più forte che mai», spiega Durakoglu. La situazione è peggiorata con l’approvazione dell’emendamento alla legge sugli ordini professionali che garantisce la possibilità di stabilirne più di uno nelle grandi città. Con l’effetto di «parcellizzare e mettere a tacere» l’avvocatura. La compressione del diritto di difesa risale, ancor prima, al periodo emergenziale del 2016 in seguito al fallito golpe militare del 15 luglio: a partire da quella data è iniziata la repressione in ogni settore della società.

Il caso di Osman Kavala

Amhet Insel, professore universitario, politologo ed editorialista turco, racconta il caso emblematico di Osman kavala: attivista per i diritti umani accusato di «sovversione dell’ordine costituzionale» per aver incitato alle proteste antigovernative di Gezi Park nel 2013. La sua storia processuale, lunga e complessa, è emblematica perché rappresenta l’apice dell’ingerenza politica nella giustizia. Kavala, recluso da oltre mille giorni, si trova tutt’ora in carcere nonostante una sentenza di assoluzione: nei suoi confronti si è avviata una nuova requisitoria che si regge sulle stesse prove, inconsistenti, dell’accusa precedente.

I numeri della repressione

Mariano Giustino, corrispondente in Turchia per Radio Radicale, parte dai dati ( fonte Bianet): nel 2019 sono state avviate 100 indagini al giorno per insulto al presidente Erdogan, oltre 36mila persone sono state denunciate, e più di 12mila processate. Dopo il 2016, circa 100mila funzionari pubblici sono stati epurati senza alcuna prova di coinvolgimento nel tentato Golpe, e circa 50mila sono stati gli arresti di parlamentari, giornalisti, giudici, e attivisti condannati con l’accusa di terrorismo. «Se quello militare è fallito, c’è stato senz’altro un golpe civile», spiega Giustino che poi passa in rassegna i numeri della repressione nel campo della libertà di stampa. Seppure sotto assedio, la società civile continua a «resistere» al regime, come dimostra il caso di Ebru Timtik: il suo non è stato uno sciopero della fame, ma un «digiuno fino alla morte», precisa chi ha condiviso la sua battaglia per un giusto processo.

La questione dello Hijab 

Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana, è messa al bando con l’appellativo di «oppositrice». Perseguitata insieme alla sua famiglia, Alinejad porta avanti dal 2014 una campagna contro l’obbligo per le donne di indossare lo hijab. «Non si tratta di una questione interna al paese, è il simbolo stesso della repressione e della dittatura religiosa», spiega l’attivista che guida una rete di donne pronte a sacrificare la propria libertà per cambiare «una legge sbagliata».

Il ruolo dell’Europa 

Sul ruolo dell’Europa nei confronti di Paesi esterni all’Unione si esprimono la senatrice Emma Bonino e Giuliano Pisapia, eurodeputato ed ex sindaco di Milano. Se la leader di +Europa sottolinea lo stigma sociale per gli «avvocati che difendono i colpevoli», Pisapia denuncia «un momento storico negativo per i diritti umani nel quale il ruolo degli avvocati è fondamentale». I difensori, infatti, hanno la capacità di agire in prima linea senza strumentalizzazioni politiche. Perché, ricorda l’ex sindaco, «ogni volta che la politica entra nelle aule della giustizia, questa scappa inorridita dalla finestra». «Il tema dello Stato di diritto è centrale all’interno del Parlamento europeo», spiega Pisapia, «ma non c’è mai stata una sanzione efficace nei confronti dei paesi che violano i diritti fondamentali». Smettere di finanziarli, significa danneggiare soprattutto le classi più povere. Per non incorrere in questa contraddizione, si è discusso un nuovo accordo secondo il quale i fondi saranno inviati direttamente alle organizzazioni umanitarie, senza passare per il governo.

In conclusione dell’evento, un passaggio di testimone simbolico: prende parola Maria Eugenia Gay, presidente dell’Ordine degli avvocati di Barcellona, con l’obiettivo di diffondere la cultura dei diritti in tutta l’Europa. L’avvocata spagnola chiude con una proposta: lanciare una federazione tra gli ordini professionali dei diversi paesi che possano cooperare a livello internazionale per la difesa dell’avvocatura nel mondo.

 

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