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Ha il diabete e anche il Covid, ma in carcere lo curano solo con la tachipirina

Covid
Il grido di dolore della figlia di Leone Soriano, detenuto in alta sicurezza a Torino. Per il direttore sanitario è a rischio ma resta in cella
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«Liberate mio padre, già pieno di gravi patologie, che ha contratto il covid nel carcere di Torino, rischia di morire ed è curato solo con la tachipirina». È un grido di dolore quello che è giunto a Rita Bernardini del Partito Radicale, da due giorni in sciopero della fame proprio per chiedere di ridurre la popolazione carceraria per far fronte all’emergenza covid. Un allarme, quello della figlia di Leone Soriano, detenuto nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino, che è riscontrato anche dal direttore sanitario del penitenziario stesso e dove al momento si registrano nove detenuti con Covid e ben 27 tra il personale penitenziario.

Infatti, nella missiva rivolta all’autorità giudiziaria con la dicitura “urgentissimo”, si leggono testuali parole: «Il soggetto ha presentato nella giornata di ieri (2 novembre, ndr) sintomi febbrili per cui è stato posto in isolamento sanitario e sottoposto all’esecuzione del tampone nasofaringeo per la ricerca del Covid 19 risultato positivo». Aggiunge con toni allarmanti: «Si ritiene che il soggetto possa essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale in quanto polipatologico affetto da Diabete Mellito tipo 2, ipertensione arteriosa, ipertrofia prostatica benigna, sindrome ansioso – depressiva». Il direttore sanitario infine rileva «anche il rischio per la sicurezza sanitaria dato il contesto di vita comunitaria propria del carcere».

Dopo aver appreso che ha contratto il covid, la settimana scorsa i legali hanno presentato istanza per chiedere la revoca della custodia cautelare o in subordine il ricovero in una struttura adeguata, corroborata dalla urgentissima missiva della direzione sanitaria. Ma la speranza è vana. Sì, perché Soriano è in alta sicurezza, una maledizione viste le polemiche sulle “scarcerazioni” montate ad arte dai mass media, non consci che il diritto alla salute vale per tutti, anche per chi è condannato per reati mafiosi. Indignazioni che, a quanto pare, hanno generato il dietrofront di diversi magistrati di sorveglianza e Gip che fino a poco tempo fa si erano dimostrati attenti alla questione, facendo riferimento all’unica via maestra che garantisce lo Stato di diritto: la Costituzione italiana. Ora è in serio pericolo di vita e il carcere non sarebbe in grado di dargli le cure in maniera costante. Ma il tribunale ha rigettato, specificando che Soriano è monitorato e se dovesse peggiorare verrà trasferito in ospedale.

La figlia stessa racconta a Il Dubbio che ad aprile aveva denunciato al Dap la circostanza che all’interno dell’istituto non venivano rispettate le norme predisposte per evitare il contagio e non venivano utilizzati i dispositivi di protezione. «Ma non ho mai ricevuto risposta – chiosa la donna -. E adesso è avvenuto quello che temevo, il contagio».

L’istanza, come detto, è stata fatta circa una settimana fa, anche alla luce della missiva urgente della Asl. Ma, com’è detto, per il giudice il detenuto risulta pienamente sotto controllo e non sono ravvisabili emergenze.

Ma la figlia di Soriano non riesce ad accettare tutto questo. «Mi creda – spiega dolorosamente a Il Dubbio – il vero dramma è dover assistere inermi a questo scenario. I detenuti come qualsiasi altro essere umano hanno diritto alla salute e alle cure.

Mio padre è stato trasferito presso il carcere di Torino proprio perché a causa delle sue patologie necessitava di essere sottoposto a un preciso protocollo sanitario, ma non gli sono state mai prestate le cure adeguate. Sebbene soffrisse di diabete non è stato mai sottoposto a visita diabetologica». Poi aggiunge: «Solo il mese scorso, a causa di uno scompenso ( diabete a 500) è stato sottoposto a visita, a seguito della quale ha dovuto iniziare un piano terapeutico che prevede la somministrazione di insulina 4 volte al giorno. E adesso ha contratto anche il Covid e le conseguenze per lui potrebbero essere letali». Conclude amaramente sempre la figlia: «Chi commette un reato è giusto che paghi, ma non con la propria vita!».

 

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