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«Il caso Tortora non ha insegnato nulla. Accuse a Markiv inesistenti»

Omicidio Rocchelli, intervista all'avvocato Della Valle: «Accusa e giudici hanno detto no a quegli accertamenti che potevano fin da subito evidenziare la infondatezza dell’imputazione»
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La Corte d’Assise di Appello di Milano ha assolto per non avere commesso il fatto Vitaly Markiv, soldato italo- ucraino arrestato nel 2017 a Bologna e accusato di avere contribuito a causare la morte del fotoreporter Andrea Rocchelli e del suo interprete e attivista per i diritti umani Andrei Mironov, cittadino russo. Vitaly Markiv era stato condannato nel 2019, a Pavia, a 24 anni di reclusione. Subito dopo la sentenza di assoluzione è stato liberato dal carcere di Opera dove era detenuto. Da sempre gli avvocati di Markiv, Raffaele della Valle e Donatella Rapetti, i Radicali Italiani, la Fidu, il giornalista d’inchiesta Cristiano Tinazzi, autore del documentario “The Wrong Place” dedicato alla vicenda, hanno sostenuto che la condanna fosse basata non solo su prove indiziarie, talvolta peraltro travisate, ma anche su una ricostruzione dei fatti in distonia con la logica e la scienza.

Avvocato Della Valle, la Corte di Appello ha ribaltato la decisione del Tribunale di Pavia.

A Pavia hanno condannato Vitaly Markiv a causa di un forte pregiudizio. Noi siamo andati sul luogo del delitto e abbiamo invitato anche il Pubblico ministero a venire con noi per ricostruire dettagliatamente l’accaduto ma non è venuto. Come si vuole accertare la verità, con questo pressapochismo? Non riuscendo a trovare un movente, essendo Markiv amico dei giornalisti, sono arrivati a dire che lui, i suoi commilitoni e parte dell’esercito ucraino erano dei criminali di guerra. Io ho dovuto ricordare che Pavia non è Norimberga. L’accusa si è peraltro basata su quanto frettolosamente scritto dalla giornalista Ilaria Morani a fronte di un brevissimo colloquio telefonico che la stessa avrebbe captato, perché in viva voce, tra Markiv e l’amico giornalista Marcello Fauci appena dopo l’accaduto. Dunque, un articolo/ intervista incredibilmente interpretato/ a quale confessione stragiudiziale, con tanto di imprecisioni, erroneità e deduzioni che avrebbero dovuto portare l’inquirente e la Corte di Pavia a neppure considerarlo/ a quale indizio di colpevolezza.

Dunque un impianto accusatorio inesistente.

L’impianto accusatorio non stava in piedi: non sono riusciti neppure a dimostrare che Markiv fosse in servizio al momento della sparatoria. Non solo. Ciò che davvero ci ha come difesa rammaricato è stato il rifiuto da parte dell’accusa, ma anche della Corte di Assise di Pavia, di quegli accertamenti che potevano fin da subito evidenziare la infondatezza dell’imputazione a carico del soldato ucraino. Se, infatti, il sopralluogo nel territorio teatro del tragico evento poteva insuperabilmente confermare che Markiv non aveva modo di vedere, dalla sua asserita postazione, la comitiva di giornalisti e il taxi in cui la stessa viaggiava, il test balistico sul fucile in sua dotazione avrebbe potuto confermare l’inefficacia dell’arma a mirare e colpire soggetti a più di 1800 metri di distanza. La Corte di Assise Pavese aveva invece accettato come prova fonti aperte, fake news, video di dubbia attendibilità, non mancando di riportare in sentenza intercettazioni ambientali inesistenti.

La prova regina sarebbe stata una specie di confessione avvenuta in carcere.

Nella sentenza di condanna si legge che Markiv avrebbe pronunciato in carcere, nel colloquiare con il compagno di cella, la frase “abbiamo fottuto il giornalista”. Ebbene, la trascrizione integrale della telefonata – trascrizione chiesta in appello dal Procuratore Generale in quanto prova fondamentale a carico di Markiv ( sic) – ha dimostrato che le parole del soldato erano di ben altro tenore posto che Markiv non solo attribuiva ad altri l’uccisione di Rocchelli, ma evidenziava altresì il tentativo dell’accusa di incastrarlo per un delitto che non aveva commesso ( “nel 2014 è stato fottuto un fotoreporter, ma loro mi stanno cucendo addosso tutto”).

Lei è stato lo storico difensore di Enzo Tortora. La giustizia da allora è cambiata?

Il caso Tortora non ci ha insegnato nulla, anzi la situazione sta peggiorando: ci sono ancora dei magistrati bravi ma la maggior parte di quelli delle Procure fanno i processi basandosi solo su quello che dicono i carabinieri e i poliziotti. Loro invece dovrebbero essere i primi giudici a valutare se quello che gli presentano è credibile. Se una volta la separazione delle carriere era necessaria oggi con una Distrettuale Antimafia che ha i poteri massimi, diventa urgente approvarla. Il vero dramma poi è la stampa che è rimasta silente, fatta eccezione per il Dubbio, Libero e il Riformista.

Siamo stati bistrattati processualmente: il direttore di una grande testata ha difeso l’impianto accusatorio ma io non l’ho mai visto in aula né ha mandato mai un inviato. Chi è che detta la linea di quegli articoli? E poi la Procura deve cercare le prove a 360 gradi, non solo quelle di colpevolezza. Lei trova giusto che quando uno viene arrestato si fa una conferenza stampa in cui si schiera il Procuratore della Repubblica, il sostituto, l’aggiunto, il colonnello, il comandante, e nessuno si alza per dire che è ancora tutto da provare? In quel momento è già partito il processo!

 

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