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Equo compenso aggirato: così le grandi società schiavizzano ancora gli avvocati

Anziché rispettare le nuove norme sui pagamenti, le grandi società affidano il grosso delle liti a pochi legali liquidati a forfait: «Accettate o addio lavoro»
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Il Dubbio è il giornale promosso dall’avvocatura. Deve tutelarla. Vuol dire che deve tutelare ogni singolo iscritto all’albo, ogni avvocato che veda minacciata la propria dignità e la sacralità della propria funzione. Perciò qui non potremo fare nomi. Perché se il professionista autore della segnalazione riportata di seguito venisse individuato, pagherebbe a caro prezzo il proprio disgusto.

E basterebbe già questo. Basterebbe a spiegare il senso di una vicenda esemplare che riguarda l’equo compenso, la vulnerabilità di alcune sue norme, l’abuso del potere contrattuale che alcuni “committenti forti” continuano a consumare nonostante la legge del 2017 abbia introdotto un principio generale, non solo divieti.

E tra l’altro, nel caso specifico, la violazione è commessa da uno di quei committenti esplicitamente citati al primo comma della disposizione sulla dignità dei compensi (per essere chiari, all’articolo 13- bis primo comma della legge professionale forense): si tratta di una compagnia assicurativa. Ma non è il solo aspetto rilevante.

Il trucco fuorilegge di una compagnia straniera

Lo è ancor di più, forse, che la compagnia in questione sia straniera, e che, per venire subito al dunque, pur di sottrarsi agli obblighi della legislazione italiana abbia architettato il più vile dei marchingegni: ha stipulato una convenzione “segreta” con un ristretto numero di avvocati fiduciari, in modo da concentrare su di loro il maggior carico dei contenziosi, a un costo in apparenza vantaggioso per entrambe le parti, in realtà distorto proprio dall’enorme numero di affari affidati a ciascun professionista, il quale potrà evaderli, e ottenere così il compenso annuo stabilito a forfait, solo a condizione di sottopagare altri colleghi in condizioni di schiavitù, o di dividere con loro una somma inadeguata.

Il tutto a danno di altri 240 e passa avvocati fiduciari. Che avevano concordato una proposta meno indecente. E ai quali la compagnia ha pensato di lasciare solo le briciole: contenziosi dinanzi al giudice di pace e poco altro. Gli esclusi conservano, formalmente, il rapporto di convenzione. Accompagnato però dal retrogusto della beffa: incarichi rarissimi e per giunta retribuiti col vecchio e ormai illegale sistema del forfait, sopravvissuto proprio per le cause dinanzi ai magistrati onorari.

«Sanzioni d’ufficio a chi viola le norme», chiede il legale beffato

È, in sintesi, la dinamica della violazione. Il professionista che la segnala al Dubbio, fiduciario della compagnia in una città del Sud Italia, ne ricava la seguente morale: «Così com’è, la legge sull’equo compenso è violabilissima, almeno in casi come il nostro, per un motivo semplice: chi la calpesta non è perseguibile d’ufficio. Nel caso specifico, i colleghi, i pochi colleghi scelti dalla compagnia in una platea di fiduciari convenzionati in modo inappropriato, hanno sì accettato lo schiavismo mascherato da oligopolio, ma non è che avessero molta scelta. Se avessero rifiutato, la compagnia avrebbe trovato altri, e quei pochi sarebbero adesso nelle nostre condizioni: a mani vuote».

«Se un committente forte viola la legge sull’equo compenso», fa notare l’avvocato che racconta la storia al Dubbio, «deve essere sanzionato dall’Ivass o da altro ente anche se il professionista, per motivi di necessità, accetta la convenzione fuorilegge e non si rivolge al giudice. Se non si procede così, assicurazioni, banche, grandi imprese e le stesse pubbliche amministrazioni continueranno ad approfittare dello stato di difficoltà di noi avvocati».

Il professionista che ha deciso di segnalare la vicenda si chiede: «Come si può promulgare una legge contro i poteri forti senza prevedere sanzioni per coloro che cercano di aggirarla? È inevitabile che alcune delle grandi imprese, forti dei loro mezzi, pur di non applicare la legge studino, cerchino e trovino il modo per non rispettarla. Che poi una di queste sia anche una compagnia straniera che opera e guadagna fior di quattrini nel nostro Paese», dice con amarezza l’avvocato, «è ancora più grave. E allora mi chiedo, a prescindere dal caso di specie: è questo il rispetto che viene riservato alle istituzioni italiane e alle leggi dello Stato italiano?».

La prima mossa del trucco: «Equo compenso va rispettato…»

Nello specifico i passaggi della storia sono i seguenti. Diversi mesi dopo l’entrata in vigore della normativa sull’equo compenso, cioè a metà 2018, la compagnia straniera operante in Italia sollecita una nuova convenzione agli avvocati propri fiduciari. Si tratta di numerosi professionisti disseminati in tutta Italia, una consistente parte dei quali sottoposta a una precedente convenzione capestro. Epperò la compagnia non convoca, come aveva sempre fatto, i legali fiduciari per discutere della questione. Avvia una pseudo trattativa via mail con ognuno di loro. A ciascuno chiede di avanzare una proposta alla compagnia sulla base del neointrodotto articolo 13- bis secondo comma della legge professionale, secondo cui la retribuzione dovuta da un “committente forte” al singolo avvocato per ogni singola controversia deve essere conforme ai parametri forensi.

Gli avvocati della compagnia inviano le loro proposte. Passa un bel po’ di tempo, circa 6 mesi. La società risponde in modo spiazzante: «Ecco la nostra migliore offerta». È migliore davvero. Migliore di quasi tutte le proposte avanzate dai fiduciari. Compensi tarati sui parametri medi quando si vince o si riesce a transare, ridotti del 50 per cento, cioè al massimo, negli altri casi. I legali leggono la mail e stentano a crederci. Aderiscono. Parte la nuova convenzione, che involge persino gli incarichi già assegnati ai fiduciari alla data della sottoscrizione.

Accordo segreto (e illegale) con pochi avvocati fiduciari

Finalmente i professionisti cominciano a fatturare per il lavoro svolto secondo un equo compenso. Intanto però le commesse si diradano. Sempre di più. Iniziano le indagini da parte degli avvocati. Si scopre che nel silenzio la compagnia ha individuato pochi difensori tra quelli coinvolti nella convenzione. Concentra su di loro la gran parte degli affari legali da trattare. Un carico mostruoso, che un singolo avvocato in un anno non smaltirebbe manco se rinunciasse al sonno. Il compenso non è a singola causa, ma a forfait. Con un trucco grazie al quale la compagnia può tornare a riconoscere una retribuzione in realtà non equa: garantisce, ai pochi fiduciari individuati, un numero di incarichi annui prestabilito. Beneficio mai concesso in passato ad alcuno dei difensori convenzionati.

Lo schiavismo professionale di ritorno

Clamorosa violazione della legge sull’equo compenso, che non consente simili giochetti. Ma c’è poco da fare: i pochi fiduciari “fortunati” guadagneranno molto. Certo, visto che non possono lavorare pure di notte, dovranno girare gran parte del carico a collaboratori di studio e altri colleghi magari giovani. Dovranno probabilmente sottopagarli, se non vorranno avere ricavi modesti. Ecco l’utilizzatore finale della fregatura: il collaboratore del fiduciario; o il fiduciario stesso, se avrà la correttezza di non sottopagare il collaboratore, e in ogni caso i suoi colleghi esclusi dalla pseudo- pacchia. «A noi altri hanno lasciato solo giudici di pace e qualche avanzo», appunto.

Ecco cos’è l’equo compenso senza procedibilità d’ufficio: una prateria per gli schiavisti del lavoro intellettuale. Ed ecco perché la condotta fuorilegge di ineffabili committenti, ricchi, stranieri o nostrani, che approfittano delle difficoltà dei professionisti, merita una risposta politica complessiva forte. Capace di innalzare a difesa degli avvocati e di tutte le categorie ordinistiche un muro sull’equo compenso come su tutto il resto.

 

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