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Sospiri, attese, languori: addio al rito della cena fuori

Tutti a casa alle 18: il tête-à-tête è solo d'asporto
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Un tempo le sei segnavano la fine del lavoro e via, tutti liberi verso certi mortiferi aperitivi in centro in cui si sperava ancora di incontrare qualcuno, in cui tutti speravano di incontrare qualcuno, single, fidanzati, sposati, divorziati, vedovi. Tornare dritti a casa era la sconfitta cui poteva seguire soltanto severa e pensosa accettazione della propria solitudine o lambiccate giustificazioni sanitarie – oggi mi pulsavano le tempie, forse ho preso freddo, di nuovo lo stomaco sottosopra – promesse di un domani cavalleresco, salubre e tutto da recuperare. Se invece l’incontro era già nell’aria e non mancava che di un suggello, ecco spalancarsi il mondo delle cene. Ore otto, otto e trenta, nove o nove e trenta, a seconda della stagione e della latitudine, ma nessuna regola se non il fascino reciproco per il copione della conclusione – oggi attenzione alla mezzanotte che incombe la mannaia di Cenerentola, principessa che si trasforma in multa.

Prenotazione in canna ora come allora, il ti prendo io o ci troviamo lì dilemma gravido di tutte le future schermaglie d’amore, qualche simpatica battuta sull’acqua naturale o frizzante ripetuta identica dalla terza superiore e dolce la lettura del menù, primo argomento comune di una relazione tutta da costruire. Oggi tutto è cambiato. Andrà tutto bene? I primi a capire di no sono i soli, costretti a uno slalom tra i turni di lavoro, chi ancora ce l’ha, per capire quando, quando, quando si potrà trovare la fascia oraria adeguata per sperare di poter tornare a casa a scambiare qualche tenerezza con qualcuno che non sia il cane. O il gatto, già più imprevedibile come partner. La merenda è oggetto di dibattito. Il pranzo è problematica complessa che richiede diverse competenze per essere analizzata adeguatamente.

Arriva lo storico a ricordare come una volta da Statuto dei lavoratori ci si poteva permettere la mezza porzione alla trattoria sotto l’ufficio e da cosa poteva ancora nascere cosa. Il sociologo che divide imperiosamente il mondo in due: prima delle quattro di pomeriggio le amanti, dopo le cinque le mogli, quell’ora di sosta si cercava di rammendare l’una vita all’altra, ma questo è già lo psicologo. Il gelato questione che richiede apprendimento. La colazione controversia cosmica. Menomale c’è la tecnologia! Ma da Tinder a Immuni il passo non è breve, quindi quale app giusta per rimorchiare in tutta sicurezza?

Certo la bellezza amara dello scartare foto di mostri nudisti e conservare invece le più adorabilmente ritoccate per incontri rapinosi o – non si sa mai – una futura vita insieme non è possibile nella fredda interfaccia di Immuni. Dell’adescamento e dei misteri d’amore vi rimane la fredda garanzia di non aver incrociato appestatori funesti o di poter evitare lo stalker che ci segue dalle scuole medie. Faremo allora all’antica, i numeri varranno pure a qualcosa. Fatto è che gli incontri con sei persone limitano non solo la fantasia, quanto il ventaglio delle possibilità. E tutto ormai si trova a dipendere dalla salute, ogni scelta sessuale, sociale, gastronomica – anche nel senso del cosa portare in tavola.

Ma l’amor mio non muore e quindi possiamo ancora sperare che il sentimento coincida con la sanità, il trasporto amoroso con il sierologico, la poetica del corteggiamento con un anticorpo negativo. Da protagonisti di una civiltà nuova, ricordiamo con languore la vecchia. C’era l’amato Gustavo che non si può più incontrare perché ancora incastrato tra primo e secondo tampone. C’era il bell’Antonio ora sparito in quarantena cautelativa perché tiene tanto al prossimo compleanno della mamma novantenne, cui vorrebbe partecipare senza mandarla al creatore. Che dire dell’intellettuale Giulio ormai scomparso in casa gonfio di ipocondria da nove mesi, pur avendo le analisi di un neonato da olimpiadi? E come finirà quella storia appena cominciata con Maria, la conturbante Mary, che non può venire a cena da quando s’è convinta che a mangiare solo semi di piante esotiche e radici da monaco, introvabili in lockdown per un complotto ambiguo dei trappisti, si campa cent’anni?

L’unica diversità è quindi, nel semi-lockdown, che dall’alto della castità si può almeno fantasticare l’incontro con qualche commensale che di solito non avresti invitato mai ma che, in assenza di qualunque alternativa, hai rispolverato dalla rubrica degli amici delle medie, dai gruppi whatsapp di fanatici del pulito o dagli amici del calcetto del tuo ex che in realtà a calcetto non andava mai. O un tête- à- tête con un allergico, che non avresti invitato mai manco lui e invece a sorpresa si presenta da te, ti costringe a chiudere il cane in terrazzo e ti sciorina le sue paranoie su pustole, disastri alimentari, scoperte di miracolose cure a base di fieno. O un amore con l’ipocondriaco, che hai conosciuto nei gruppi di autoaiuto e ti prepari a rivedere nel 2045 per trascorrere una vecchiaia serena a parlare di malattie possibili, le sue. Così, costretti alla solitudine, a tavola conviene impratichirsi nella cucina da chef per impegnare il tanto tempo che resta e non essere costretti ad ascoltare l’eco dei nostri stessi passi.

Cercare cioè di passare giusto quattro ore, quelle fino alla mezzanotte, per cucinare l’uovo sodo perfetto, la pernice con la ricetta rinascimentale o specializzarsi in cotture medie di petti di pollo appassiti e ritrovati in fondo al frigo, che bisogna affrettarsi a consumare prima che ci vengano a cercare. E se comunque la solitudine morde l’anima con rimorsi e scenari apocalittici, con i rimpianti dell’amato mollato a pochi giorni dal matrimonio o dell’amata tradita con sua sorella, si può sempre sperare di corrompere il runner di Justeat, convincerlo a posare il borsone giallo e passare insieme una serata sognante a lume di risparmio energetico pagandogli il mancato introito e raccomandandosi di ricordarsi di noi per quell’impiego in Deliveroo. O si può accettare di essere soli. Soli, ma almeno ancora innamorati dell’amore.

 

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