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Ben Fountain: «Trump o non Trump, l’America è una nazione in fiamme»

Il pessimismo dello scrittore statunitense: «Siamo divisi da conflitti e disuguaglianze, come fu durante la guerra civile e la Grande depressione»
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«Di fronte alle crisi delle loro rispettive epoche, Lincoln e Roosevelt esortarono la nazione ad aggrapparsi a un’idea di sé più ampia, a estendere il campo del principio di uguaglianza di Jefferson e del significato di vera libertà per un essere umano. Le reinvenzioni portate avanti da quei due presidenti possono e devono essere considerate atti morali, ma sono prima di tutto atti pratici: la sopravvivenza della nazione era in fiamme: la prima volta nel vero senso della parola, la seconda per fortuna più metaforicamente. Viene da chiedersi che tipo di fiamme ci attendono nell’epoca di Trump».

Nel richiamare alla memoria i due presidenti che dovettero traghettare l’America attraverso le sue due maggiori crisi identitarie, ovvero la sanguinosa guerra civile combattuta per porre fine alla schiavitù e la Grande Depressione che dette innesco al New Deal, lo scrittore statunitense Ben Fountain evidenzia quanto il governo di Donald Trump rappresenti uno dei momenti più delicati della storia americana, un punto di svolta apicale. Originario di Dallas, in Texas, e autore della raccolta di racconti «Fugaci incontri con Che Guevara» (Spartaco, 2011) e del romanzo «È il tuo giorno, Billy Lynn!» (minimum fax, 2012), nonché firma del «Guardian», Fountain ci offre con questo suo nuovo libro, «America brucia ancora» (minimum fax, 2020), un accattivante e partecipato reportage sulla campagna elettorale del 2016, conclusasi con la vittoria per molti inaspettata e turbolenta di Trump. Una storia, in questi giorni, destinata a ripetersi?

Fountain, lei ha scritto che «Trump, in ultima analisi, è un agente immobiliare. Lui vende». Trova che abbia avuto successo nel suo tentativo di costruire una fantasia, nel mondo reale, con sé stesso nelle vesti di protagonista?

Ha avuto uno straordinario successo. L’attività immobiliare si basa fortemente sull’arte del marketing, ovvero sul creare la fantasia di vivere nel lusso supremo e nel comfort, associando poi tale fantasia alla vostra. In questo mondo si è formata la sensibilità di Trump, che ha applicato la formula della fantasia per costruire un’immagine della sua vita – una vita “perfetta” di ricchezza e piacere inimmaginabili – assurta a firma del suo “brand”. L’uomo e il brand sono diventati una cosa sola. Anche quando i suoi casinò sono andati in bancarotta e il suo impero immobiliare ha vacillato, egli ha mantenuto la facciata esterna di tale fantasia. Potreste dire che “l’arte” della vendita gli abbia permesso di librarsi sopra la realtà e “l’arte” (!) del suo spettacolo, The Apprentice, gli abbia consentito di salire ancora più in alto, direttamente alla Casa Bianca. La realtà, tuttavia, è più forte di noi. Anche maestri nel vendere illusioni della caratura di Trump atterrerano prima o poi sulla dura realtà, o per i propri errori o per circostanze esterne, o anche per entrambi i fattori, come sembra accadere per la gestione di Trump della  pandemia.

A suo avviso, l’ideale di diffusa prosperità – che costituiva l’obiettivo del New Deal – è ora definitivamente compromesso?

Sì, e tutte le statistiche lo dimostrano: il livello di diseguaglianza della ricchezza ha raggiunto negli Stati Uniti livelli che non vedevamo da più di cento anni. Non è come se gli Stati Uniti fossero diventati un Paese povero: al contrario, questo Paese non è mai stato più ricco o produttivo. Negli ultimi quaranta anni, tuttavia, a partire dalla “Rivoluzione Reagan”, ha avuto luogo una tremenda redistribuzione delle ricchezze in direzione degli strati più ricchi della società, mentre le fortune delle classi lavoratrici e medie sono rimaste stagnanti sin dalla fine degli anni Settanta. La gente comune ora sta lottando solo per fornire l’essenziale alle loro famiglie – istruzione, assistenza sanitaria, risparmi per la pensione, e così via – mentre, con il Covid-19, anche le necessità più elementari, come cibo e riparo, stanno diventando una sfida. Il New Deal ha dimostrato che possiamo ottenere una società caratterizzata da una prosperità ampiamente condivisa, compatibile con il capitalismo. Si tratta di un modello utile per la politica americana, cui dovremmo prestare maggiore attenzione.

Lei ha sottolineato che «la carriera della Clinton è emblematica degli ultimi trentacinque anni di politica dei Nuovi Democratici». La cosiddetta Terza Via ha in qualche modo favorito l’ascesa di Trump alle scorse elezioni? 

Le politiche della Terza Via sono state all’origine di frustrazioni economiche e difficoltà, nonché di quel risentimento diffuso che ha spianato la strada verso il potere a un demagogo come Trump. Quello che entrambi i Clinton e i Nuovi Democratici hanno promosso era un’agenda di stampo neo-liberista del capitalismo di libero mercato combinato con politiche sociali di tipo liberale. In pratica, il progetto della Terza Via era particolarmente ostile ai sindacati, alle regolamentazioni anti-monopolio e alla vasta gamma di programmi che comprendono la rete di sicurezza sociale e garantiscono norme minime decenti per il benessere generale del Paese. Quando i Repubblicani andarono al potere, le cose per i lavoratori peggiorarono. Anche quando i Nuovi Democratici erano al governo, le cose per i lavoratori volsero al peggio, ma non tanto rapidamente quanto con i Repubblicani. Quaranta anni dopo, i lavoratori si guardarono intorno e compresero di essere stati fregati, sentendosi a ragione arrabbiati e traditi. Le privazioni alimentano il risentimento, dando vita a condizioni perfette per essere sfruttate da qualcuno come Trump, che lo ha fatto con suprema abilità.

Da Nixon a Trump – che lo ha sfoderato dopo i disordini che hanno seguito l’assassinio di George Floyd –, lo slogan “legge e ordine” è stato sempre molto utilizzato. Quanto fa leva sull’elettorato americano?

La storia mostra come la linea “legge e ordine” è stata tremendamente efficace nel guadagnare il sostegno di larga parte della popolazione americana. Il partito Repubblicano vi sta ovviamente facendo affidamento anche in queste elezioni. Ciò è evidente non solo per quanto riguarda la campagna di Trump, ma anche negli annunci televisivi a favore dei candidati repubblicani locali, cose assolutamente ridicole come pubblicità in cui il volto del candidato democratico si sovrappone a immagini di edifici dati alle fiamme ed episodi di violenza di strada. È ridicolo, o lo sarebbe se non fosse che certe persone sono molto suscettibili a questo tipo di spazzatura. Resta da vedere se ciò rappresenterà un fattore determinante in questa tornata elettorale. Ho la sensazione che gran parte della generazione più giovane non stia cadendo preda della vecchia linea “legge e ordine”. Si spera che i nonni e i genitori saranno saggi e intelligenti come i ragazzi.

«L’allarmismo può essere una mossa azzeccata per la carriera di un politico o di un mezzobusto televisivo». Il legame tra il governo americano e la NRA (National Rifle Association) è destinato a diventare sempre più stretto?

Si tratta di una questione aperta. A causa delle divisioni interne e degli scandali, il profilo della NRA si è leggermente ridimensionato negli ultimi due anni, anche se continua ad avere un grande ascendente sulla politica. Una cosa è chiara: l’NRA e il Partito Repubblicano sono estremamente legati. La loro prosperità e la loro influenza crescono e declinano insieme: nella misura in cui i Repubblicani saranno al potere, l’NRA continuerà ad avere un’influenza tremenda sulla vita politica americana. In contrasto a ciò, diversi sondaggi di opinione mostrano che la stragrande maggioranza degli americani preferisce controlli delle armi molto più severi di quelli attualmente esistenti. C’è un motivo: la regolarità delle sparatorie di massa – ve ne sono due o tre a setimana, così frequenti che ormai non trovano più neanche spazio nelle news nazionali – ha nel tempo penetrato la coscienza comune, nonostante la propaganda disinvolta promossa dall’NRA. Realtà contro fantasia. È una battaglia senza fine.

Che cosa intendiamo con il termine Southern Strategy e come esso sta influenzando le politiche di Trump?

Il grande patto faustiano della politica americana – il patto con il diavolo, per così dire –, quando nel 1968 Nixon e il Partito Repubblicano decisero che la loro strategia per vincere negli Stati del Sud sarebbe dovuta essere incentrata su appelli razzisti agli elettori bianchi disincantati dalle conquiste del movimento per i diritti civili. Un “patto” cinico, premeditato, come ampiamente testimoniato dalla documentazione storica: non è affatto un segreto. La Southern Strategy si è dimostrata piuttosto efficace anche nel Nord, troppo, e troppo spesso utilizzata anche dai Democratici, come confermato da Bill Clinton nel 1992, quando pronunciò un discorso infame a Stone Mountain, in Georgia, sede di un enorme monumento in onore della Confederazione, parlando di … “legge e ordine”. Di solito, gli appelli razzisti sono espressi in codici non troppo sottili, come quando si invocano “legge e ordine”, si criticano “le regine del welfare” o si manifesta contro i “trasferimenti forzati” a integrazione delle scuole pubbliche. Trump, come sappiamo, ha spazzato via il codice e adopera un tipo di retorica apertamente razzista, scomparsa dalla scena nazionale da quando George Wallace si candidò alla presidenza nel 1968.

Lei ha scritto che «quando si arriverà al voto le persone ragionevoli lasceranno perdere le scemenze di Trump e voteranno per un candidato vero». Pensa che sia quanto avverrà a queste elezioni presidenziali?

L’ho scritto davvero? Ero ubriaco? Oh, aspetti, ho capito, si tratta delle “persone ragionevoli” di cui mi stavo occupando nel libro. Beh, sì, “persone ragionevoli”: le persone che usano il proprio cervello, le proprie emozioni e le proprie esperienze di vita per vedere il mondo così com’è realmente dispongono, a questo punto, di prove a sufficienza per concludere che Donald Trump è stato un presidente disastroso, e la sua risposta al Covid-19 ce ne ha fornito la prova definitiva. Prevedo che Joe Biden vincerà il voto popolare con un margine notevole – supponendo che i voti siano conteggiati correttamente – ma se tale presunta vittoria si tradurrà poi in una vittoria effettiva nel Collegio Elettorale anacronistico rimane una questione tuttora aperta. Sarebbe meglio parlarne la prossima settimana!

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