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«L’Europa dei diritti si fonda soltanto sul giusto processo»

Estradizione e mandato di arresto europeo, uno studio sulla giurisprudenza della Corte d’Appello di Bologna
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Presentati lunedì i risultati dell’indagine statistica effettuata dall’Osservatorio Europa della Camera Penale di Bologna “Franco Bricola”, Fondazione Forense Bolognese ed Eurispes sulla giurisprudenza della Corte d’Appello di Bologna negli anni 2006- 2019, relativa al mandato di arresto europeo ( Mae) ed estradizione. L’incontro online è stato patrocinato dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi).

Secondo l’avvocato Elisabetta d’Errico, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna, e l’avvocato Roberto d’Errico, Presidente della Camera Penale di Bologna, la forza di questo studio consiste «nell’attualità della tematica» e «nella concretezza di un lavoro basato su dati scientifici nella scia di una collaborazione storica tra l’Eurispes e l’Ucpi». L’obiettivo della indagine – come ha spiegato l’avvocato Donatella Ianelli, Responsabile Osservatorio Europa Camera Penale di Bologna, – è quello non solo di poter confrontarsi con una materia «che va ad incidere nella fase esecutiva ed attuativa della pena in ambito europeo ed internazionale, ma anche quello di aprire un confronto con la magistratura e con l’accademia, affinché l’Europa dei diritti si costituisca come tale nel rispetto pieno degli stessi attraverso la prassi del processo giusto, del rispetto dell’individuo, in consonanza con i diritti fondamentali Cedu». Il contesto entro cui ci si muove è quello di un attento esame della autorità Giudiziaria che avalla o meno la richiesta proveniente da uno Stato Europeo ( Mae) o da altro Paese estero ( Estradizione). Il Mae – si legge nella sintesi del rapporto illustrato dalla dottoressa Raffaella Saso, Vice Direttore Eurispes, e pubblicata sul sito della Camera penale bolognese – «costituisce la prima concreta applicazione nell’ambito penale del cosiddetto principio del riconoscimento reciproco, fondamento della cooperazione giudiziaria». Pertanto tra i criteri che lo rendono legittimo c’è quello che deve garantire «l’assenza di rischio per il soggetto estradato di essere sottoposto a pena di morte, tortura o altre pene o trattamenti inumani o degradanti». In questi casi, per fornire le prove, la strada migliore è «presentare le relazioni della autorità governative, della Cedu, o del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura», ha spiegato l’avvocato dell’Osservatorio Simone Trombetti. Entrando nel vivo nei numeri per quanto concerne il Mae, «da un numero iniziale del 2006 di poco più di una decina si è passati a un numero sempre più elevato che si avvicina ai 50 Mae nell’anno 2019, con un accoglimento complessivo pari al 64 per cento» ; riguardo le estradizioni «da un numero iniziale nel 2006 di quattro richieste si è arrivati ad un numero che supera le 20 richieste nell’anno 2019, con un accoglimento complessivo intorno all’ 80 per cento». I soggetti sottoposti ad una procedura di richiesta di consegna per Mae “processuale” o per Mae “esecutivo”, «tra il 2006 ed il 2019, nell’ambito regionale, sono stati 369. La nazionalità del Mae, cioè lo Stato europeo che lo emette, è in quasi la metà dei casi rumena ( 48,9%)». Come ha sottolineato l’avvocato Nicoletta Garibaldo dell’Osservatorio, «le autorità rumene utilizzano il Mae per tutti i tipi di reati, compresi quelli bagatellari, come la guida in stato di ebbrezza» .

 

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