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«Va evitato un nuovo lockdown, sì a restrizioni dove il rischio è più alto»

Parla Mauro Pistello, direttore dell'Unità operativa di Virologia presso l'Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana e vice presidente della Sim
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«Bisogna assolutamente scongiurare un nuovo lockdown: quello di marzo è già stato devastante per l’economia e ora un altro potrebbe provocare notevoli contraccolpi sul piano economico e psicologico». È chiarissimo il professore Mauro Pistello, direttore dell’Unità operativa di Virologia presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana e vice presidente della Sim – Società italiana di Microbiologia.

Professore come interpretare questo aumento dei contagi? Era previsto?

Si, lo era. Si sa che questi virus hanno un andamento stagionale. Durante l’estate non spariscono o vanno in letargo: semplicemente si trasmettono di meno e la gente si ammala di meno. Per ragioni non ancora ben comprese in inverno non solo si è più suscettibili all’infezione ma se la si contrae ci si ammala anche di più. Se noi confrontiamo i casi attuali con quelli della scorsa primavera, ovviamente tra marzo e maggio ne avevamo molti di più. È cambiato semplicemente il sistema di screening. Nei mesi primaverili si analizzavano solo i soggetti sintomatici, oggi a fronte di un soggetto positivo si esaminano i contatti del soggetto indipendentemente dal fatto che essi mostrino sintomi o meno. In questo caso si intercettano quindi anche i soggetti asintomatici che sfuggivano con il precedente sistema di screening.

Quali misure dovrebbero essere messe in atto per scongiurare un lockdown a Natale?

Ora è essenziale mettere in atto un controllo il più capillare possibile. Poi secondo me è giusto che ci sia anche una sorta di richiamo ai comportamenti virtuosi assunti a marzo ed aprile. Per non affossare la stagione estiva c’è stata più tolleranza ma ora è necessario tornare ai livelli di attenzione precedenti. Io non vorrei mai arrivare ai blocchi, alle chiusure perché ci sarebbero dei notevoli contraccolpi anche psicologici. È chiaro che però in qualche modo bisogna contenere i contagi, mantenendo le distanze e indossando le mascherine.

Il Governatore della Campania De Luca ha messo subito in atto misure più restrittive rispetto a quanto previsto nell’ultimo Dpcm. Qual è il suo parere in merito?

Secondo me la situazione va in qualche modo calata in ambito territoriale. Se le loro strutture sanitarie sono già piene e non riescono ad accogliere tutti i malati è chiaro che si mette in atto una misura che può anche sembrare draconiana dall’esterno. A parer mio si devono adottare due strategie: la prima è quella di ricordare i comportamenti virtuosi; poi ci sono situazioni dove, con il rischio di infezioni più alto e con più malati, si può andare oltre le disposizioni previste a livello nazionale. Io personalmente sono contrario al lockdown così come lo abbiamo vissuto la scorsa primavera: dal punto di vista economico è stato un massacro che probabilmente è costato molto dei fondi utilizzati per la gestione del covid. Poi la scuola rappresenta un momento formativo fondamentale per i bambini e i giovani di cui non possiamo fare a meno. Bisogna lavorare per il futuro e restituire alle persone una vita normale.

Due giorni fa un articolo di The Lancet ha sostenuto che pensare di arrestare il Coronavirus raggiungendo l’immunità di gregge è un errore pericoloso. Lei è d’accordo?

Per alcuni virus l’immunità di gregge funziona e non è un caso che sia uno dei capisaldi della vaccinazione di massa. Se non riusciamo a vaccinare tutte le persone ma con questa creiamo un livello di protezione sufficientemente elevato, riusciamo ad impedire al virus di trasmettersi, mantenendo alta la soglia di soggetti immuni. Però non credo che funzioni per i virus SARS- CoV- 2, così come non funziona per molti virus respiratori: si trasmettono in modo molto efficace e danno infezioni di breve durata. Per quanto concerne l’attuale virus, ammesso che ci sia, occorrerebbe una immunità di gregge protettiva che per svilupparsi necessita di anni: dovremmo raggiungere almeno l’ 80% di soggetti esposti al virus. Può darsi che si ottenga con il vaccino, qualora funzioni e ci fornisca una protezione duratura.

Secondo lei il tracciamento dei contagi funziona?

Per quello che posso vedere nel nostro territorio funziona abbastanza bene. L’aspetto sul quale non siamo molto preparati è che a fronte della domanda di test il personale che li esegue e li analizza è insufficiente e abbiamo ridotte scorte di reagenti per l’analisi a fronte di una domanda mondiale che supera l’offerta.

I test rapidi sono efficaci?

Il problema è che hanno una sensibilità molto inferiore rispetto ai test molecolari. Sicuramente i test rapidi sono comodi per intercettare i soggetti che hanno tanto virus e che sono probabilmente quindi più contagiosi, senza che questo implichi necessariamente che queste persone abbiano dei sintomi. Dal punto di vista di screening, anche nelle scuole per esempio, certamente rappresentano una possibile risposta, probabilmente non ottimale. Per il fatto che hanno sensibilità ridotta se vogliamo capire se il soggetto è realmente infetto purtroppo non abbiamo ancora alternative al test molecolare.

Secondo lei ci sono molti più contagiati rispetto alle stime attuali?

Rispetto a marzo ed aprile sicuramente i numeri attuali dei contagiati si avvicinano di più a quelli effettivi. In quel periodo avevamo dei numeri che probabilmente erano solo un decimo di quelli reali perché vedevamo solo i soggetti malati. Ora è chiaro che anche adesso una quota sfugga però in una percentuale che si avvicina al 20%. In effetti manca un controllo sistematico: sicuramente con uno screening capillare ci si potrebbe avvicinare di più al dato reale.

 

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