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Stefani: «Virus prodotto in laboratorio? Facciamo parlare la scienza…»

Stefania Stefani, nuovo presidente della Società italiana di Microbiologia (Sim), risponde alla teoria di Giorgio Palù
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La professoressa Stefania Stefani, professore ordinario di Microbiologia presso l’Università di Catania, è il nuovo presidente della Società italiana di Microbiologia (Sim). Con lei analizziamo la situazione attuale dell’emergenza sanitaria.

Qual è il suo giudizio sull’andamento dei contagi?

Ad oggi è possibile dire che il virus stia circolando su tutto il territorio nazionale, in parte in relazione all’aumento delle attività di screening, in parte per comparsa di sintomi. In questo momento, ci sono, nel nostro Paese, diversi focolai attivi sia d origine domiciliare che scolastica. L’accelerazione e il progressivo peggioramento dell’epidemia dipendono tanto dalla prevenzione quanto dai nostri comportamenti: evitare luoghi di aggregazione e rispettare le norme quali uso della mascherina, distanziamento sociale e lavaggio delle mani.

Cosa abbiamo imparato in questi mesi sul virus? Ad esempio è mutato?

SARS- CoV- 2 è entrato nelle nostre vite il 9 gennaio 2020. Da quel momento, la macchina della conoscenza scientifica ha avuto una evoluzione rapidissima. Nonostante questo, siamo solo all’inizio delle nostre conoscenze intorno al virus e all’infezione. Quello che posso dire è che ad oggi sono disponibili più di 75.000 sequenze di genomi virali di SARS- CoV- 2 e nonostante che siano state identificate diverse mutazioni, molte di esse sono silenti, cioè senza nessun effetto sulla biologia del virus. Alcune di esse sono a carico della proteina S, vicino al dominio di legame del virus, ma anche in questo caso non è ancora noto se vi siano alterazione delle funzioni rispetto al legame col recettore.

Roberto Rigoli, direttore del centro di microbiologia di Treviso, ha proposto di considerare negativa una persona positiva al covid con una bassa carica virale. Lei è d’accordo?

Una diagnosi rapida è cruciale per controllare la diffusione del virus e il test molecolare per la ricerca dell’acido nucleico virale è considerato il gold standard. Ad oggi, la gran parte dei saggi molecolari è basata su una metodica molto sensibile, il cui risultato positivo può essere dovuto sia alla presenza “attiva” del virus, sia alla presenza del solo acido nucleico virale ( cioè alla forma non- infettiva). Inoltre, aggiungerei altre due variabili: 1) l’estrema variabilità del campionamento ( come è possibile partire sempre dalla stessa quantità di materiale?); 2) esistono almeno 370 diversi test commercializzati. Da quanto detto, e non conoscendo a quale metodologia si riferisca il Collega Rigoli, direi che i test molecolari sono generalmente qualitativi e possono in qualche caso dare un’indicazione “grossolana” della carica del virus. Dati preliminari, al momento limitati, potrebbero darci l’opportunità di usare alcune metodiche molecolari come surrogato dell’effettivo stato di infettività.

Tampone, test rapido, sierologici: secondo la Sim qual è il miglior modo per tracciare il contagio? Dovrebbero essere fatti più tamponi?

In un recente articolo in corso di stampa (autori: Antonelli, Stefani, Pistello) abbiamo fatto diverse riflessioni sui test molecolari per la ricerca diretta del virus, sulla ricerca dell’antigene virale e sui test sierologici. Al test di laboratorio rimane il ruolo di riconoscimento dell’agente eziologico, della sorgente infettiva, nonché della responsabilità di “recidere” la via di trasmissione. Probabilmente l’applicazione combinata di più metodologie, soprattutto se rapide, sarà risolutiva nel migliorare il modo di tracciare i contagi.

Si torna a parlare dell’origine del virus. Il professor Giorgio Palù in una intervista che ha rilasciato a Il Dubbio, qualche giorno fa, ha sostenuto che il virus potrebbe essere stato prodotto in laboratorio. Qual è il suo parere in merito?

Ancora una volta farei parlare i risultati degli studi di ricercatori di tutto il mondo che, per ovvi motivi, non possono essere esaustivi e dare quindi una risposta certa alla sua domanda. Ciò che sappiamo è che SARS- CoV- 2, pur essendo correlato ad altri SARS- CoV, è da essi distinto per varie caratteristiche. La comparazione di sequenze ha dimostrato alte percentuali di similitudine con altri virus del pipistrello e del pangolino. Le differenze maggiori si ritrovano nella sequenza della proteina S, di cui parlavamo prima. In particolare, una mutazione a carico di questa sequenza genera un sito non osservato in nessun altro virus correlato, e ha invece similitudine con un sito simile di un coronavirus dei pipistrelli, facendo quindi ritenere questa acquisizione la naturale evoluzione da quel coronavirus animale. Tutto il resto è ancora da dimostrare.

Secondo lei una quarantena di 10 giorni e con un tampone molecolare alla fine per i casi positivi asintomatici (come previsto dal nuovo Dpcm) è una soluzione adeguata?

Come ben precisato nella domanda, il cambiamento delle regole varrà per le persone in quarantena fiduciaria che abbiano avuto contatto stretto con un positivo e per i positivi asintomatici. Costoro potranno usufruire dei 10 giorni e se negativi al singolo tampone negativo, potranno uscire. Per i sintomatici positivi restano i 14 giorni di quarantena, dopodiché se seguiranno 3 giorni senza sintomi, potranno rifare il tampone e se negativo uscire. Ricordo che recenti importanti risultati suggeriscono che l’infettività del virus è alta nella prima settimana di malattia e declina dall’ottavo all’undicesimo giorno post inizio sintomi. La diminuzione precede la clearance del virus che avviene all’interno delle due settimane canoniche dall’inizio dei sintomi. A questo ci sono eccezioni: in alcuni pazienti la positività del test molecolare è arrivata anche a 50 giorni dall’inizio dei sintomi. Ma queste sono eccezioni. Condivido la posizione del Cts, soprattutto se si lavora di anticipo nel circoscrivere i focolai.

Qual è il suo parere sulla comunicazione scientifica durante l’emergenza Covid?

Il mio parere su questo aspetto ricalca il comportamento tenuto da Sim: la ricerca, la diagnostica, e conseguentemente la comunicazione della scienza, non può che avvalersi dei dati, anche se non definitivi, anche se a volte non ancora in grado di dare risposte esaurienti. Solo su risultati sperimentali rigorosi e verificati si può fare comunicazione seria.

 

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