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Le discese ardite di Renzi e Salvini vittime della sindrome del 40 per cento

L’ex premier e il leader leghista sembrano condividere lo stesso destino prima il successo clamoroso e, in breve tempo, un crollo inesorabile
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Appena pochi mesi fa sarebbe apparsa come pura fantascienza. Invece a poco più di un anno dai trionfi delle europee e dei sondaggi stratosferici Matteo Salvini, il leader che aveva salvato la Lega da morte certa e la aveva portata ben oltre i massimi storici, rischia grosso. Rischia nella coalizione. Rischia addirittura nel suo stesso partito. Da re Mida politico si sta trasformando per tutti in un problema da risolvere. Un ostacolo.

Ma davvero nessuno lo aveva previsto? No, qualcuno aveva invece previsto la parabola discendente ben prima che iniziasse davvero: Matteo Renzi. Un profeta? No, è solo che aveva qualche strumento in più degli altri, avendo percorso in precedenza una via crucis molto simile. Non era neppure stato il primo. Era toccato già a Mario Monti, dal picco della popolarità all’abisso in un battibaleno. Molti, nei palazzi della politica, profetizzano sorte identica per Giuseppe Conte, l’ultimo idolo dei sondaggi in ordine di tempo, anche se l’attuale presidente del Consiglio, più scaltro e cauto dei predecessori, evita di forzare troppo la mano in pubblico, fa pesare i sondaggi che lo vedono popolarissimo negli equilibri di governo e maggioranza ma si espone il meno possibile e a sfidare il verdetto del voto reale non ci pensa per niente.

Comunque vada a finire per l’inquilino di palazzo Chigi, di certo il posto vacante della superstar non reterà vuoto a lungo. Giorgia Meloni scalpita per occuparlo e non è affatto detto che non le riesca. Quanto resterà in sella, nel rodeo della politica italiana, lo si vedrà, forse, a suo tempo. Ma che si tratti proprio di questo, un rodeo dove precipitare nella polvere è questione di attimi è fuori discussione.

La rapidità inconsueta con cui gli italiani scelgono e abbandonano il capo carismatico di turno, la volatilità eccezionale della popolarità dei leader ha giocato negli ultimi anni un ruolo fondamentale nella politica italiana.

Drogati dai sondaggi, conviti di disporre di una solidità in realtà inesistente, Renzi e Salvini sono stati causa della loro stessa rovina. Il primo, sconfitto alle Comunali del 2016, ha trasformato il referendum costituzionale in un plebiscito su se stesso, convinto di moltiplicare così sia i consensi che l’effetto della prevista vittoria. Come è andata a finire è noto. Il secondo contava proprio sulla popolarità apparentemente in irresistibile ascesa quando si lanciò nell’azzardo del Papeete. In entrambi i casi la sicurezza derivata da sondaggi non bugiardi ma effimeri ha determinato scelte destinate a modificare radicalmente il corso degli eventi politici.

In parte la scarsa longevità politica dei leader è conseguenza diretta della spettacolarizzazione della politica. Senza più veri partiti alle spalle e spesso affidandosi solo alla propaganda immediata, i nuovi leader sono giocoforza esposti a bruschi cambi di umore del tutto sconosciuti quando i partiti erano realtà solide e capaci di garantire un rapporto non superficiale con la base e con l’elettorato. In parte, in Italia, il problema è aggravato dalla diffusa sfiducia nella politica che spinge a cercare continuamente redentori, salvo deludersi altrettanto rapidamente. In parte, infine, il processo era iniziato già nella seconda Repubblica, nella quale si erano in realtà susseguiti moltissimi colonnelli destinati a scomparire con la stessa rapidità con la quale erano approdati al centro della scena politica. Il nodo era allora meno vistoso solo perché non riguardava i leader come Berlusconi o Fini o la coppia D’Alema-Veltroni, rimasta in sella mentre i comprimari anche di rango apparivano e sparivano.

Queste vorticose impennate di popolarità seguite da altrettanto repentini cali dello share politico sono però anche, e forse soprattutto, il segno di una crisi che non riesce a trovare il suo sbocco. Convulsioni che denunciano una crisi che è di sistema. La prima fase dell’impero romano si concluse, dopo la morte di Nerone, con una anno travagliatissimo, il 69, noto come “l’ anno dei quattro imperatori”.

Galba, Otone e Vitellio si succedettero sul trono restandoci per pochi mesi, prima che l’avvento di Vespasiano inaugurasse una nuova dinastia e una nuova fase nella parabola dell’impero. Con tutte le differenze del caso, l’Italia di Renzi, Salvini e Conte non sembra trovarsi in situazione molto diversa.

 

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