«Entro il 2020 tutto il processo civile, dal primo grado alla Cassazione, sarà digitale, e abbiamo già avviato la digitalizzazione del processo penale». È questa la ricetta del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per risolvere i ritardi e i problemi della giustizia, annunciata dai microfoni di “Radio anch’io”, dai quali il ministro ha fornito certezze in merito ai tempi della digitalizzazione dei processi. «Tante misure sulla digitalizzazione sono state anticipate, nella necessità di intervenire nella fase 1 dell’emergenza sanitaria e poi nella fase della ripartenza - ha ricordato il Guardasigilli - come il deposito dell’atto introduttivo, che oggi può avvenire solo in via telematica, misura già in vigore. Confidiamo nella possibilità che la digitalizzazione faccia arrivare presto i frutti delle nuove tecnologie per migliorare i tempi e l’efficienza del sistema giustizia» è l’auspicio espresso dal ministro. Ma intanto le difficoltà nei Tribunali continuano. A partire da quelle che gli addetti ai lavori identificano come vere e proprie discriminazioni ai danni degli avvocati, costretti ad accedere agli Uffici giudiziari affrontando lunghe ed estenuanti file, con una netta differenziazione rispetto a magistrati e dipendenti, autorizzati, invece, ad accedere agli uffici bypassando le file. L’ultimo esempio utile è quello di Castrovillari, in Calabria, il cui Tribunale garantisce un accesso veloce per magistrati e dipendenti e un accesso con coda e controlli per avvocati ed utenti. Cosicché la periferia del Paese diventa esempio plastico delle storture degli Uffici giudiziari italiani al tempo del Covid. L’Organismo congressuale forense ha deciso di prendere spunto proprio dalla situazione calabrese per scrivere al ministro Bonafede e segnalare le condizioni dei Tribunali e «le pesanti difficoltà di praticabilità ed accesso già in passato evidenziate», tali da creare «situazioni di ostacolo all’accesso degli avvocati alle sedi giudiziarie e grave rischio per la loro salute e incolumità». Una difficoltà alla quale si associa, appunto, la discriminazione che gli avvocati starebbero subendo in diverse sedi giudiziarie, trattati come utenti “secondari” dei Palazzi di giustizia. Sono diverse le segnalazioni ricevute dall’Ocf in merito alle anomalie relative all’accesso alle sedi giudiziarie, tale «da discriminare gli avvocati, che pure hanno necessità quotidiane di frequentazione degli uffici per far fronte alle esigenze difensive dei loro assistiti». Il caso di Castrovillari è esemplare: l'ingresso è stato infatti regolato con un doppio accesso, di cui uno destinato a magistrati e dipendenti, tale da consentire uno scorrimento veloce senza alcun contatto con l'utenza, senza code e senza molte occasioni di contatto e contagio, l'altro genericamente destinato ad avvocati e utenti. «L'Organismo congressuale forense - si legge in una nota a firma del coordinatore Giovanni Malinconico - ritiene la scelta organizzativa operata dal capo di quell'Ufficio giudiziario inaccettabile, in quanto, oltre ad equiparare gli avvocati alla normale utenza, sottopone a lunghe ed estenuanti attese e code, con le relative conseguenze in termini di ritardo nell'accesso alle aule giudiziario - incompatibili con la necessità di attendere con puntualità ai quotidiani impegni - e i relativi maggiori rischi di contagio. Tale provvedimento rappresenta una gravissima lesione della dignità del Foro di Castrovillari e incide in modo inammissibile con il rilievo costituzionale della funzione che l'avvocatura svolge per la tutela dei diritti, quale componente imprescindibile della nostra giurisdizione». Da qui la richiesta di un intervento immediato al ministero e al Tribunale «per porre rimedio alla situazione verificatasi presso il Palazzo di giustizia di Castrovillari ed impedirne il protrarsi (trattandosi di scelta che attiene all'organizzazione della logistica)», e l’avvio di una più ampia ricognizione della disciplina degli ingressi in atto presso gli Uffici Giudiziari Italiani, «al fine di impedire siffatte prassi discriminatorie». Intanto i Tribunali italiani continuano a cadere a pezzi. Il caso di Catania, dove l’avvocato Giulia Bongiorno è stata colpita alla caviglia da una lastra di marmo che l’ha costretta a lasciare il Palazzo di giustizia su una sedia a rotelle, è solo l’ultimo in ordine di tempo. «Occorreva la lastra di marmo sulla gamba della Bongiorno, a Catania, per una interrogazione parlamentare sullo stato degli edifici giudiziari come se non bastassero gli affanni ed i rischi quotidiani di tanti e tanti avvocati», ha commentato amareggiato Rosario Pizzino, presidente dell’ordine degli avvocati di Catania. E infatti i casi sono all’ordine del giorno. Come a Torino, ad esempio, dove dal soffitto della maxi aula 2, lunedì scorso, si è staccata una trave di legno, con il conseguente rinvio dei processi già calendarizzati. La trave è precipitata sui banchi destinati agli avvocati, in quel momento fortunatamente vuoti. Avvocati che, attualmente, sono costretti ad attendere in corridoio e passare gli atti ai cancellieri, barricati nelle loro stanze, attraverso delle fessure.