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«Vaccini obbligatori? Quando vedranno i morti li faranno anche i no-vax»

Garattini
Parla Silvio Garattini, presidente dell'Istituto Mario Negri: «La situazione è preoccupante: abbiamo a che fare con un lento ma continuo aumento dei contagi. E nelle città vedo una grande quantità di persone senza la mascherina»
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Il professor Silvio Garattini è una vera istituzione nel panorama scientifico italiano ed internazionale. Classe 1928, ha fondato il prestigioso Istituto Mario Negri nel 1963 e lo ha diretto fino al 2018. Oggi ne è il presidente. Sulla emergenza covid si dice preoccupato per i dati che emergono giornalmente e per l’imprudenza di molti cittadini senza mascherina.

Professore qual è il suo parere in merito alla decisione del Premier Conte di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 gennaio 2020?

Difficile esprimersi: tutto dipenderà da come andranno le cose nei prossimi mesi. Mi pare che sia presto per fissare già una data. La situazione è preoccupante: abbiamo a che fare con un lento ma continuo aumento dei contagi. Trovo che ci sia troppo poca attenzione: nelle città vedo una grande quantità di persone senza la mascherina.

Si è abbassata la guardia nei confronti del covid- 19?

Sì, certamente. Per questo, in vista di un peggioramento della situazione, dobbiamo assolutamente evitare affollamenti, indossare la mascherina, e igienizzare le mani. Per ora sappiamo questo e a queste precauzioni dobbiamo necessariamente affidarci. Se ora sappiamo affrontare meglio i malati, anche essendo diminuita l’età dei contagiati, non possiamo rischiare di stressare le terapie intensive. Non possiamo stare tranquilli.

Nel Lazio si va verso l’obbligo di mascherine all’aperto. Lei è d’accordo?

Si tratta di una misura corretta: è assolutamente necessario. Occorre sempre indossare la mascherina.

Ema ha avviato la valutazione del vaccino Oxford- AstraZeneca.

È sicuramente utile che l’Ema cominci a valutare i dati del vaccino, perché così evitiamo di perdere tempo. Normalmente per l’approvazione di un farmaco occorrono 270 giorni; iniziando, invece, già ad analizzare la parte pre- clinica si ha il vantaggio di non aspettare la valutazione dopo.

Però mai affrettare troppo i tempi in una guerra, potremmo dire mondiale, al vaccino.

Beh, certo. Questa non è una procedura per evitare quello che andrebbe fatto. Si tratta solo di iniziare ad esaminare una parte del dossier prima che sia completato. Gli studi sugli animali nella fase pre- clinica sono già disponibili.

È stata dunque importante la sperimentazione sugli animali?

Fondamentale, direi. Senza quella non possiamo sperimentare ciecamente sull’uomo.

C’è però ora il problema dei vaccini antinfluenzali. Si stima che in media ad ogni farmacia arriveranno 12 dosi per le persone fuori dalle categorie deboli.

Purtroppo in Italia il vaccino anti- influenzale è molto poco usato. I dati disponibili ci dicono che ne fa uso solo il 17% della popolazione. Eppure l’influenza genera circa 6000 morti all’anno nel nostro Paese. Se la quota di coloro che si vaccinano aumenta, il vantaggio è che avremo minor lavoro per i pronto soccorso e gli ospedali che avranno meno persone a cui dover fare la diagnosi differenziale tra influenza e covid. Un altro vantaggio, credo ben documentato, è quello per cui chi si vaccina contro l’influenza è protetto dal covid in piccola misura, circa il 18%. Il problema è che se il vaccino non viene ordinato le industrie non lo producono.

Lei renderebbe obbligatorio in vaccino contro il covid?

È presto per dirlo. Intanto bisogna averlo e non sarà disponibile per tutti. Il problema quindi non è quello dell’obbligatorietà ma di priorità: va fatto prima a chi ne ha più bisogno, come gli operatori sanitari e gli anziani con fattori di rischio.

Quindi è vero che usciremo da questa emergenza tra due o tre anni?

Non possiamo dirlo ora. Molti cercano di fare gli indovini ma adesso è complesso fare qualsiasi previsione.

Anche in questa drammatica situazione si sono fatti sentire i no vax. Ma secondo Lei alla fine se lo faranno anche loro il vaccino?

Dipende da come andranno le cose. Se continueremo ad avere dei morti stia tranquilla che si vaccineranno anche loro. L’ importante è che si vaccini una buona percentuale per creare una immunità di comunità.

Quale sarebbe questa percentuale per arrivare alla immunità di gregge?

La più alta possibile, ma almeno il 60%.

Che cosa ci si aspetta dal vaccino?

L’obiettivo è dichiarare utile il vaccino se protegge almeno il 50 per cento della popolazione. È importante però stabilire gli effetti collaterali del vaccino visto che viene somministrato a persone sane.

Professore Lei è prudente in molte risposte. Invece soprattutto nei mesi scorsi si è avuta l’impressione che la comunità scientifica abbia voluto dare risposte certe in poco tempo su un fenomeno ancora sconosciuto.

Penso che essere un ricercatore significhi anche dire ‘non so’ e distinguendolo da ciò che può pensare a livello personale. Se i dati scientifici mancano, bisogna dire ‘ non sappiamo’. Credo che il Governo abbia sbagliato in questo senso. Hanno parlato in troppi, mentre occorreva un unico punto di riferimento credibile all’interno del Governo che ogni giorno spiegasse i dati ma non in maniera assoluta ma in base alla popolazione: un morto in Umbria, ad esempio, e 12 in Lombardia fanno una grande impressione per la loro differenza, in realtà se rapportati alla popolazione è la stessa percentuale. Negli ultimi giorni abbiamo anche assistito a comunicazioni confuse riguardanti la scuola.

 

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