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All’Asinara “liberata” una giornata dedicata a giustizia e carcere

L'evento organizzato dalla Camera penale di Oristano si terrà sabato 3 ottobre sull'isoletta della Sardegna sede dell'ex carcere
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«Dopo trent’anni carcerato all’Asinara, che vuoi che siano poche ore in una bara», dice drammaticamente la struggente canzone di Daniele Silvestri ambientata, appunto, nell’ex carcere dell’Asinara, un’isoletta del mar Mediterraneo, vicina alla punta della Sardegna. Dal dopoguerra, l’Asinara diventò a tutti gli effetti un’isola- carcere, famigerato suo malgrado negli anni 70 come “speciale” per i fondatori delle Brigate rosse. Poi, con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 per protestare contro le sistematiche torture, il carcere venne temporaneamente dismesso negli anni 80 per poi riaprirlo dopo le stragi mafiose e quindi ai detenuti in regime di 41 bis. Finalmente nel 1998 l’Isola venne liberata dal carcere e oggi è un luogo incontaminato dove la natura trova il suo spazio senza più avere le 11 diramazioni penitenziarie.

Parliamo di un Parco Nazionale con fascino misterioso e forza di una natura pressoché incontaminata, paesaggi aspri battuti dal vento, mare cristallino e un ecosistema unico al mondo. In questo splendido contesto, tra memoria e speranza come recita il sottotitolo dell’evento, nell’Isola “liberata” si celebrerà sabato prossimo, il 3 ottobre, una intera giornata dedicata alla giustizia e al carcere organizzata dalla Camera Penale di Oristano, presieduta dall’avvocata Rosaria Manconi, e dall’avvocata Monica Murru, già direttore della Scuola forense di Nuoro e con il patrocinio, tra i tanti, dell’Ente Parco e della Presidenza del Consiglio Regionale. Un programma dei lavori fitto e oltremodo interessante che prevede nella mattinata una tavola rotonda sul tema “I tempi della pena: vite sospese”, alla quale parteciperanno numerosi relatori fra i maggiori esperti nazionali di diritto penitenziario ed esecuzione penale. Saranno presenti anche i magistrati di sorveglianza Fabio Gianfilippi e Riccardo De Vito. A concludere la tavola rotonda sarà il Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Giandomenico Caiazza.

Nel pomeriggio, a cura dell’avvocata Monica Murru, ci sarà la presentazione del libro postumo di Mario Trudu “La mia Iliade”. L’opera, che racconta la lunga carcerazione di quest’ultimo ( ergastolano di Arzana deceduto in ospedale il 24 ottobre 2019 dopo oltre quarant’anni di reclusione), verrà rappresentata anche in chiave teatrale, con alcune parti portate in scena dall’attore Giovanni Carroni, accompagnato dal Coro polifonico di Nuoro e da alcuni musicisti del Conservatorio di Sassari.

Un evento importante quello organizzato dalla Camera Penale di Oristano. L’isola che ospitò anche Falcone e Borsellino prima che iniziasse il maxi processo ( dovettero pagare anche il conto su richiesta dell’allora capo del Dap Nicolò Amato) è passata alla storia come l’Alcatraz italiana. Quando fu riaperta come risposta alle stragi mafiose, le sistematiche torture si inasprirono, tanto da ricevere una condanna anche dagli organismi internazionali. Fu lì che venne portato Totò Riina dopo il suo arresto. Precisamente gli venne assegnata la cella di Cala d’Oliva, uno degli undici penitenziari dell’isola. Era soprannominata “la discoteca”, ma non perché si ballava. La cella, senza finestre, era perennemente illuminata dalle lampade che il capo dei capi non poteva spegnere. In poco tempo Totò Riina si rese conto di essere finito in un luogo in cui sarebbe stato davvero isolato e sorvegliato 24 ore su 24. Senza un attimo di intimità, neanche all’interno del bagno. E con la luce sempre accesa, anche di notte. Vi rimase per 4 anni.

L’Asinara però riservava l’identico trattamento nei confronti di tutti gli altri detenuti. C’è la testimonianza dell’ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci che vi trascorse lunghi anni al 41 bis. «Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda”. “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità», narra Musumeci.

 

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