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«Rivoluzione nei tribunali e spazio alle difese». Ecco il ddl civile dell’avvocatura

Le modifiche alla riforma del processo chieste in Commissione dal consigliere del Cnf Alessandro Patelli e dal componente dell’Ocf Stefano Morgese
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Non si tratta di censurare o di incensare la riforma del processo civile: lo hanno spiegato con chiarezza i rappresentanti delle istituzioni forensi intervenuti nella lunga sequenza di audizioni martedì scorso al Senato. La commissione Giustizia presieduta dal leghista Andrea Ostellari ha riservato la sessione di incontri soprattutto agli avvocati. Ne sono venute osservazioni anche impietose, ma certamente suscettibili di essere trasferite nel ddl governativo. Si sono fatti sentire, in particolare, il consigliere Cnf (e coordinatore della commissione Diritto civile) Alessandro Patelli e il componente dell’Ocf Stefano Morgese, a propria volta responsabile, nell’Organismo, del gruppo di lavoro sul processo civile.

PATELLI ( CNF): «ECCESSIVA RIGIDITÀ»
«Il punto è che la riforma può essere interessante in alcuni suoi dettagli positivi, ma rischia di scontare un doppio limite sistemico», spiega Patelli, «almeno nella versione in cui è stata incardinata: da una parte il giudizio di primo grado sia monocratico che collegiale soffre di una notevole rigidità. Si sostituisce la procedura attuale con un rito unico, con il ricorso che soppianta in tutti i casi l’atto introduttivo, e si pensa che tale vestito procedurale possa essere, per così dire, indossato in qualsiasi occasione. Invece rischia di risultarne un impianto privo di flessibilità, e paradossalmente un allungamento dei tempi, perché nei fatti diventerebbe più lontana la fissazione della prima udienza. Ma non è solo l’intervento chirurgico sulla procedura a destare qualche perplessità», nota il consigliere Cnf, «e certo non si tratterebbe del primo tentativo del genere: il vero problema è che una riforma orientata all’efficienza della giustizia civile non può fermarsi alla microchirurgia, ma deve consistere in un piano più complessivo, che rimetta in equilibrio diversi aspetti di sistema. A cominciare dalla più ragionevole allocazione delle risorse, umane e infrastrutturali».

In effetti tra gli obiettivi del guardasigilli Alfonso Bonafede, esposti anche nell’audizione di due giorni fa alla Camera, c’è quello di rendere la giustizia sia civile che penale più celere, in modo da venire incontro alle aspettative di quell’Unione europea che dovrà erogare il Recovery fund. Il Recovery plan della giustizia insomma dovrà essere, anche per il ministro, un combinato disposto di implementazione degli organici, digitalizzazione dell’intera attività giudiziaria e rafforzamento di alcuni particolari settori, come quello delle misure alternative. Il nodo sollevato dal Cnf, con Patelli, è che almeno alcune delle principali novità contenute nel ddl civile «rischiano di essere l’elemento meno convincente del quadro complessivo: serve sicuramente una verifica delle piante organiche costante», ricorda il consigliere nazionale, «ci sono uffici giudiziari più o meno a posto, quando non addirittura in sovrannumero, e altri in costante affanno. Idem dicasi per il personale amministrativo e per un aspetto troppo spesso trascurato: le valutazioni di professionalità dei magistrati, che non possono essere più tutte tarate verso l’alto. Vi si dovrebbe, soprattutto, introdurre distinzioni e riconoscimenti per quei magistrati davvero dotati di capacita manageriali, che quindi meritano di assumere incarichi direttivi». Sul punto, i passi avanti previsti dalla riforma del Csm ci sono ma, nota Patelli, «naturalmente andranno tradotti in decretazione attuativa, verificati sul campo». Nell’ambito di un quadro simile, il consigliere Cnf insiste nel trovare le novità sul rito unico molto esposte al rischio lungaggini: «Penso anche a certe corrispondenze fra il nuovo meccanismo previsto dal disegno di legge e il rito societario del 2003, che nel 2009 fu inesorabilmente accantonato proprio perché responsabile di farraginosità eccessive. Individuare il thema decidendum in anticipo sulla prima udienza, con uno scambio di memorie e attraverso la prefigurazione di ogni domanda possibile, è un lavoro impegnativo. In alcuni casi potrebbe anche consentire una definizione della causa più breve, ma in altri potrebbe essere inefficace, ripeto. Il termine di fissazione della prima udienza a 120 giorni è puramente ordinatorio. Visto il diverso e disomogeneo quadro dei vari tribunali», è il nodo segnalato da Patelli, «c’è il rischio che in quelli più oppressi dall’arretrato e dalla domanda si torni a prime udienze fissate ad anni di distanza dal ricorso».

MORGESE: «DA OCF UN DDL ALTERNATIVO»
Non mancano le novità positive, come riconosce lo stesso Patelli: dai «filtri eliminati in appello, dopo la prova non convincente offerta, ai passi avanti nella negoziazione assistita estesa agli avvocati del lavoro». Passi avanti non ancora sufficienti, tanto che sulla questione si è soffermata anche la proposta dell’Ocf: «Certamente abbiamo ricordato», spiega l’avvocato Morgese, «il paradosso segnalato da tempo anche dall’Agi, l’associazione dei giuslavoristi: se non si modifica l’articolo 2113 del codice, se cioè non si attribuisce anche alle negoziazioni condotte dagli avvocati il carattere di inoppugnabilità ancora riservato ai soli accordi dinnanzi ai sindacati o agli Uffici del Lavoro, l’intento deflattivo non si coglie del tutto. E soprattutto, non viene riconosciuta fino in fondo la funzione dell’avvocato». Ma la gran parte della controproposta di Ocf consiste in un vero e proprio articolato alternativo: «Una soluzione», spiega Morgese, «che emenda, in base al deliberato del congresso nazionale forense, i 16 articoli presentati dal governo. In particolare riteniamo importante valorizzare il ruolo del difensore nella fase preparatoria del giudizio, in modo da definire il thema decidendum e probandum nel coinvolgimento di tutte le parti. Con un grado di autonomia sufficiente a consentire ai difensori una seria valutazione dell’ipotesi conciliativa. Sarebbe così possibile abbattere davvero il lavoro delle cancellerie, aspirazione che mi pare al centro della riforma. La chiave è ampliare la fase che precede la prima udienza, fare in modo che lo scambio delle memorie avvenga in una forma più articolata, in una prospettiva comunque bilanciata dai poteri del giudice rispetto all’ammissibilità di domande e integrazioni. Lasceremmo nella sostanza immutata, invece, la parte conclusiva del rito, definita in modo condivisibile».

Si è pensato di introdurre anche «previsioni sulla materia della contumacia», spiega Morgese, «non regolata affatto dal testo all’esame del Senato. Ma certo, non sottovalutiamo la necessità di passi avanti sull’organizzazione, sugli organici degli uffici e soprattutto sulla digitalizzazione. Comprendiamo le esigenze di sicurezza delle infrastrutture telematiche, a cui guarda il ministro, ma un vero passo avanti», secondo il componente di Ocf, «potrebbe essere assicurato solo da due innovazioni: il passaggio dalle mail al cloud e l’estensione del processo telematico al giudizio di Cassazione e alle cause innanzi al giudice di pace».

Il grande piano, rieccolo, che Bonafede assicura di voler attuare e che gli avvocati ritengono irrinunciabile, se davvero si vuole una giustizia così veloce da convincere anche l’Europa.

 

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