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Manconi: “Garantista e libertaria, quella di Rossanda era un’eleganza dell’anima”

Intervista a Luigi Manconi: "Credo che all'origine del suo garantismo ci fosse la volontà di comprendere le ragioni, per quanto orribili, di chi commette reato. Nel caso del terrorismo, di chi commette reato in nome di un progetto rivoluzionario che Rossanda vedeva come derivato da una concezione di cui conosceva l'origine"
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Di Rossana Rossanda si racconta soprattutto l’eccezionale carisma. La Signora della sinistra, come la definiscono in molti, esercitò sugli amici più cari e meno vicini una solenne fascinazione: ricordarla significa ripercorrere il secolo scorso attraverso il suo sguardo perché chiunque abbia condiviso un pezzo di quegli anni con lei ne riconosce la particolare profondità. «La fisionomia, il volto, la capigliatura: tutto in lei la rendeva una personalità dal tratto ieratico», racconta Luigi Manconi – giornalista, politico, già senatore del Partito Democratico – che con Rossanda promosse quel laboratorio culturale che fu la rivista Antigone. Il “bimestrale di critica dell’emergenza” nato tra il 1985 e il 1986 attorno a un gruppo di intellettuali e militanti che, con ispirazione garantista, elaborò una lettura critica delle vicende giudiziarie seguite alla stagione del terrorismo in Italia.

On. Manconi, qual è il suo ricordo di Rossana Rossanda?

La sua eleganza era un’eleganza dell’anima. C’era in lei una certa naturalezza, un comportamento fatto di discrezione, di toni bassi della voce, di moderazione. La sua solida educazione borghese, colta e misurata, non rendeva la sua condizione sociale un fattore di potere, né di prevaricazione. E certamente non di superiorità: la sua condizione borghese rappresentava una modalità di stare al mondo vivendolo, intrattenendo le relazioni con l’altro.

Come la conobbe?

Come redattore, per un periodo, del quotidiano il Manifesto. Si tenga conto che io militavo in Lotta Continua, una formazione lontanissima da quella realtà: non venivo da un’esperienza leninista, ma da un movimento fatto di spontaneità, emotività e innovazione. Lotta Continua fu “uno stato d’animo”, come lo definì la giornalista Rina Gagliardi (direttrice del Manifesto tra il 1985 e il 1986, ndr), legatissima a Rossanda. Ma non ricordo per questo alcuna frattura.

Come nacque, in seguito, l’idea di fondare la rivista Antigone?

La spinta fu una vicenda pubblica di grande impatto, nota come “Caso 7 aprile”: la serie di processi, svolti tra il 1979 e il 1988, che seguirono agli arresti dei militanti di Potere operaio e Autonomia operaia. Un gruppo di persone, tra cui me, Rossana Rossanda e Massimo Cacciari, sviluppò un pensiero critico nei confronti di quell’azione giudiziaria. L’Italia è un paese in cui a cadenza ravvicinata si promuovono le emergenze: eventi storici che la classe politica tende a gestire come stati d’eccezione, e in risposta ai quali produce leggi speciali. Questo accadde soprattutto negli anni del terrorismo nero e rosso: quelle leggi emergenziali, ad avviso di quel gruppo di persone, introducevano lesioni allo Stato di diritto.

Lei ha scritto di una Rossana Rossanda garantista, come si sviluppò questa sua sensibilità?

Credo che all’origine del suo garantismo ci fosse la volontà di comprendere le ragioni, per quanto orribili, di chi commette reato. Nel caso del terrorismo, di chi commette reato in nome di un progetto rivoluzionario che Rossanda vedeva come derivato da una concezione di cui conosceva l’origine. C’era la volontà di comprendere le ragioni per cui un ideale si deforma fino a farsi crimine. Questa ispirazione si manifestò a partire dal 1978, in seguito al sequestro di Aldo Moro. Poi ci fu la vicenda del 7 aprile, appunto, intorno alla quale certamente la sua riflessione si sviluppò con molta intensità. Antigone fu una palestra importante: per la prima volta, forse, si aggregarono intellettuali di varie discipline e militanti con sensibilità diverse intorno al consolidarsi di un tema, il garantismo, che corrispondeva a una parola allora molto poco diffusa. Ma la sua sensibilità non si arrestò con la chiusura della rivista. Tanto è vero che coltivò questa riflessione anche nei confronti delle successive grandi vicende giudiziarie italiane. Fu garantista anche negli anni di Tangentopoli, e certamente guardò con atteggiamento razionale e grande capacità critica anche tutte le vicende che riguardarono Silvio Berlusconi.

Anche questo ha contribuito ad assegnarle l’appellativo di comunista “eretica”?

Questa è una definizione giornalistica, abusata e inservibile. Il suo dissenso con il Partito Comunista – in seguito all’invasione di Praga, come è noto – fu profondo, qualcosa di molto serio. Era un dissenso sul socialismo reale, e non soltanto di linea sul programma del Pci nel nostro paese: qualcosa di molto più radicale.

E ad oggi, qual è l’eredità dell’elaborazione politica di quegli anni?

Se dovessi esprimere un giudizio comparativo, direi che oggi una certa attenzione garantista è certamente più diffusa. Ma spesso si manifesta nella classe politica come movimento filatorio, come atteggiamento ondivago a tutela dei propri e mai come principio universale. Ma questa è l’unica interpretazione possibile del garantismo: o vale per tutti, per gli amici come per gli avversari, o non è. Quella elaborazione teorica era già allora coltivata da personalità irregolari come fu Umberto Terracini, uno dei padri costituenti, tra i fondatori del Pci. Ma l’unico soggetto garantista programmaticamente era ed è il Partito Radicale.

Quale fu il rapporto di Rossanda con i radicali?

Ritengo che sia la cultura che lo stile politico di Rossanda fossero molto distanti dalla cultura politica di Marco Pannella. Tuttavia, la sua libertà di pensiero e il suo apprezzamento per una teoria libertaria della società, certamente la resero curiosa verso quella esperienza.

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