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Il test della verginità che divide la Francia

Il governo decide di bandire la pratica per legge, ma un gruppo di medici e ginecologi si oppone: «Mette in pericolo le donne»
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Una questione dal retrogusto reazionario divide e tormenta il paese dei Lumi. Si tratta dei cosiddetti “certificati di verginità”: la pratica medica, richiesta perlopiù nell’ambito della cultura islamica, che in Francia garantisce il sigillo di purezza alle giovani donne. Il 7 settembre il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, ha annunciato che il governo intende impedire questa prassi «sessista e retrograda» con una legge che riconosca la responsabilità penale dei medici che li rilasciano. Ma, con sorpresa di tutti, ad opporsi questa volta è la scienza: un gruppo di medici e ginecologi riuniti in un collettivo che raccoglie adesioni da tutto il paese, ha firmato un appello, pubblicato sul quotidiano francese Libération, in cui si spiega perché una simile decisione metterebbe in pericolo le ragazze che vivono in contesti di integralismo religioso.

I medici, senza entrare nel merito del più ampio dibattito su laicità e separatismo islamico, mettono in evidenza i rischi per la salute fisica e psicologica di queste donne che si troverebbero obbligate a ricorrere a pratiche clandestine. Il documento che certifica la verginità, infatti, in alcuni contesti familiari è considerato indispensabile per l’unione in matrimonio. Ed ecco il nodo spinoso: da un lato l’esigenza di tutelare la libertà delle donne e il loro diritto a disporre del proprio corpo; dall’altro la necessità di salvaguardare la loro sicurezza.

«Rispetto ogni individuo, la sua autonomia e la sua volontà, senza alcuna discriminazione di ordine sociale o religioso. Interverrò a difesa di coloro che saranno minacciati nella loro integrità e dignità», prescrive l’etica medica secondo il giuramento di Ippocrate. Rilasciare un certificato del genere, spiegano i medici, non significa «assecondare il gioco della cultura integralista che li esige, ma tutto il contrario»: attraverso il colloquio individuale che precede la visita, la paziente è messa in condizione di comprendere e affrancarsi da una certa cultura maschilista. «Ciò che dovrebbe scioccare l’opinione pubblica è il fatto che nel 2020 una simile pratica sia ancora richiesta», insistono i medici. La soluzione, insomma, secondo il collettivo, non può poggiare su una legge. Si tratta di una battaglia culturale:«Solo l’educazione – concludono nella lettera – permetterà a queste giovani donne di emanciparsi».

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