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Colombia, la polizia uccide un avvocato. E scoppia la rivolta

Almeno dieci morti a Bogotà, quasi tutti adolescenti. Più di duecento feriti, la metà dei quali per colpi di arma da fuoco
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Riot notturni contro le stazioni di polizia stanno incendiando da due giorni Bogotà. Almeno dieci morti, quasi tutti adolescenti. Più di duecento feriti, la metà dei quali per colpi di arma da fuoco.

La rivolta popolare nella capitale della Colombia, soprattutto nei sobborghi, è scoppiata dopo la diffusione di un video, girato da testimoni oculari amici della vittima, che dimostra l’aggressione da parte di poliziotti in servizio contro un avvocato quarantenne disarmato, Javier Ordoñez, fermato con l’accusa di aver violato il divieto di consumare alcolici, norma che fa parte del pacchetto della quarantena anti Covid.

L’avvocato ha chiesto ai poliziotti che gli venisse regolarmente contestata l’infrazione attraverso una multa, i poliziotti l’hanno invece colpito più volte con il Teser e l’hanno portato in questura dove è morto in seguito ad una infinità di percosse e scariche eletttriche. Quando è stato portato dalla polizia in una clinica all’alba era già cadavere.

La dinamica dell’aggressione da parte degli agenti, il ruolo fondamentale della diffusione del video e le immagini dell’avvocato che implora: «Vi prego non ce la faccio, per favore basta» mentre i suoi amici gridano agli agenti: «Basta, lo state ammazzando, vi stiamo filmando» sono molto simili, per la violenza delle immagini e per l’effetto di miccia che hanno avuto, all’omicidio di George Floyd a Minneapolis che ha scatenato poi l’ondata di manifestazioni Blacks Lives Matter negli Stati uniti. La reazione della polizia alle proteste a Bogotà è stata violentissima. Spari in strada. Molte delle vittime sono state uccise a bruciapelo – mentre erano sole, disarmate e del tutto estranee agli scontri in corso – durante ronde di gruppi di agenti imbufaliti. «È in corso un massacro di ragazzi da parte dela polizia» ha denunciato la sindaca di Bogotà, Claudia Lopez, progressista, eletta in aperto contrasto con il governo centrale di destra presieduto da Ivan Duque, un uribista, uno dei tentacoli dell’ex presidente Alvaro Uribe.

Uribe è al momento agli arresti domiciliari con accuse di corruzione per aver occultato le prove della guerra sporca condotta da apparati militari da lui controllati contro oppositori politici e guerriglia. L’arresto del potentissimo ex presidente – referente dell’intero arco della destra estrema colombiana e, secondo molte investigazioni indipendenti e da decenni secondo la vox populi, rappresentante e garante di grossi interessi del narcotraffico – ha fatto saltare molti dei patti che reggevano dietro le quinte l’ordine pubblico in Colombia e ha aperto una nuova guerra tra narcos. In questo contesto impazzito la brutalità della polizia si sono moltiplicate. Stragi di ragazzini spacciati per trafficanti, irruzioni di agenti armati fino ai denti in luoghi pubblici, sequestri e innumerevoli denunce di violenze sessuali durante i fermi. Alla emergenza del momento, infiammata dalla rabbia per la disoccupazione improvvisa di milioni di persone impiegate nel lavoro informale e rimaste senza entrate a causa della quarantena in vigore da marzo, si somma una insofferenza per la gestione criminale dell’ordine pubblico da parte del governo centrale. Oltre all’arenarsi della traduzione in pratica degli Accordi di pace sottoscritti a Cartagena nel 2016 dall’ex presidente Manuel Santos e dal comandante delle Farc, Timoleón Jiménez.

 

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