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Davighiani senza Davigo equilibri stravolti all’Anm

Nuove intese tra Magistratura indipendente e Autonomia e Indipendenza, il gruppo dell'ex pm di Mani pulite vicino al congedo
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«L’affaire Palamara», a parte gli aspetti penali e disciplinari, ha prodotto già un primo effetto: la parziale disgregazione, con conseguente indebolimento, di Unicost, la storica corrente di centro della magistratura, di cui il pm romano ed ex presidente Anm è stato per anni il leader indiscusso.

Con le dimissioni questa settimana del giudice della Capitale Marco Mancinetti, anche lui coinvolto nelle chat di Luca Palamara e sul quale il pg della Cassazione ha aperto per questo motivo un disciplinare, la compagine centrista al Csm si è ridotta a soli due rappresentanti. Nella scorsa consiliatura erano la bellezza di sei.

La diaspora è già iniziata. Molte storiche toghe di Unicost sono uscite dal gruppo, alcune sono già confluite nel “Movimento per la Costituzione” che ha sancito un’alleanza, anche in vista del voto di ottobre, con Magistratura indipendente, la componente moderata dei giudici. La maggioranza di chi si riconosce in Unicost sta strizzando in queste ore l’occhio al cartello progressista di “Area” in vista di una possibile futura coalizione.

Lo scenario è, quindi, quello di un “bipolarismo togato” all’interno dell’Anm. Bipolarismo destinato ad accentuarsi con il prossimo pensionamento di Piercamillo Davigo, il fondatore di Autonomia e Indipendenza, la corrente nata nel 2015 dalla scissione con “Mi” e incentrata soprattutto sulla “visibilità” dell’ex pm di Mani pulite.

Prove di riavvicinamento fra le toghe di “Mi” e i consiglieri Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita – il primo eletto al Consiglio superiore col sostegno di “AeI”, il secondo vera colonna portante del gruppo insieme con Davigo – ci sono state nel corso dell’ultimo plenum, a proposito della nomina del procuratore di Lucca. Sembrava fatta per Domenico Manzione, dal 2013 al 2018 ex sottosegretario al Viminale durante i governi Letta, Renzi e Gentiloni, votato all’unanimità nella commissione per gli incarichi direttivi. Mercoledì, invece, il colpo di scena con la decisione di far ritornare la pratica in commissione.

Nel mirino c’è il passato “politico” di Manzione come sottosegretario al ministero dell’Interno. «Io sono per la valorizzazione dell’attività giudiziaria – ha detto Di Matteo -. Le battaglie non si fanno solo con le affermazioni di principio generali ma innanzitutto con la quotidianità, nelle scelte concrete. Io credo che anche dal punto di vista del merito il ritorno in commissione possa consentire un migliore confronto con gli altri aspiranti». E secondo Ardita «non ha senso imporre nelle circolari limitazioni nei concorsi anche a colleghi che hanno avuto brevi periodi fuori ruolo, se poi di fronte a un fuori ruolo politico così importante il Csm vota in questo modo».

La circostanza significativa, rispetto agli equilibri politici interni all’Anm, è che a rincarare la dose sia stato il consigliere Antonio D’Amato di “Mi”, il quale ha sollevato dubbi sul fatto stesso che Manzione potesse presentare la domanda per quell’incarico in quanto «non legittimato, non avendo svolto almeno quattro anni ( periodo minimo previsto per poter concorrere a un direttivo, ndr) nell’ultima sede di provenienza» . Un asse fra davighiani e toghe di “Mi” si era avuto anche nei mesi scorsi a proposito della nomina di Raffaele Cantone a procuratore di Perugia. Anche in quel caso aveva pesato l’incarico “politico” di presidente dell’Anac.

LE CORRENTI RESISTONO ALLA FINE ANNUNCIATA

Il futuro bipolarismo togato, probabilmente, manderà in soffitta anche i mai estenuati tentativi di superare il sistema delle correnti. Le toghe “dissidenti” che in questi anni hanno puntato sul sorteggio dei componenti del Csm hanno visto definitivamente archiviare tale ipotesi ( vedasi intervista al vice presidente del Senato Anna Rossomando su questo giornale). Sempre a proposito del riavvicinamento fra “Mi” e i davighiani, va segnalata anche la loro convergenza sull’ipotesi che al posto di Mancinetti subentri al Csm il giudice genovese Pasquale Grasso, già presidente dell’Anm, indicato all’epoca proprio da Magistratura indipendente, fuoriuscito poi dal gruppo moderato ma ora di nuovo centrale nel rassemblement di quello schieramento.

Lunedì pomeriggio è convocata la commissione per la verifica dei titoli al Csm. Con l’arrivo di Grasso a Palazzo dei Marescialli, il gruppo di “Mi” salirebbe a quattro componenti. Secondo i consiglieri di Area, si dovrebbe in realtà procedere a nuove suppletive. Progressisti contro moderati e davighiani, di nuovo tra loro vicini: lo schema torna sempre. E rischia di rivoluzionare gli equilibri nell’Anm.

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