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Gli assassini di Willy devono essere puniti da un giudice e non dal tribunale del popolo

Gli assassini di Willy devono essere puniti. Ma a farlo deve essere una giustizia capace di pesare con attenzione fatti e responsabilità individuali, non influenzata da un'opinione pubblica furente che trova nei social un potentissimo megafon
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Ci sono delitti più orribili di altri. O almeno che suscitano maggior rabbia indignazione per la loro efferatezza, ferocia e stupidità. L’assassinio di Willy Monteiro a Colleferro è uno di quelli. Come l’atroce massacro del Circeo, che dopo 45 anni non è ancora stato dimenticato e segna ancora un spartiacque nella storia sociale e culturale di questo Paese. E’ normale che sia così, ed è anche giusto. Emozioni del genere, per quanto comprensibili e giustificate, non dovrebbero tuttavia assumere il comando e far velo a tutto il resto. Bisogna per esempio pesare le parole e aspettare che siano noti parecchi elementi oggi oscuri prima di azzardare, ad esempio, paragoni con il delitto del Circeo.

Gli assassini di Willy devono essere puniti. Ma a farlo deve essere una giustizia capace di pesare con attenzione fatti e responsabilità individuali, non influenzata da un’opinione pubblica furente che trova nei social un potentissimo megafono e neppure da luoghi comuni e demonizzazioni o, peggio, da un paio di fotografie. In questi giorni, sui social, migliaia di persone hanno chiesto di ‘ buttare la chiave’. Come se il rispetto delle garanzie e del dettato costituzionale che finalizza la pena alla risocializzazione fosse una variabile dipendente dall’efferatezza del crimine invece che dal percorso di recupero e da una valutazione non vendicativa e non emotiva del delitto.

Questa visione dei diritti e della natura della pena come variabili dipendenti è la regola, non l’eccezione. In questi giorni Cesare Battisti chiede appunto il rispetto dei suoi diritti sanciti per legge, la fine di un isolamento che non potrebbe superare i sei mesi e dura da un anno e mezzo, il potersi cucinare cibi adeguati al suo stato di salute. Nessuno se ne occupa perché, insomma, è pur sempre Cesare Battisti, diventato per una parte sostanziosa dell’opinione pubblica una delle tante personificazioni del male che i media si dilettano a costruire, rispetto alle quali diritti e persino la Carta si possono ignorare. La chiave, bisognerebbe dire forte e chiaro, non si butta mai. Non si butta per nessuno.

La tentazione di rispondere alla richiesta di punizione esemplare lavorando sul capo d’accusa rischia di essere forte. Specialmente se uno dei primi quotidiani italiani strilla nel titolo che ‘ il pestaggio è durato 20 minuti’. Dovrebbe andare da sé che un pestaggio di 20 minuti non è plausibile neppure alla lontana e, nell’irrealistico caso, andrebbe incriminato per complicità l’intero paese. La differenza tra come si sono svolti i fatti, una rissa con feroce pestaggio durata una manciata di secondi, e lo strillo di Repubblica si misura in anni di galera: è quella che passa tra l’omicidio volontario e preterintenzionale.

Dovrebbe essere una banalità anche affermare che non si sbatte mai il mostro in prima pagina, per ragioni di civiltà che prescindono dalla gravità del crimine. Anche qui, però, il rischio di viziare le indagini è conreto. Per due giorni abbiamo visto campeggiare le foto di due fratelli palestrati, accompagnate da articoli sensazionalistici e passaggi a effetto. In quella rissa qualcuno ha certamente tirato il calcio fatale. I quattro picchiatori coinvolti, almeno tre dei quali tra cui i fratelli Bianchi esperti in arti marziali, si accusano a vicenda.

Sarebbe ingenuo pensare che la guerra lampo mediatica contro i due palestrati sbattuti in prima pagina non incida sulla valenza delle diverse deposizioni e non giochi a sfavore dei Bianchi.

Inevitabilmente la tragica e tristissima vicenda ha innescato un vortice di sociologismi che non dicono nulla sulla vicenda di Colleferro ma raccontano moltissimo sul mondo in cui viviamo e sullo sguardo miope quando non apertamente fazioso degli opinion makers di turno.

Qualcuno e l’è presa con le palestre, anche se le medesime sono frequentate da decine di migliaia di persone che non tirano calci omicidi, qualcun altro, molti altri per la verità, con ‘ il fascismo’, anche se non risulta alcuna appartenenza a formazioni di estrema destra dei quattro arrestati. Non importa. Il fascismo ha smesso da un pezzo di essere un’appartenenza politica. E’ diventato una specie di categoria antropologica che permette sillogismi a manetta: chi picchia è per ciò stesso fascista. Da cui deriva anche il sillogismo inverso. Chi si dichiara fascista è per ciò stesso picchiatore e carogna.

Il paragone con la mattanza del Circeo è utile, più per le differenze che per le somiglianze tra i due casi. Nel 1975 tre giovani di estrema destra abituati a esercitare violenze efferate torturarono per una notte due ragazze, le stuprarono e poi cercarono a freddo di ucciderle entrambe, riuscendo a finire per caso solo una delle due, Rosaria Lopez mentre l’altra, Donatella Colasanti ne uscì miracolosamente viva. Il disprezzo per la vita umana era palese. La convinzione di una superiorità quasi razziale su due vittime femmine e ‘ borgatare’ facilmente intuibile. Il sadismo e la ferocia conclamati. Da quel che è per ora emerso, la vicenda di Colleferro ha tratti diversi. C’è la rissa tra ragazzi di due paesi diversi, c’è parecchio odioso bullismo, c’è la tracotanza dettata della superiorità fisica, c’è il culto discutibile per la prestanza ostentata, c’è la superficialità di chi picchia avvalendosi di quell’addestramento, forse senza rendersi conto delle possibili conseguenze. Forse c’è anche di più. Forse c’è davvero un accanimento che denota una ben maggiore efferatezza. Forse c’è una componente razziale che è difficile non sospettare ma che è tutt’altro che certa. Questo saranno le indagini e gli approfondimenti a dirlo.

Non possono essere due foto e una raffica di articoli che cercano più l’effetto forte che la verità fredda.

Solo che anche il giornalismo italiano è probabilmente, a propria volta, conseguenza di una temperie sociale e culturale che poi, certo, amplifica e porta alle estreme conseguenze ma che non determina.

E’ il bisogno diffuso di trovare il male assoluto, qualcuno di compiutamente perfido, di totalmente ‘ cattivo’, con cui prendersela. Può essere Johnny lo Zingaro, un disadattato trasformato nell’ ‘ essenza del male’. Può essere Cesare Battisti, uno dei tantissimi che negli anni ‘ 70 fecero scelte sbagliate e omicide, elevato a simbolo del male, dunque privo anche dei diritti garantiti a tutti gli altri. Può essere il nemico politico, visto non come sostenitore di idee o ideologie opposte ma come un’etnia antropologicamente criminale. Tra i tanti problemi che la notte feroce di Colleferro indica questo, pervasivo com’è, tale da condizionare ogni dimensione dalla socialità alla politica, non figura in fondo alla lista.

 

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