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«In Umbria i detenuti non residenti sono in maggioranza»

Stefano Anastasìa, garante delle persone private della libertà del Lazio
Stefano Anastasìa, garante delle persone private della libertà della Regione Lazio
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Passata, per ora, l’emergenza Covid 19 nelle carceri, rimangono però le problematicità che persistevano già prima della pandemia. È il caso dei penitenziari della regione Umbria, in particolar modo il carcere di Capanne e quello di Spoleto, che diventano i contenitori di tutti quei detenuti provenienti dagli istituti toscani trasferiti perché “problematici”.

A fotografare la situazione, nella relazione annuale, è il garante regionale delle persone private della libertà, Stefano Anastasìa. Ad esempio c’è il carcere di Perugia “Capanne”, dove – si legge nella relazione– «la nuova configurazione territoriale dell’Amministrazione penitenziaria risalente al 2015 ha infatti dato vita a una discutibile pratica per la quale, alla concezione unitaria del bacino territoriale riferibile al Provveditorato di Umbria e Toscana, consegue un ricorso frequente del trasferimento di detenuti fuori Regione, ma all’interno dei confini del Provveditorato».

Anastasìa aggiunge che la destinazione in luoghi geograficamente lontani dagli affetti e dalla rete sociale di riferimento «si traduce spesso in un ingiustificato carico di sofferenza (di fatto estesa ai familiari del detenuto, non responsabili della stessa condanna, ma ugualmente sottoposti alla pena), contrario, in termini costituzionali, alla finalità rieducativa della pena e a una specifica previsione delle regole penitenziarie europee». A questo poi si aggiunge un problema sanitario non di poco conto, perché è stato segnalato più volte all’ufficio del garante regionale «la mancata attuazione della continuità terapeutica, in particolar modo a seguito dei trasferimenti da un carcere all’altro». D’altronde, come si legge nella relazione, la tutela del diritto alla salute rappresenta una delle preoccupazioni principali per i detenuti e le detenute che si rivolgono al Garante. Infatti, «permangono delle difficoltà nella prestazione delle visite specialistiche, riabilitative e nella diagnostica quando risulti necessario avvalersi di specialisti e strumentazioni esterne all’istituto penitenziario, con evidenti ritardi nelle prestazioni di assistenza sanitaria».

Anche l’istituto penitenziario di Spoleto ha il problema di dover ospitare detenuti trasferiti dalla Toscana. Come sottolinea Anastasìa nella relazione, spesso i detenuti trasferiti, definiti “problematici”, «sono stati destinatari di un numero elevato di provvedimenti disciplinari».

Il Garante, nel 2019, ha preso in carico 145 persone private o sottoposte a misure restrittive della libertà personale per il 56% ospiti della casa circondariale di Perugia, per il 19% detenute a Spoleto, nel 22% dei casi ristrette a Terni e in solo 3 casi detenute a Orvieto.

Le principali problematiche sottoposte all’attenzione di Anastasìa riguardano ciò che concerne le condizioni di detenzione. In generale, è stata frequentemente segnalata la scarsa conoscenza del regolamento interno all’istituto penitenziario e in alcuni casi l’inadeguatezza del vitto rispetto alle problematiche di salute, la mancanza di acqua calda e del riscaldamento nelle camere di pernottamento, la non idoneità di queste ultime dal punto di vista igienico- sanitario e situazioni di sovraffollamento soprattutto nei periodi estivi, l’impossibilità di detenere oggetti particolari in camera ( crocifisso al collo, personal computer, radio, dispositivi mp3 e fotografie dei familiari in 41bis), nonché il contrasto delle disposizioni dei singoli istituti relative al materiale che il detenuto può avere con sé in occasione del trasferimento da uno all’altro.

Gli istituti penitenziari della Regione Umbria sono caratterizzati dalla presenza di detenuti che per la maggior parte sono non residenti. «Ciò – si legge nella relazione – determina notevoli disagi per i detenuti e per le loro famiglie che, spesso, non riescono a far fronte ai continui spostamenti per i colloqui mensili». Tutto questo in barba al principio della territorialità della esecuzione penale.

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