Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Si dice avvocata o avvocato? Il dibattito è aperto…Ma per la sociolinguista non ci sono dubbi: “Si dice avvocata”

Un lettore ci scrive e ci chiede di abbandonare l'uso del termine avvocata perché lo ritiene scorretto. Ecco la sua lettera, seguita dalla risposta della sociolinguista Vera Gheno che non ha dubbi: "In italiano si dice avvocata"
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Un lettore ci scrive e ci chiede di abbandonare l’uso del termine avvocata perché lo ritiene scorretto. Ecco la sua lettera, seguita dalla risposta della sociolinguista Vera Gheno

«Gentile redazione, sono rimasto perplesso e imbarazzato sull’aver riscontrato su una testata come la Vostra, nel pur pregevole articolo dedicato all’avvocato turco deceduto in carcere di Erdogan, l’utilizzo del termine ‘ Avvocata’ al posto del termine corretto, che è Avvocato perché è termine ‘ neutro’, indistintamente abbinabile a persona di sessi diversi. Il termine avvocato non ha sesso. Advocare verbo latino che indica chiamare a sé non ha connotazioni di genere. L’Avvocata, per intenderci, individua, per quanto mi risulta, la sola Madonna Madre di Nostro Signore ( ovviamente per chi come me cerca di essere credente), precisamente in una invocazione presente in una preghiera. Il termine Avvocata tanto ora in voga è nato in una accezione negativa, ossia riferito a “chiaccherona moglie di avvocato” e poi accezione via via mutuata nell’uso comune  (cito fonti autorevoli linguisticamente parlando – Treccani). Il termine Avvocato termina al maschile ma non per questo può essere soppressa la sua neutralità, la stessa di altre parole come ad edempio il “Giudice” ( sbagliato pronunciare o scrivere La Giudice o peggio La Giudicessa); oppure “Il ministro”, “il sindaco”. Orrore è pure udire sempre più spesso in Tv “la ministra”,  “la sindaca”. Questi riscontri televisivi smentiscono la diffusa propaganda e convinzione che Noi italiani (e sono fiero di esserlo pregi e difetti) ci sforziamo di essere un popolo elevato culturalmente, che tale vuole rimanere, e quindi ingiustamente popolo sottovalutato o sottostimato spesso da cittadini di altri paesi Europei. Ma allora, come prima cosa, mi chiedo perché non riprendiamo almeno pubblicamente a parlare l’italiano corretto e ad usare i termini corretti».

Abbiamo chiesto a Vera Gheno, sociolinguista e docente presso l’Università di Firenze, di indicarci la forma corretta: «Per rispondere basterebbe consultare un dizionario aggiornato negli ultimi dieci anni – spiega – in italiano si dice avvocata».

Professoressa Gheno, ci spieghi perché è più corretto linguisticamente.

Per vari motivi: storicamente, prima nel latino e poi nell’italiano, i femminili professionali sono stati usati tutte le volte che ce n’era bisogno. Cioè tutte le volte che una donna ricopriva un certo ruolo, anche in maniera inattesa. Già nel latino troviamo l’uso di ministra, in senso di governatrice. Più avanti troviamo la giudicessagiudichessa riferito ad Eleonora d’Arborea, amministratrice del XIV secolo in Sardegna. Ma i femminili professionali non solo sono corretti storicamente e linguisticamente, sono attesi anche dalla morfologia della lingua: l’unica differenza tra maestra e avvocata, è che al primo termine il nostro orecchio è abituato. La mancata presenza nell’uso è dovuta semplicemente all’assenza delle donne in determinati ruoli.

Restando in ambito giuridico, ci può fornire altri esempi?

Il femminile di magistrato è magistrata. Sarebbe da evitare l’uso di “magistrato donna”, per non moltiplicare le forme. Così come i femminili di procuratore legale e procuratore della Repubblica sono procuratrice legale e procuratrice della Repubblica. Non è necessario usare la forma procuratora, che pure sarebbe possibile. In ogni caso il genere neutro non esiste in italiano, altrimenti non avremmo la sarta, la professoressa. Negli ultimi 30 anni, a partire dalle “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” del 1987 di Alma Sabatini, che fu tra le prime a compiere una ricerca sistematica sull’argomento per l’italiano, il consiglio dei linguisti è quello di preferire, laddove la forma non sia particolarmente penetrata nell’uso, le forme a suffisso zero: quelle in ‘- a’ e non in ‘- essa’. “La presidente”, ad esempio, invece di presidentessa: una parola che è già ambigenere.

Perché?

I femminili in “- essa” sono nati in un periodo storico in cui questo suffisso veniva spesso usato in modo canzonatorio, oppure per indicare la ‘ moglie di’ ( come la sindachessa). La forma avvocatessa – osservano i linguisti – non è mai entrato troppo nell’uso. Il dizionario Zingarelli, uno dei più precoci in questo senso, registra oltre 800 forme femminili di nomina agentis a partire dal 1994: sfogliandolo si può agilmente constatare che la forma che termina in “a” è preferenziale.

Come spiega allora una certa resistenza nell’uso?

I problemi sorgono quando ci si confronta con femminili “insoliti”, poco sentiti e poco conosciuti. Alcuni li definiscono neologismi, e li trattano con la stessa diffidenza riservata generalmente alle parole nuove. Altri li reputano superflui, o cacofonici, o una corruzione dell’italiano tradizionale. Ma non è propriamente così. Peraltro, non si pensi che la reazione di fastidio per i femminili sia legata per forza a una bassa scolarizzazione o a scarse competenze comunicative: spesso, una persona con un livello culturale basso, tenderà a usare istintivamente il femminile professionale, dimostrando così involontariamente quanto la forma sarebbe di per sé naturale nella coscienza di un parlante medio.

Ma in ambito professionale, spesso sono proprio le donne le più refrattarie all’uso del femminile.

La questione si è politicizzata, diventando un’istanza femminista: molte donne non vogliono essere additate come tali, per non rientrare in un certo stereotipo culturale. In molti contesti, tra cui quello giuridico, il titolo maschile è percepito come corretto, mentre quello femminile risulta svilente. Questo è un problema che noi donne dobbiamo discutere con noi stesse: non è un problema linguistico, ma culturale.

Quanto influisce nell’evoluzione di una lingua la riflessione socio-politica?

Tendenzialmente le evoluzioni linguistiche sono dovute alla pressione dell’uso effettivo. “L’uso colto”, aggiungerebbe il linguista Lorenzo Tomasin: le élite culturali diventano élite linguistiche. Ma io credo che i cambiamenti linguistici avvengano dal basso, non si possono imporre. Si tratta di un circolo: l’uso influisce sulla codifica della lingua, poi i linguisti sono più o meno rapidi a tenerne conto, introducendo queste modifiche nelle grammatiche. E così diventano norma.

Rispetto all’Italia, a che punto è il dibattito negli altri paesi europei?

Gli spagnoli e i francesi, i nostri parenti linguistici più stretti, hanno un ente preposto all’approvazione delle parole: L’Academia Española e l’Académie Française. In Italia, invece, la Crusca non ha un ruolo prescrittivo ma descrittivo. In questo senso l’italiano è più ‘ anarchico’. Negli ultimi anni le due accademie, francese e spagnola, hanno aperto ai femminili professionali, ammettendo che sono linguisticamente giustificati. In tedesco abbiamo già il caso famoso della cancelliera Angela Merkel (in tedesco Bundeskanzlerin). Se guardiamo collettivamente alle 27 lingue dell’Europa, si può dire che è in atto una riflessione interluinguista su come rendere le lingue più inclusive. Le lingue prive del genere grammaticale, come l’inglese, vanno in direzioni differenti: spokswoman (la portavoce) diventa spokesperson, elimilando l’indicazione di genere. Noi abbiamo qualche problema in più.

 

Ultime News

Articoli Correlati