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«Il mio compagno torturato e pestato nel carcere di Viterbo»

carcere Viterbo
Il racconto di Alessia che ha denunciato le violenze nel carcere di Viterbo nei confronti del suo compagno Valerio Mazzarella
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«Durante le videochiamate ho visto il mio compagno recluso nel carcere di Viterbo con le cicatrici che prima non aveva e una volta ancora l’ho visto con le vesciche alle mani che a detta sua sono ustioni provocate dagli agenti tramite piccoli pezzi di plastica incandescente». A raccontarlo a Il Dubbio è Alessia, compagna del detenuto Valerio Mazzarella, 41enne, ristretto nel carcere di Viterbo Mammagialla.

L’aiuto di Pietro Ioia e di Rita Bernardini

Quando ha saputo dal compagno che sarebbe stato pestato dagli agenti a più riprese, si è vista crollare il mondo addosso. Lei che dorme solo tre ore al giorno visto che fa due lavori per poter sopravvivere, si è messa in moto e tramite una ricerca su internet ha contattato l’attivista dei diritti umani Pietro Ioia, ex detenuto e ora garante dei detenuti del comune di Napoli. Si è attivato subito e le ha consigliato di mettersi in contatto con l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, la quale già nel passato si è mossa per un caso analogo accaduto proprio nell’oramai famigerato penitenziario di Viterbo, conosciuto non a caso per essere un “carcere punitivo” perché meta di detenuti problematici. Un istituto penitenziario finito al centro della cronaca per casi di strani sucidi e diversi presunti pestaggi di recente attenzionati dall’autorità giudiziaria. Casi riportati, come in questo caso, in esclusiva dalle pagine de Il Dubbio.

Le difficoltà per la denuncia

Alessia ha presentato, non senza difficoltà, la denuncia presso la caserma dei carabinieri. Per legge quest’ultimi sono pubblici ufficiali obbligati a ricevere l’esposto, altrimenti – in caso contrario – commettono il reato di rifiuto di atti di ufficio. Nel paese in provincia di Latina dove Alessia abita, ha ricevuto un rifiuto da parte dei carabinieri. Lei che ha sfruttato quelle poche ore libere dagli impegni lavorativi, reduce dal lavoro di notte si è vista respinta dai pubblici ufficiali con motivazioni del tipo «ma che ne sa lei se il suo compagno abbia detto la verità, sa che può passare i guai se dichiara il falso?». A quel punto non si è arresa e appena ha trovato altre due ore di buco, è andata in un’altra caserma, quella del comune di Ardea, dove finalmente l’esposto è stato verbalizzato. Ma cosa sarebbe accaduto al compagno? Il 2 marzo scorso è stato trasferito dalla casa circondariale di Rebibbia in quella di Viterbo. Da un po’ di tempo a questa parte ha raccontato alla sua compagna fatti gravissimi che lui avrebbe subito ad opera di alcuni agenti di polizia penitenziaria. «I primi episodi mi vengono comunicati a partire dal 25 marzo – si legge nell’esposto -: quel giorno, poco prima del cambio di guardia, quattro agenti prelevavano Mazzarella Valerio dalla propria cella per portarlo in una stanza dove iniziavano a picchiarlo». Il tutto, sarebbe avvenuto – secondo quanto ha riferito alla compagna tramite videochiamata e lettere – senza alcun reale motivo se non le legittime richieste riguardanti la vita penitenziaria che il detenuto avrebbe rivolto agli agenti. «Richieste – continua il racconto di Alessia nell’esposto -, peraltro, puntualmente disattese. In quella occasione, due agenti lo tenevano e due lo picchiavano lasciando segni evidenti sulla testa, in particolare, un taglio profondo ad oggi tramutatosi in evidente cicatrice. Pur essendo stato medicato – aggiunge la compagna nell’esposto – è da verificare se sia stato refertato e se ciò risulti nella cartella clinica».

Scrive di sentirsi “sepolto vivo”

Alessia è venuta a conoscenza di ciò sia tramite la corrispondenza con lui intrattenuta (Il Dubbio ha potuto leggere le lettere del compagno), sia con le conversazioni Skype autorizzate attraverso le quali ha potuto vedere i postumi del pestaggio. Il problema è che non sarebbe stato l’unico. «Il 12 agosto 2020 – si legge sempre nell’esposto – lo hanno messo in isolamento in una cella vicina all’infermeria, una stanza piccola e sporca, maleodorante con escrementi sulle mura». Lì gli avrebbero consentito di fare solo mezz’ora d’aria al giorno. «Lui chiede – continua il racconto verbalizzato dai carabinieri – di poter parlare con gli psicologi e di essere sottoposto a visita medica, ma gli viene negato. Mi fa sapere di sentirsi sepolto vivo e che ogni giorno gli fanno rapporti disciplinari per fatti non accaduti per provocare la sua reazione». Alessia riferisce che il suo compagno avrebbe cercato di denunciare tutto ciò ma non sarebbe stato preso in considerazione. Anzi, secondo quanto denunciato dal compagno «si infittiscono i pestaggi (ad opera di tre/quattro agenti); pestaggi durante i quali vengono usate violenze sempre più raccapriccianti come quando gli hanno ustionato le mani con piccoli pezzi di plastica incandescente. Il giorno dopo sono comparse sulle sue mani vesciche – racconta Alessia – che io ho potuto vedere personalmente il 22 agosto tramite colloquio visivo via Skype». Ma non solo. Sempre secondo quanto riferito alla compagna, lo scorso 13 agosto Valerio avrebbe ricevuto l’ennesima irruzione notturna. «I soliti tre o quattro agenti- si legge nell’esposto – lo hanno colpito alla testa per cui, ad oggi, sono quattro le cicatrici evidenti». Il detenuto ha chiesto ad Alessia, nelle loro rapide chiamate telefoniche, di denunciare questi fatti e di esporre che oltre alla violenza fisica «c’è anche quella psicologica perché gli agenti lo istigano per indurlo a reagire magari compiendo gesti irreparabili come già accaduto con un altro detenuto il quale si è tolto la vita». Alessia ha paura, teme per l’incolumità del compagno. «Chiedo – racconta Alessia – di poter essere ascoltata e che quanto prima si possa intervenire per mettere fine agli abusi che sta subendo la persona che amo, che è soprattutto un uomo che se pure può aver commesso degli errori non può certo pagarli con la vita, prevedendo la legge come pena solo la privazione della libertà che non può, secondo Costituzione, essere contraria al senso di umanità». Ovviamente sarà tutto da verificare, ma la vicenda appare seria e quindi dovrà essere chiarita il più presto possibile. Pietro Ioia che conosce molto bene la questione ha detto di non sottovalutare il problema e denunciare. C’è anche Rita Bernardini, esponente radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, che – una volta ricevuto la lettera da parte della compagna del recluso – ha immediatamente inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa. Possibile che a Viterbo, dopo anche la recente ispezione del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) e la mozione approvata dalla regione Lazio a prima firma del consigliere Alessandro Capriccioli di +Europa, la situazione sembrerebbe rimasta invariata? Ci sarà finalmente una iniziativa decisiva da parte del Dap e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per mettere fine a questi presunti abusi?

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