Commenti 25 Aug 2020 15:00 CEST

Governabilità e legge elettorale

Il rosatellum, proprio per la distribuzione dei seggi in un collegio unico nazionale, risulta nella sua parte proporzionale molto garantista della rappresentanza politica

Nell’imminenza del referendum sulla riforma che ridurrà i deputati a 400 e i senatori a 200, l’attenzione volge alla legge elettorale. Con singolare analogia al caso della “riforma Renzi” ( si ricordi: a una riforma istituzionale si voleva associare una riforma elettorale), si sostiene che la legge elettorale attuale ( L. 165/ 2017) non potrà andare bene. In questo senso è intervenuto nel Corriere della Sera del 20 agosto Stefano Passigli ( È tempo di ripensare al proporzionale), con alcuni argomenti condivisibili e altri meno.

Partiamo da ciò che è condivisibile e anche da me qui sostenuto in passato, che si può ridurre in una sintesi – ben inteso mia, non di Passigli: la legge elettorale con la stabilità non c’entra. Passigli cita i casi tedesco e spagnolo, con governi duraturi e rare crisi politiche. La stabilità in quei casi dipende dai rapporti governo- parlamento, dalla sfiducia costruttiva, dai regolamenti parlamentari, non dalla legge elettorale. Fin qua d’accordo e, a essere coerenti, si dovrebbe anche dire “fine del discorso”.

Senonché Passigli dice che “una qualche stabilità può essere garantita solo adottando un sistema integralmente proporzionale e con soglie di sbarramento basse, o da un sistema integralmente maggioritario (…)”, e successivamente rivela la sua preferenza netta per la prima opzione in ragione di fattori storico- culturali ( la “divisione” dell’Italia). Il punto è: perché l’attuale “legge Rosato” dovrebbe portare il paese sull’orlo del caos? Ricordiamo che questa legge stabilisce che il 37% dei parlamentari è eletto in collegi uninominali maggioritari, il 61% con metodo proporzionale e varie soglie di sbarramento e il 2% ancora con proporzionale ma in collegi esteri. L’argomento di Passigli è che, in vista delle elezioni, i quattro partiti maggiori ( Lega, FdI, PD, M5S) potrebbero dividersi pressoché equamente i voti, magari presentandosi in coalizioni per sfruttare le opportunità della presente legge elettorale, e che in un assetto bicamerale simmetrico come il nostro solo la presenza dei partiti minori ( FI, Iv, Leu) garantirebbe la formazione dei governi. Con la legge elettorale attuale, ridotto il numero dei parlamentari, ciò non sarebbe più possibile.

Una legge elettorale è un algoritmo per convertire un numero ampio di voti ( milioni) in un numero ridotto di seggi parlamentari ( centinaia). Se all’algoritmo chiediamo di tradurre, poniamo, 20 milioni di voti in 600 seggi anziché 945 il risultato aggregato sarà relativamente simile. Nell’ipotesi di Passigli, se le prossime elezioni si tenessero con la legge attuale potremmo avere che alla Camera i quattro maggiori partiti ottengono ciascuno 98 seggi ( 37 dal maggioritario e 61 dal proporzionale) e al Senato ciascuno 49 ( 18,5 dal maggioritario e 30,5 dal proporzionale), tutti gli altri verrebbero cancellati e resterebbe l’incognita degli 8 deputati e 4 senatori “esteri”. In queste condizioni, effettivamente sia alla Camera che al Senato ci potrebbero essere due “coalizioni bloccanti”, che non formano maggioranza ed esercitano veto su qualsiasi soluzione: PD- M5S contro Lega- FdI, ciascuna con 196 seggi alla Camera e 98 al Senato. Tralasciamo l’incognita Deputati- Senatori “esteri”, perché se l’introducessimo il modello previsionale di Passigli vacillerebbe.

Ci sono due osservazioni critiche da fare. La prima è che un hung parliament ( cioè un Parlamento senza maggioranza) può risultare casualmente da qualsiasi legge elettorale. L’algoritmo traduce meccanicamente, infischiandosene degli equilibri politici. Paradossalmente, l’eventualità di un impasse politica è altrettanto probabile con il sistema elettorale auspicato da Passigli, cioè un proporzionale senza soglie di sbarramento, se i quattro partiti maggiori ottenessero ciascuno il 25% dei voti e quindi dei seggi. La seconda osservazione è ben nota. Anche le leggi elettorali proporzionali sono sempre un po’ o un tanto “dis- proporzionali”, cioè distorcenti. Ciò dipende dal quoziente per la ripartizione dei voti. Il quoziente q è il rapporto tra voti V e seggi s ( q= V/ s) ed è determinato a livello di collegio elettorale o, come nel caso della L. 165/ 2017, in un collegio unico nazionale con successiva attribuzione alle circoscrizioni. La dis- proporzionalità del proporzionale dipende dunque dall’ampiezza del collegio ( quanto minori sono i seggi distribuiti, tanto più ampio è il quoziente necessario per ottenerli). In definitiva, la L. 165/ 2017, proprio per la distribuzione dei seggi in un collegio unico nazionale, risulta nella sua parte proporzionale molto garantista della rappresentanza politica. Certo, c’è una soglia, ma molto bassa, al 3% per le liste singole a livello nazionale. Attualmente sono previsti per la camera dei Deputati 28 collegi plurinominali ( che assegnano mediamente 13,7 seggi ciascuno). Se supponiamo che il numero delle circoscrizioni resti invariato approvata la riforma, i 244 seggi proporzionali del nuovo Montecitorio verrebbero attribuiti nel numero medio di 8,7 per circoscrizione, il quoziente resterebbe determinato a livello nazionale e quindi relativamente basso, continuando a non penalizzare i partiti medi e piccoli ( quelli almeno oltre il 3% a livello nazionale). Inoltre, se la formula applicata restasse – come ora – quella di Hare, che prevede il recupero dei resti di voti del quoziente, la rappresentanza dei partiti medi e piccoli sarebbe ancora favorita. Insomma, non si vede perché questi dovrebbero sparire.

Davvero non si spiega la fregola riformatrice del sistema elettorale. A meno di non dire che il sistema partitico italiano, di nuovo, si va frantumando, non è “strutturato” a livello nazionale, per dirla nei termini di Giovanni Sartori, vale a dire che mancano partiti capaci di conquistare voti ovunque e di avere una chiara “vocazione maggioritaria”, per tanto meglio proseguire alla “spicciolata” e contarsi a uno ad uno. Va bene, nessuna obiezione ( tanto la legge elettorale non conta per la stabilità politica, l’abbiamo detto), ma non si sostenga che la riduzione dei parlamentari impone la riforma della “legge Rosato”.

* Professore ordinario di Scienza della Politica, Università di Trieste

 

 

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