Prima pagina 12 Aug 2020 19:04 CEST

Così Raggi ha spiazzato destra e sinistra

IL RETROSCENA

I fronti aperti, a questo punto dei giochi, sono molti. Quello tutto interno ai 5Stelle, quello della credibilità dello stesso Movimento, quello dei rapporti con il Pd. E poi c’è la necessità che centrodestra e centrosinistra trovino in tempi rapidi un candidato da contrapporre a Virginia Raggi, sindaco di Roma uscente e da 48 ore, nuovamente candidata per un secondo mandato.

In passato tutti questi sindaci dei 5Stelle che, giunti al completamento dei due mandati, hanno tentato la ricandidatura sono stati cacciati. Per la Raggi questo non si può fare. Primo perché anche una stragrande maggioranza del resto del Movimento – deputati e senatori, consiglieri regionali e comunali – è giunta al secondo mandato. E se non cambia la regola sa di dover andare a casa alle prossime elezioni. E una poltrona fa sempre comodo, specie quando è assai ben retribuita. Secondo, perché un sindaco che non tenta un secondo mandato, certifica il proprio fallimento come amministratore. E qui non c’è in ballo solo Raggi Virginia intesa come singola. C’è in ballo il fallimento di una intera filosofia, quella dell’uno vale uno e della politica che può fare chiunque.

Non importa che il bilancio della Raggi in Campidoglio sia tragico: ricandidarla serve a farne l’ariete che eliminerà per tutti il vincolo dei due mandati facendo degli apriscatolette di tonno, direttamente il tonno inchiavardato sulle sedie curuli: da Homines Novi a Casta di poltronari professionisti il passo è breve.

Non ricandidarla avrebbe certificato che il quinquennio dei 5Stelle a Palazzo Senatorio è da dimenticare e, appunto, scardina la più sacra delle rimaste regole grilline, il vincolo dei due mandati.

Le altre – dai vaccini all’alleanza col Pd, anzi, alle alleanze politiche; dalla Tav alla Tap passando per il fantasmagorico Tunnel dello Stretto ( Ponte fa vecchio!), dallo streaming di qualunque riunione al primo salvataggio di Salvini – sono state cancellate. In genere con spettacolari referendum stile bielorusso.

Che fra i grillini, sponda lombardiana, ci sia molta gente che avrebbe preferito la poltrona del dentista al sostegno alla Raggi è cosa nota. Anche perché il Governo Conte si regge sulla paura dell’uomo nero” ( Matteo Salvini) e dal Pd avevano già fatto trapelare, via Regione Lazio, ipotesi di possibili alleanza purché la Raggi rimanesse fuori dai giochi. L’annuncio di Virginia spezza questa possibilità e, anche se si è assistito per mesi a numerose sodomie asciutte da parte dei Dem pur di allontanare lo spauracchio delle urne, questo potrebbe essere un qualcosa di troppo grosso perché possa scivolare indenne.

Perciò ora i Dem devono iniziare a fare uno sforzo vero: trovare un candidato. Stessa cosa per il centrodestra.

Entrambi attenderanno comunque l’esito delle elezioni regionali di fine settembre. I sondaggi non sono esattamente incoraggianti per la compagine che regge il Governo: su sette regioni al voto, l’unica dove la sinistra appare in rassicurante vantaggio è la Campania. Tre ( Liguria, Veneto e Valle D’Aosta) vedono i candidati di centrodestra in nettissimo vantaggio. Restano tre regioni ( Marche, Toscana e Puglia) e una sola, la Toscana, vede in vantaggio il centrosinistra. Sei a due ( o sette a uno) sarebbe una sconfitta secca per il Governo e i suoi azionisti di riferimento, anche perché la competizione in tutte e sette le regioni vede i grillini fare da spettatori passivi di uno scontro centrodestra/ centrosinistra.

Dal giorno dopo, a risultati acquisiti, inizieranno i ragionamenti veri sui nomi da candidare.

La Raggi, dopo aver ricevuto una sconfitta elettorale dopo l’altra da quando siede a Palazzo Senatorio, incasserà alla fine il via libera alla sua corsa da parte di un vertice politico del Movimento così debole come mai in passato. Ma dovrà comunque fare i conti anche con la Monica Lozzi, presidente del VII Municipio, ultima ( di una lunga serie) ad essere fuoriuscita dal Movimento e sfidante con il neonato movimento di Gianluigi Paragone.

A sinistra più che una rosa di nomi è un roseto vero e proprio. In ordine di apparizione: Carlo Calenda, Roberto Morassut, David Sassoli, Enrico Letta, Giovanni Caudo, Sabrina Alfonsi, Amedeo Ciaccheri, Giovanni Malagò. A destra, c’è decisamente meno affollamento: Annagrazia Calabria, Fabio Rampelli, Maurizio Gasparri, Guido Crosetto, Claudio Durigon.

A sinistra come a destra, la maggior parte dei nomi che circolano appaiono più come sondaggi di gradimento ( nella migliore delle ipotesi) o aspirazioni di qualche corrente/ singolo.

Tre – Caudo, Alfonsi, Ciaccheri sono presidenti di Municipio uscenti e due, Caudo e Ciaccheri, subentrati nelle suppletive dovute al crollo delle giunte grilline dopo pochi mesi di vita. Sassoli e Letta hanno già espresso il proprio rifiuto ma, almeno per il secondo, non è detto che sia un “no” definitivo. Calenda riesce inviso a tutti i suoi potenziali sostenitori: litiga con il Pd oggi e con Italia Viva domani.

A destra, Durigon più che al Campidoglio viene indicato come interessato a correre per la presidenza della Regione Lazio qualora questa cadesse anzitempo per consentire a Zingaretti di puntellare il Governo in caso di sconfitta alle regionali.

Crosetto, personaggio di statura e competenza riconosciute da tutti, sconta il difetto di non essere romano, anche se vive a roma da anni.

Calabria, Rampelli e Gasparri paiono candidature che richiederebbero da parte della coalizione un impegno sul territorio che, forse, va oltre le possibilità del centrodestra.

 

 

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