Little Boy e Fat Man, le bombe atomiche che chiusero la guerra sacrificando 100 mila giapponesi innocenti

Sono passati 75 anni dall’orrore di Hiroshima e Nagasaki, il punto più basso raggiunto dalla cosiddetta civiltà occidentale

«È giunto il momento di sopportare l’insopportabile e di accettare l’inaccettabile», con queste parole a mezzogiorno del 15 agosto 1945 l’imperatore del Giappone Hirohito comunicava ai sudditi la resa incondizionata del paese agli alleati. La decisione faceva seguito alle esplosioni di due bombe atomiche sganciate da aerei americani sulle città di Hiroshima e Nagasaki nei giorni 6 e 9 dello stesso mese. Per quasi una settimana i vertici nipponici avevano cercato una strada, sotto minaccia di colpi di stato provenienti da gruppi diversi delle forze armate, per sfuggire alla necessità di accettare la Dichiarazione di Potsdam fatta il 26 luglio dai rappresentanti di Stati Uniti, Regno Unito e Cina, che nella sostanza ribadiva la richiesta di resa senza condizioni per porre termine alla guerra e anticipava l’intenzione di occupare militarmente l’intero Giappone.

L’esito disastroso di una delle maggiori tragedie della storia dell’umanità veniva raggiunto attraverso i più feroci attacchi contro popolazione civile mai messi in atto da uno stato democratico. A Hiroshima persero la vita in pochi attimi dalle 70.000 alle 80.000 persone, a Nagasaki le vittime immediate furono tra le 35.000 e le 40.000. Il numero dei feriti e dei danneggiati in forme diverse dalle radiazioni, anche fra i discendenti di quanti subirono il bombardamento, è incalcolabile.

La vicenda dei bombardamenti terroristici effettuati su bersagli civili è lunga e complessa. Si annida nei recessi della malvagità e dell’ottusità che caratterizzano il fenomeno bellico, riducendo a ben poca cosa gli elementi di eroismo e spirito di sacrificio pure presenti in esso. La Prima guerra mondiale ebbe termine per il crollo del fronte interno delle Potenze centrali, dopo che almeno un milione di civili tedeschi, austriaci, ungheresi, croati, cechi, slovacchi e bulgari erano morti a seguito delle privazioni e della sottoalimentazione dovute al blocco del commercio imposto dagli alleati. Questo convinse i vertici militari di quasi tutti i paesi del mondo che anche la guerra successiva avrebbe avuto lo stesso esito: i civili divennero quindi l’obbiettivo di attacchi aerei terroristici sempre più pesanti. I tedeschi colpirono Londra e altri centri, fra cui Coventry rimase il più celebre. Rovesciati gli equilibri, gli alleati sottoposero la Germania a bombardamenti di intensità senza precedenti, mirati sugli insediamenti abitati, come furono quelli su Amburgo, Berlino e Dresda. Mentre la guerra continuava, procedeva anche la ricerca di armi sempre più potenti. Gli scienziati di tutto il mondo erano arruolati in una corsa alla produzione della bomba più letale e distruttiva, quella basata sulle recenti scoperte della fisica nucleare. Nel deserto del New Mexico, nella cittadina di Los Alamos, in una condizione di isolamento quasi assoluto i migliori fisici, tecnici e matematici presenti negli Stati Uniti portarono a compimento il “Progetto Manhattan”, la realizzazione delle prime bombe atomiche, sotto la guida di Robert Oppenheimer, che in seguito si pentì di aver partecipato a un’operazione dall’esito tanto sinistro.

Il 12 aprile 1945 il presidente degli Usa Franklin Delano Roosevelt morì, all’inizio del suo quarto mandato. Solo allora il successore, Harry Truman, fino a quel momento vice presidente, fu informato dell’esistenza del progetto in corso e sollecitato a decidere sia in merito alla sua prosecuzione, la cui utilità era divenuta incerta dato il collasso della Germania, sicuramente non più in grado di realizzare per prima una bomba atomica, che sull’impiego della bomba una volta disponibile.

La guerra era vinta anche contro il Giappone, la Yamato, ultima corazzata della flotta nipponica, era stata affondata il 7 aprile, e gli unici problemi rimasti agli alleati su quel fronte erano relativi alla decisione di esigere anche in Oriente una resa senza condizioni. Si cominciavano però a scorgere le avvisaglie del confronto politico- militare destinato a caratterizzare i primi decenni del dopoguerra: la Guerra Fredda, il bipolarismo conflittuale di Usa e URSS per l’egemonia mondiale.

Nel contesto che si andava profilando la dichiarazione di guerra sovietica al Giappone dell’ 8 agosto, fino ad allora sollecitata, apriva ad una avanzata militare in estremo oriente sgradita alle potenze occidentali, ormai convinte che solo la fase terminale della malattia di Roosevelt lo avesse spinto ad accettare una occupazione dell’Europa post bellica così sfavorevole agli anglo- americani. Per impressionare i vertici sovietici gli inglesi effettuarono tra il 13 e il 15 febbraio 1945 il bombardamento di Dresda, città indifesa e priva di qualsiasi valore strategico, che fu rasa al suolo causando oltre 35.000 vittime tra i civili.

Pochi mesi dopo la situazione si era fatta ancora più tesa con i sovietici, la guerra con il Giappone andava chiusa il prima possibile e non si poteva perdere l’occasione di sperimentare una nuova arma dalla potenza terrificante. Ne erano stati realizzati due esemplari, in codice Little Boy e Fat Man, ragazzino e ciccione, il secondo più progredito tecnicamente, e i militari giudicavano opportuno collaudarli entrambi. Su di un bersaglio autentico. Così fu fatto 75 anni fa, uccidendo almeno 100.000 persone senza nessuna colpa diversa dall’essersi trovate nel luogo sbagliato nel momento peggiore.