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Violenza sulle donne, la riforma non può attendere

Secondo la commissione d'inchiesta sul Femminicidio, durante il lockdown sono diminuite le denunce, ma la fase 2 ha portato a un aumento dei casi accertati. In aumento anche gli omicidi
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Più risorse, fondi più stabili erogati su base triennale, meno burocrazia e criteri più precisi per l’individuazione degli enti gestori. Sono queste le indicazioni della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere, che martedì sera ha approvato all’unanimità la propria relazione sui servizi antiviolenza e sul funzionamento dei centri e delle Case rifugio. Un testo che, per la prima volta, fornisce un quadro delle risorse e delle strategie dello Stato per aiutare le donne che fuggono dalla violenza di genere e che chiedono aiuto alle strutture sul territorio. Mettendo al centro della strategia, ancora una volta, proprio quei centri, avamposto della lotta alla violenza contro le donne.

«Si tratta di un documento elaborato dopo mesi di intenso lavoro tra audizioni, sopralluoghi, questionari, indagini, analisi dell’impatto normativo, raccolta dati e testimonianze dirette», ha commentato la presidente della Commissione, la senatrice dem Valeria Valente. Dall’indagine è emersa la necessità di aumentare le risorse per l’intero sistema di prevenzione e contrasto alla violenza, semplificare e velocizzare il percorso dei finanziamenti, verificarne l’effettiva erogazione ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio attraverso un sistema di monitoraggio più efficace e potenziare la governance centrale del sistema. Ma è necessario anche promuovere un’analisi territoriale dei bisogni, coinvolgendo gli enti gestori specializzati. «Per garantire continuità e stabilità al sistema, indispensabile per le donne – si legge nella relazione finale -, non è più rinviabile una programmazione di ampio respiro, a partire da finanziamenti strutturali, superando la logica degli interventi straordinari ed emergenziali. Serve riconoscere la dimensione strutturale del fenomeno della violenza maschile contro le donne definendo un impegno istituzionale di lungo periodo».

La violenza durante il lockdown

Gli ultimi dati Istat parlano chiaro: il lockdown ha comportato una diminuzione delle denunce di abusi da parte di partner e compagni. Un dato che, lungi dall’apparire positivo, conferma le situazioni di costrizione in cui molte donne, vittime di violenza, si sono ritrovate, impossibilitate, in troppi casi, a chiedere aiuto. Partendo dai cosiddetti “reati spia”, ovvero maltrattamenti, stalking, minacce o lesioni personali, fino agli omicidi, nei primi mesi del 2020 si è assistito ad una diminuzione delle denunce di violenza, sintomo della difficoltà, da parte di molte donne, a rivolgersi alle autorità. Ma il trend è risalito con l’inizio della Fase 2, a maggio, quando l’allentamento delle misure restrittive imposte dal governo è coinciso con un aumento delle denunce. Se a marzo ed aprile i numeri sono scesi rispetto al 2019, a maggio, invece, le denunce risultano superiori rispetto a quelle dell’anno precedente: 1.598 contro le 1.519 del 2019. Ma non solo: a maggio sono aumentati i casi di violenza sessuale ( con un incremento del 96% rispetto all’ 89% dell’anno precedente) ma, soprattutto, i femminicidi. Se, infatti, gli omicidi generici risultano diminuiti rispetto al 2019 ( complice il lockdown), le donne vittime di omicidio per mano del proprio convivente o marito sono aumentate: se lo scorso anno, fino al 31 marzo, i femminicidi costituivano il 32% del totale degli omicidi, quest’anno la percentuale è balzata al 48%. Il che significa che quasi la metà degli omicidi, in Italia, è un caso di femminicidio.

L’indagine della Commissione

In Italia i Centri antiviolenza, «cuore e perno del sistema», sono in totale 366, dei quali 335 sono stati passati al setaccio dalla Commissione, per un totale di 647 punti di accesso su tutto il territorio italiano. Sono 49.021 complessivamente le donne che hanno contattato almeno una volta i Centri, con una media di 156 per ogni Centro, e 32.632, invece, le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza con il sostegno di tali strutture( 104 per centro). Tra queste, sono 8.711 le donne straniere. Le Case Rifugio sono 264, dalle quale sono transitate complessivamente 4.483 persone, delle quali 2.244 minori. Si tratta di numeri in costante crescita: «Un dato – si legge nella relazione – che restituisce un’accresciuta fiducia delle donne che vivono situazioni di violenza nei confronti dei servizi specializzati» .

La gestione dei Centri

La maggior parte di queste strutture è gestita da enti privati senza fini di lucro: nel complesso sono 283, ovvero l’ 84,5 per cento del totale, mentre la gestione pubblica riguarda 51 centri (15,2%), dei quali oltre la metà si trovano nelle Regioni settentrionali. Anche per le Case rifugio a prevalere sono i soggetti privati ( 92% dei casi), con una maggiore presenza del pubblico al Nord (10%), mentre nel Mezzogiorno e nel Centro si attesta sul 4%. Tra i Centri attivi al momento della rilevazione, il 32,5 risulta attivo solo dal 2014. Un incremento che si spiega in due modi: «Come l’effetto di una notevole crescita di consapevolezza e impegno sul tema tra le associazioni del Terzo settore, o come l’effetto di un’azione strategica per accedere ai finanziamenti pubblici, che sono stati assegnati a questi scopi dal 2013», sostiene il rapporto. Ma non basta: per rispondere agli obiettivi e ai principi stabiliti con la ratifica della Convenzione di Istanbul servono più servizi territoriali, in relazione alla popolazione femminile di età superiore ai 14 anni, e l’introduzione di criteri minimi per il finanziamento degli stessi, solo in parte fissati dal Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, previsto dalla legge n. 119/ 2013. Attualmente la gestione dei centri è vincolata a «formulazioni ambigue, soprattutto con riferimento alla natura e alle caratteristiche degli enti gestori, nonché dei requisiti minimi dei servizi, finendo per determinare una notevole disomogeneità del sistema nel suo complesso». Un aspetto cruciale, sottolineato dalle stesse Regioni, oltre che dai Centri antiviolenza.

Il lavoro nelle strutture

Tutto ruota sulla relazione fra donne, connessa alla necessità «di intervenire anche a livello culturale sulla imbricazione e intersezionalità del sistema di disuguaglianze di genere economiche, sociali e politiche che genera e perpetua la violenza maschile e di genere». Si tratta, dunque, «di un approccio integrato alla violenza oltreché personalizzato sui bisogni delle donne che la vivono, che tuttavia entra frequentemente in conflitto con la logica organizzativa, parcellizzante e standardizzante, che sta alla base sia dell’approccio istituzionale all’erogazione di servizi assistenziali sia dell’approccio espresso dagli enti gestori non esclusivamente specializzati nella violenza contro le donne». E qui sta il problema, come segnalato anche nel Rapporto del Grevio: «I molti dipendenti dei servizi di supporto generale non possiedono conoscenze adeguate sul tema della violenza e non seguono un approccio sensibile alle specificità di genere». E una formazione inadeguata «può far sì che il personale dei servizi generali nutra un atteggiamento culturale che mette in discussione la credibilità delle vittime e le espone alla vittimizzazione secondaria». È necessario, dunque, mettere al centro di tutti i servizi «la risposta ai bisogni delle donne che si impegnano in percorsi di uscita dalla violenza nel rispetto della loro autodeterminazione».

Il sistema di finanziamento

Dalla relazione emerge la necessità di una semplificazione e accelerazione dell’erogazione dei finanziamenti a Centri antiviolenza e Case rifugio. Stando ai resoconti dei centri D. i. re., infatti, «il riparto nazionale avviene prevalentemente senza un preliminare confronto tra gli Uffici regionali e le associazioni che lavorano quotidianamente sul campo con le donne sulle priorità e le azioni da porre in essere». A livello territoriale, nella maggioranza dei casi, «si verificano gravi ritardi non solo nella spesa ma anche nell’impegno stesso delle risorse, fenomeno che spesso si verifica in conseguenza del tardivo trasferimento dei fondi» dallo Stato alle Regioni. E anche la programmazione annuale dei fondi porta a ritardi che rischiano di compromettere l’erogazione dei servizi. Ritardi che hanno conseguente negative sull’organizzazione e la sostenibilità del lavoro dei centri, «rendendo qualunque tipo di programmazione a medio e lungo termine pressoché impossibile: gli enti gestori si ritrovano infatti ad anticipare le spese per almeno uno o due anni, comprese le risorse necessarie alla retribuzione del personale impiegato, tanto che sono molte le associazioni costrette ad esporsi a livello creditizio».

Le proposte

È necessaria, dunque, «una programmazione centrale ed un quadro unitario di riferimento in grado di ridurre le disomogeneità territoriali, garantendo la continuità e il necessario coordinamento agli interventi e alle politiche indirizzate alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne».

Con un aumento delle risorse per l’intero sistema di prevenzione e contrasto alla violenza, una semplificazione e velocizzazione del percorso dei finanziamenti, una verifica dell’effettiva erogazione delle risorse, un sistema di monitoraggio più efficace e il potenziamento della governance centrale del sistema. Ma bisogna anche promuovere un’analisi territoriale dei bisogni, attraverso il coinvolgimento degli enti gestori specializzati di Centri antiviolenza e Case rifugio in tutti i livelli decisionali. Insomma: serve «una riforma organica della normativa in materia di prevenzione e di contrasto di ogni forma di violenza di genere», attraverso una revisione dell’Intesa Stato- Regioni e l’istituzione di un Osservatorio nazionale permanente, «con compiti di valutazione indipendente dell’intero sistema dei servizi dedicati al contrasto della violenza contro le donne, di monitoraggio dell’implementazione delle azioni previste e di controllo degli standard di qualità dei servizi antiviolenza».

 

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