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Obiettivo raggiunto: 2000 km e 12 città. «Ora un mondo senza carcere…»

"Sui pedali della libertà" arriva a destinazione nel punto più a Sud d'IItalia: Capo Passero. Conclusioni con Fiammetta Borsellino e Maria Masi, presidente facente funzioni del Cnf
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«Il tema del carcere è complesso perché non riguarda soltanto le strutture, ma principalmente le persone. Bisogna avere un’attenzione particolare per le famiglie dei detenuti, i figli dei detenuti, che non hanno alcuna colpa rispetto ai reati commessi ma subiscono gli effetti della detenzione». Con le parole di Fiammetta Borsellino, figlia minore del magistrato ucciso nella strage di Via D’Amelio, si conclude a Capo Passero il nostro tour “Sui pedali della libertà”.

Alle spalle abbiamo 2000 chilometri, più di dieci città. Per ogni luogo una storia, per ogni racconto un piccolo universo fatto di persone e ricordi: il carcere è il luogo fisico della detenzione, ma anche il luogo immateriale che coincide nelle esistenze di chi lo vive con una stagione di dolore e sofferenza. Il luogo che inghiottisce e spazza via ogni prospettiva di futuro, che sospende il tempo e tiene la coscienza irrimediabilmente ammanettata al passato. Anche, e forse soprattutto, per chi da fuori bussa alla sua porta per restituire un po’ di speranza a chi è dentro. «Quando mio marito è stato arrestato in Brasile, lo tenevano in una cella sotterranea con un letto di cartone. Avevo una figlia piccola e con lei in braccio una volta a settimana percorrevo 60 chilometri in autobus per andare a trovarlo. Ogni giorno pregavo che quell’incubo finisse, ma non finiva mai».

Mentre dietro la telecamera Gaetano Santangelo – vittima nel 1976 di un clamoroso errore giudiziario legato alla strage di Alcamo – racconta la sua storia, sua moglie annuisce e aggiunge. Il racconto di quegli anni terribili è anche il suo: «in paese tutti mi guardavano con sospetto, anche la mia famiglia si oppose al matrimonio. Ma io dicevo: perché un uomo che subisce la condanna ingiusta dello Stato, deve subire anche quella della società?». Nelle sue parole c’è tutto il senso di giustizia che non si trova dentro un libro di diritto, tutta quella umanità che non si contiene in un articolo di giornale. Come lei, altre donne, altri figli, ci accompagnano in questo percorso di conoscenza e “svelamento” di quella realtà stipata dentro le celle affollate del nostro paese. Dall’estremo Nord al punto più a Sud d’Italia, quello che incontriamo è lo stesso desiderio di spiegare, mostrare, denunciare: il carcere ha fallito, il nostro sistema penitenziario non funziona e va cambiato, anche se ci rifiutiamo di guardare.

A dirlo non è solo l’ex magistrato Gherardo Colombo che con la sua testimonianza e il suo appello ad «abolire il carcere» ha dato avvio a questa narrazione. Provare a superare il moderno concetto di detenzione significa tentare un investimento più potente, impegnarsi ad ascoltare le voci dei volontari, del personale penitenziario, dei detenuti che hanno avuto una seconda possibilità. Il carcere di oggi, quello che intravediamo tra le sbarre inaccessibili a chi abbia voglia di guardare in profondità, è lo specchio di una società malata a cui si offre una medicina inadeguata.

«Mi sono reso conto che dentro le prigioni è recluso tutto il disagio di questa società. Dopo questa esperienza mi sento di ribadire che non bisogna restare in superficie, che chiunque può sprofondare in un vortice più grande di sè», spiega Roberto Sensi, protagonista del tour ciclistico che dal Brennero si conclude a Capo Passero. Dalla sella della sua bici è stato il testimone di un paese affaticato, spezzato ulteriormente dall’emergenza sanitaria che ha esarcerbato tutte le contraddizioni e la violenza del nostro sistema detentivo: «La mia visione del carcere si è rafforzata attraverso le testimonianze dirette di chi lo ha vissuto. Con la pandemia ognuno di noi ha sperimentato, seppur in piccolo, la privazione della libertà, e ne ha conosciuto il prezzo. È da qui che bisogna ripartire».

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