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De Nicola: «Meno spesa pubblica e più concorrenza: così l’Italia esce dalla crisi»

«Il decisore pubblico non haun punto di vista privilegiato sull'indirizzo da dare all'economia. Si occupi di fissare le regole, il resto lo lasci fare all'impresa»
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Riflette, poi Alessandro de Nicola scandisce: «Il piano nazionale di rilancio è pieno di proposte, non sempre con un rodine di priorità, e con alcune notevoli mancanze». Docente di diritto commerciale avanzato all’università Bocconi e membro del comitato scientifico della Fondazione Einaudi, de Nicola sintetizza così la via per la ripresa italiana: «La politica fissi le precondizioni per la produttività, il resto lo faccia l’impresa».

Professore, cosa manca al piano nazionale di rilancio del governo?

Cito la mancanza più macroscopica: manca qualsiasi proposta per introdurre una maggior concorrenza nel mercato italiano. C’è una paginetta appena, in cui l’unica proposta è quella di liberalizzare un po’ di più il mercato dei distributori di carburante. Posso anche essere d’accordo sul fatto che sia una questione esistente, ma non certo la più importante per il nostro paese.

E poi?

Trovo troppo ridotta anche la parte che riguarda la semplificazione amministrativa. Vedremo gli effetti del decreto Semplificazioni, ma attenzione: non si pensi che la semplificazione si riduca solo a togliere le gare d’appalto. Anzi, le gare ad evidenza pubblica sono una conquista. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere l’iter più veloce e soprattutto di assicurare l’adempimento dell’opera aggiudicata, ma le gare sono importanti. Anche perchè altrimenti si raggiunge il paradosso delle acque minerali.

E quale sarebbe?

I dati sono contenuti nel rapporto del Mef. In Italia ci sono 295 concessioni di acque minerali e solo una di queste è stata affidata con gara. Guarda caso, lo Stato ricava circa 17 milioni di euro, su un mercato con un giro d’affari di 2 miliardi e 800 milioni di euro. Qualcosa che grida vendetta al cielo. La morale è che non si deve confondere la semplificazione con l’eliminazione dell’evidenza pubblica e del controllo, perchè questa è solo una soluzione facile che provoca come conseguenza degli sprechi ancora maggiori.

E sul fronte fiscale, condivide le scelte dell’Esecutivo?

Nel piano ci sono molte pagine sulla lotta all’evasione fiscale e molte meno sul contenimento della spesa pubblica. Recuperare l’evasione fiscale è sicuramente importante, ma poi quei soldi andrebbero immediatamente trasfusi in minori tasse per tutti, altrimenti manca l’incentivo. Di conseguenza, il problema del bilancio pubblico è risolvibile solo contenendo il lato della spesa: anche perchè quest’anno, dopo la pandemia, gli introiti fiscali saranno molto più bassi vista anche la previsione di un calo del Pil di 11 punti. La riforma fiscale del governo, invece, mi sembra solo una serie di microaiuti ed esenzioni, che assecondano le lobby e quello che viene evidentemente considerato l’elettorato di riferimento dell’Esecutivo.

Sul fronte della giustizia, considera prioritaria la velocizzazione della “macchina” civile?

Certamente velocizzare il processo civile è un tema, il guaio è che il governo è convinto di aver raggiunto l’obiettivo con il disegno di legge di riforma. In quel testo, invece, è contenuto solo il minimo sindacale sulla digitalizzazione del processo. Non viene affrontata, invece, la radice del problema: i risultati si ottengono in base agli incentivi e, evidentemente, ora non sono tali da scoraggiare il ricorso pretestuoso ai tribunali o da incoraggiare la velocizzazione dei magistrati e l’organizzazione dei tribunali. In questo modo si possono anche cambiare le regole del rito civile, ma difficilmente si otterranno risultati.

Intanto, il governo non ha ancora presentato l’elenco delle riforme cui sono vincolati i fondi del Recovery Plan.

Si tratta della canonica negligenza. Alla fine, preso dalla disperazione, il governo impacchetterà qualcosa, magari copiando dal piano Colao. Sulla qualità di scelte fatte in questo modo, però, le chiedo di potermi riservare un giudizio.

Lei quale elenco di priorità fisserebbe?

Intanto accetterei il Mes, per riformare la sanità. Quanto all’elenco, secondo me l’elemento primario da indicare è il metodo: io spenderei riformando, perchè spendere per spendere è una strada senza uscita. Lo abbiamo visto negli ultimi quarant’anni di storia italiana: abbiamo accumulato deficit altissimi, senza migliorare in questo modo la produttività del paese. Il debito pubblico esorbitante non ci ha portato da nessuna parte, anzi siamo il paese che è cresciuto di meno. Ecco perchè dico: spendere senza riformare non serve a nulla.

Cottarelli indica la via degli investimenti pubblici, invece.

Sicuramente sono d’accordo con lui sull’importanza di fare investimenti pubblici in questa fase, ma farei una precisazione: i soldi cercherei di farli spendere alle imprese. Lo Stato spenda denaro pubblico per digitalizzazione, scuola e sanità, ma per quanto riguarda l’attività economica si dovrebbero incentivare le imprese. La ragione è molto semplice: le imprese sanno molto meglio di un burocrate del Mise quali sono le esigenze del mercato. Meglio incentivare chi risponde al suo azionista, invece che chi risponde a un elettorato.

Sembra che lei abbia poca fiducia nell’attuale classe politica. Meglio le task force?

Un paio di mesi fa ho scritto un twit che voleva essere ironico, in cui ringraziavo di essere stato nominato a capo della task force per il coordinamento delle task force. Sono stato sommerso dagli insulti di chi diceva di smetterla di sperperare denaro con le task force. Questo per dirle che non credo sia il caso di farne altre, ma è vero che ritengo questa classe politica inadeguata. O meglio, una parte è sicuramente più inadeguata di un’altra.

Ma qualcuno dovrà pur decidere…

A me sembra che il decisore pubblico non abbia un punto di vista privilegiato su quale indirizzo dare all’economia. Anzi, penso che ci vedano più lontano quelli che si occupano del loro orticello, ma che sanno dove sta andando il loro mercato di riferimento. Di conseguenza, dunque, sarebbe bene che la classe politica si limitasse a fissare le regole per il funzionamento del mercato e le precondizioni perchè si generi una alta produttività: istruzione, sanità, opere pubbliche e burocrazia efficiente. Il resto lo si lasci fare all’impresa.

 

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