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Platì: la retata di Gratteri in diretta Tv, la galera e la pioggia di assoluzioni

Tappa dieci. Gli abitanti del piccolo comune dell'Aspromonte ricordano la terribile notte del 2003 in cui migliaia di uomini in divisa cinsero d'assedio il paese nell'ambito dell'operazione "Marine": oltre cento gli arresti ma solo otto le condanne a fine processo
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«Quando arresti una persone perbene, questa non lo dimenticherà mai perché subisce la violenza di Stato». Secondo Ilario Ammendolia, intellettuale della Locride ed ex sindaco di Caulonia, in Calabria lo Stato sbaglia due volte: lasciando prima il territorio in condizioni di ingiustizia e sottosviluppo, e poi gettando la società civile in pasto ai pregiudizi dell’intero Paese e dell’opinione internazionale.

Con lui ripercorriamo la vicenda che quasi vent’anni fa sconvolse Platì, piccolo centro dell’Aspromonte che nell’immaginario pubblico è diventato uno dei luoghi simbolo della ‘ ndrangheta. È il 12 novembre 2003: nel cuore della notte un migliaio di uomini in divisa cinge d’assedio il paesino della locride arrestando oltre cento cittadini. In manette due ex sindaci, funzionari comunali, il medico e «lo “scemo del villaggio”, a cui i compaesani per calmarlo raccontarono la pietosa bugia che lo avrebbero portato in pellegrinaggio da Padre Pio».La maxi operazione “Marine”, coordinata dall’allora sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri, mirava a sventare un sistema criminale che dalle ndrine locali sarebbe passato per le istituzioni comunali. Lunga la lista di reati ipotizzati: associazione per delinquere di stampo mafioso, voto di scambio, abuso in atti d’ufficio, falso, estorsione.

Secondo l’accusa, le cosche – identificate con i clan dei Barbaro, egemoni sul territorio agivano indisturbate da Platì acquisendo il monopolio degli appalti pubblici e guidando parallelamente traffici illeciti. Nell’ambito dell’operazione venne scoperta e distrutta anche una rete di bunker e cunicoli che avrebbe permesso ai latitanti di nascondersi e di occultare le vittime di sequestro. Ma l’intero castello accusatorio dell’inchiesta crollò presto. Già in sede di convalida, il Tribunale del riesame aveva rimesso in libertà la maggior parte degli indagati. A fine processo, su 44 imputati giudicati con rito abbreviato, le condanne sono solo otto, di cui almeno cinque per reati minori. Per altri 19, per i quali si procedeva con rito ordinario, arriva la prescrizione. Nel 2015 infatti, una sentenza della Corte D’Appello di Reggio Calabria derubrica il reato a loro contestato: l’associazione per delinquere semplice, benché riconosciuta in alcuni casi, non avrebbe agevolato le ‘ ndrine.

Intanto per il comune di Platì comincia il calvario amministrativo e politico. Sciolto per condizionamento mafioso a più riprese, l’ente viene retto negli anni da commissioni straordinarie e riorganizzato con un esteso programma di lavori pubblici. Con un fallimento elettorale dietro l’altro, nessuna rappresentanza politica riesce a stabilirsi al comando: si illude di ripartire con le elezioni del 2016, ma dopo due anni l’amministrazione viene commissariata per la quarta volta e tutt’oggi non ha né un sindaco né un consiglio comunale.

«Bisogna rivedere tutta l’impostazione strategica nella lotta alla mafia. Le maxi retate fanno grande rumore ma la ‘ ndrangheta ne esce rafforzata», spiega Ammendolia, autore del saggio critico “La ‘ ndrangheta come alibi. Dal 1945 ad oggi” e direttore del settimanale Jonico “Riviera”. Una strategia che per l’ex sindaco non è certamente quella di «chi ha consapevolmente trasformato la sacrosanta lotta alla ndrangheta in un palcoscenico su cui discutibili comparse recitano la parte degli eroi aprendosi la strada a colpi scena destinate a trasformarsi in “notizie fragorose” sui media nazionali».

Dell’operazione Marine – e di altri maxi blitz che negli anni hanno reso celebre il procuratore Gratteri – Ammendolia aveva studiato le carte fin da subito scovandone contraddizioni ed errori grossolani. Secondo la sua tesi, il fallimento di inchieste così ambiziose non farebbe che rafforzare le mafie restituendo un’immagine indebolita dello Stato. «È la crisi delle democrazia – aggiunge per cui tra i cittadini prevale il sentimento del “si salvi chi può”. Con operazioni da guerra lampo come “Marine”, si tenta, ed in parte ai riesce a saldare in un unico fronte gli ndranghetisti e le persone innocenti vittime di assurde repressioni di massa».

Dell’efficacia di quell’operazione così estesa ricorda di aver subito dubitato, nonostante il clamore mediatico che produsse. La notizia degli arresti era su tutte le prime pagine. Ne parlarono anche i giornali stranieri, tra cui il New York Times e la BBC. «Così si produce uno sguardo ingessato sulla Calabria», conclude Ammendolia, che si sofferma in una riflessione sulla giustizia- spettacolo. «Anche se i periodi di detenzione sono stati brevi – sottolinea – e le sentenze si sono incaricate si ridimensionare la portata dell’operazione, nell’immaginario comune resta la cultura del sospetto» .

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