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Carcere Sollicciano: si suicida, ma aveva finito di scontare la pena da tempo

Carcere di Sollicciano, Firenze
Giuseppe Pettrone era un collaboratore di giustizia, internato nel carcere fiorentino per scontare la misura di sicurezza in casa lavoro
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L’uomo che una settimana fa si è suicidato nel carcere di Sollicciano non era un detenuto. Lui, da tempo, aveva finito di scontare la pena, ma era stato raggiunto da una misura di sicurezza. Ancora una volta parliamo degli internati, gli ultimi degli ultimi, quelle persone che hanno finito di pagare per gli errori commessi, ma il loro destino rimane ancora in balia dei magistrati. Subiscono una pena prolungata nonostante sia già scontata, misure di sicurezza che risalgono al codice Rocco che ha come impronta il retaggio fascista che considera il lavoro come misura correzionale.

Giuseppe Pettrone era internato

Ma la vicenda di Giuseppe Pettrone, così si chiamava, è un caso ancora più particolare. Parliamo di un collaboratore di giustizia, grazie al quale si è potuto sgominare un pericoloso clan camorrista. Non aveva però un carattere facile, e per questo l’ha pagata cara. Anche troppo, secondo gli avvocati, il titolare della difesa l’avvocata Civita Di Russo del foro di Roma con la collaborazione dell’avvocato Matteo Moriggi. Nel momento in cui si è suicidato, come detto, si trovava al carcere fiorentino di Sollicciano a scontare la misura di sicurezza in casa lavoro, come aggravamento della precedente misura – molto più lieve perché in libertà vigilata – nonostante l’assenza di condotte gravi. Oltre a ciò, come se non bastasse, in piena emergenza Covid 19, lui era anche affetto di tubercolosi.

Ma cosa era accaduto? Quando aveva finito di scontare la lunga pena, è stato raggiunto da una misura di sicurezza, ma lieve anche per il suo contributo alla giustizia. Parliamo della libertà vigilata. Sostanzialmente libero, ma con delle restrizioni sulla libertà di movimento e obbligo di firma. A causa del suo carattere iroso, si era dimostrato insofferente alle limitazioni, probabilmente conscio che teoricamente aveva già finito di scontare la pena. Per questo motivo il magistrato di Sorveglianza, a ottobre del 2019, ha emesso un provvedimento di aggravamento della misura di sicurezza già in atto, applicandogli quella della casa di lavoro. Quindi Pettrone è dovuto rientrare in carcere di Sollicciano dove, di fatto, una casa lavoro non c’è. Come ha sottolineato lo stesso avvocato difensore, nonostante il provvedimento punitivo sia comprensibile, tale severa decisione non era fondata su condotte particolarmente gravi, come ad esempio la commissione di reati, ma solo su un più generale atteggiamento di una sua insofferenza rispetto alla libertà vigilata. Sono passati sei mesi di detenzione (di fatto lo era), Pettrone si è comportato correttamente e i legali hanno fatto istanza per richiedere una modifica della misura di sicurezza.

Istanza rigettata dopo il suicidio

Ma non solo. Nel frattempo è scoppiata la pandemia Covid 19, con il rischio di focolai nelle carceri, cosa che è successa in alcuni istituti. Come se non bastasse, l’uomo ha contratto anche la tubercolosi. Una malattia che colpisce i polmoni e che lo ha reso ancora più vulnerabile in caso di contagio. Non era teoricamente un detenuto, la pena l’ha finita di scontare da tempo, e quindi sarebbe stato paradossale tenerlo ancora dentro, mentre in quel periodo le autorità cercavano di alleggerire la popolazione detenuta. Pettrone, quindi, aveva tutti i presupposti, se non per revocargli la misura di sicurezza, almeno per ripristinargli la libertà vigilata. Soprattutto in maniera celere visto l’emergenza pandemia, tant’è vero che il legale ha chiesto un’anticipazione dell’udienza. Nulla da fare. La magistratura di sorveglianza non ha ritenuto necessario anticipare, visto che il Covid 19, a Sollicciano, non c’era. A quel punto è stata fissata l’udienza “ordinaria” il 27 maggio scorso. L’esito della decisione però tarda ad arrivare. Passano giorni, settimane e probabilmente Pettrone non ha resistito per questo. Rimane ovviamente una ipotesi. Nel passato aveva anche temuto per la sua vita essendo collaboratore. Fatto sta che giovedì scorso viene ritrovato impiccato. Ha deciso di togliersi la vita, da persona non detenuta ma che di fatto lo era. L’amara ironia della sorte è che alla fine la decisione del tribunale è arrivata proprio due giorni fa. L’esito? Il rigetto dell’istanza.

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