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Mario Bressi e la banalità del male

No, la retorica del bravo padre di famiglia che soffre per la separazione non è accettabile. Nemmeno se per anni quell'uomo che ha ucciso i suoi figli è stato un «padre modello»
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No, la retorica del bravo padre di famiglia non può andar bene. Nemmeno se per anni Mario Bressi – questo il nome dell’uomo che ha ucciso i suoi due figli gemelli, Diego ed Elena, di soli 12 anni prima di togliersi la vita come vendetta per la separazione dalla moglie – è stato uomo e padre modello, «senza mai una parola fuori posto». Il dramma che si è consumato in Valsassina non può trovare giustificazione nel dolore – magari anche sincero, ma ininfluente in tal caso – di un uomo che ha visto la propria storia d’amore finire malamente.

Ma in un mondo che tenta a fatica di riconoscere la violenza sulle donne, che ancora stenta ad attribuire al termine “femminicidio” il suo senso sociologico, che ha la capacità di cercare una giustificazione anche di fronte alla morte assurda di due bambini che quell’uomo, il padre senza mai una parola fuori posto, avrebbe dovuto amare a prescindere dalla sua vicenda sentimentale con la moglie, applicare ad un tale orrore una attenuante di fondo è solo la conferma che c’è un problema culturale. Quello che magari anche in maniera inconscia – ma molto più spesso assolutamente consapevole – accetta le logiche del patriarcato, del possesso, della riduzione della donna e dei bambini ad oggetti che esistono solo in relazione al loro rapporto col marito/padre e della famiglia come unità inscindibile, da salvaguardare ad ogni costo.

Tutto ciò non è più giustificabile. E i titoli dei giornali, che sempre superficialmente tentano di umanizzare un gesto che non ha giustificazione alcuna, sono la prova che tale problema è culturale e che la violenza, se nasconde un “dramma” (dato per scontato solo perché è lei che decide di lasciare lui), può trovare giustificazione. Sulla pagina Facebook di Bressi, trasformata in mausoleo al quale appoggiare un fiore e manifestare solidarietà all’uomo «distrutto», va in scena la sagra dell’assurdità. «La moglie – si legge tra i commenti – per noia o per capriccio decide di cambiare vita». È colpa sua, dunque. Era disperato e allora, in fondo, lo si può comprendere, dice la gente. «Questo uomo aveva bisogno di aiuto e nessuno lo ha capito, il male oscuro è dentro ognuno di noi quando si impossessa del nostro corpo», oppure «Chissà che cosa t’aveva fatto tua moglie per farti uscire di testa in questa maniera». Chissà se qualcuno si è chiesto se anche lei, Daniela, avesse bisogno di aiuto. Che vita fosse la loro, quanta infelicità nascondesse quel rapporto, quanto fosse meglio, per tutti, che quel matrimonio finisse. Domande che non interessano a nessuno, perché era lui quello che soffriva.

E invece no, non esiste giustificazione. Il gesto finale di quest’uomo nasconde la volontà di esercitare, fino all’ultimo e per sempre, un potere su una donna la cui vita è rovinata, anche in questo caso, per sempre. Una vita che sconterà sempre il vuoto enorme e incolmabile di due figli innocenti – e altrimenti non potrebbero essere – che non torneranno più. Una vita innocente anche la sua, quella di Daniela, che si sentirà però sempre marchiata da una colpa che lui, fino alla fine, le ha voluto attribuire, costringendola ad interrogarsi fino all’ultimo dei propri giorni sui propri eventuali – e assolutamente inesistenti – errori.

Nessuna separazione, per quanto dolorosa, può fungere da scusa per una brutalità simile. Nessuna vita da bravo padre, da uomo coerente alle aspettative sociali – assolutamente evanescenti di fronte ai comportamenti del singolo nell’intimità della propria casa -, da cordialità distribuita a piene mani ai vicini o agli amici o ai colleghi potrà mai attenuare l’estrema violenza di un gesto che non avrà mai ragione di essere.

Scavare nella sua vita per trovare tutti gli elementi che lo rendono un uomo migliore dell’ultimo suo gesto non ha senso. Potrebbe anche esserlo stato, ma non lo è stato in quel momento. Non lo sarà mai più per l’eredità che ha lasciato all’ex moglie, agli amici, ai parenti di quei due ragazzini. E non dovrebbe esserlo per tutti noi. Le parole che giustificano la violenza sono esse stesse violenza. Normalizzano, per chi si ferma alla superficie delle cose, l’orrore. Lo fanno accettare. E ciò è solo il primo passo verso ulteriori violenze.

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