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«Il carcere è l’inferno sulla terra. Prima di pretendere la legalità, va data»

Quarta tappa a Perugia con Carmelo Musumeci, condannato all'ergastolano ostativo. «L’ergastolo è una pena di morte viva. Alla società non serve il dolore di chi commette il reato, né allevia il dolore delle vittime»
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«Se qualcuno mi chiede se mi sono perdonato rispondo di no, ma cerco di scontare la mia pena in maniera utile per la società». Sono le parole di Carmelo Musumeci, arrestato nel 1991 e condannato all’ergastolo ostativo per omicidio e associazione mafiosa. Da circa due anni è in liberazione condizionale e fa volontariato in una casa famiglia umbra: «La prima volta che mi sono sentito colpevole è stato di fronte a persone buone, non di fronte a una guardia che chiudeva il cancello». Quando lo raggiungiamo nella Comunità Papa Giovanni XXIII capiamo il senso delle sue parole: «il bene è contagioso», spiega, mostrandoci quei luoghi di relazione sociale che gli hanno permesso di cambiare vita.

«Il carcere non è la medicina ma la malattia»

 

La sua storia si divide in due parti, la prima determinata da una «cultura deviante e criminale»: dopo l’adolescenza in un istituto minorile, viene condannato all’ergastolo ostativo – pena che si applica a reati di particolare gravità e che non prevede la concessione di benefici penitenziari – in seguito a una sanguinosa lotta per il territorio in Toscana tra clan rivali. Quando entra in carcere ha la licenza elementare, è conosciuto come il “boss della Versilia”. Seguono gli anni all’Asinara, dove è sottoposto al «regime di tortura» del 41bis. Trascorre recluso un terzo della sua vita, passando da un istituto all’altro. Oggi, all’età di 64 anni, Musumeci è uno scrittore, autore tra gli altri di “L’urlo di un uomo ombra. Vita da ergastolano ostativo”, e ha tre lauree: in giurisprudenza, sociologia e filosofia. Nel 2014 il suo ergastolo è passato da ostativo a “ordinario” e dopo due anni in regime di semilibertà nel carcere di Perugia, viene scarcerato nel 2018 con la liberazione condizionale. Da allora prosegue la sua battaglia contro il fine pena mai avviata dalle mura del carcere con l’appoggio esterno di esponenti della cultura e politica italiana. «Il carcere non è la medicina ma la malattia – spiega Musumeci -, sono le relazioni sociali ad avermi veramente cambiato».

«L’ergastolo è una pena di morte viva»

 

La sua ribellione contro il sistema penitenziario nasce per rabbia, non vede «la differenza tra i colpevoli che sono dentro e quelli che ti tengono recluso». «Non hanno neanche l’umanità di ammazzarci ma ci murano vivi», si ripeteva con gli altri detenuti all’Asinara. La consapevolezza, il senso di colpa che lo ha portato a un cammino doloroso di trasformazione, arriva anni dopo con l’incontro con Agnese Moro e Nadia Bizzotto, con cui condivide il progetto “Oltre le sbarre”. Dal carcere comincia a tessere rapporti con l’esterno e diventa un «detenuto ingombrante»: «Lo Stato ha paura del prigioniero che studia, pensa e sogna», accusa. E «ha paura anche dell’amore»: in regime di 41bis, infatti, ogni contatto fisico con i familiari è impedito, i colloqui si svolgono con un vetro divisorio. «Ma le mogli e i figli dei detenuti non hanno commesso alcun reato», sottolinea Musumeci. Il suo racconto è doloroso, non è mai facile – spiega – mettere a nudo la parte peggiore della propria vita. Proprio nella testimonianza e nella qualità dell’informazione, però, riconosce il valore fondamentale della sua battaglia culturale. «L’ergastolo è una pena di morte viva – prosegue. Alla società non serve a nulla il dolore di chi commette il reato, né allevia il dolore delle vittime. Io credo che sia molto più produttivo far emergere il senso di colpa di chi ha commesso del male. Una pena detentiva, in un certo senso, non ti assolve dal male che hai fatto perché pensi solo a quello che ricevi ogni giorno». Così come uno «Stato che lascia morire in carcere boss malati di settanta-ottant’anni produce un messaggio sbagliato: alimentando in certi ambienti la costruzione del mito e la mentalità criminale».

Misure alternative, la vera “cura”

 

Per spiegare gli effetti positivi delle misure alternative al carcere, ci presenta il suo esempio. Nella comunità di Papa Giovanni XXIII, dove fa volontariato con persone disabili, ci sono 300 detenuti che scontano la pena in maniera utile: il tasso di recidiva è del 5%, mentre per chi proviene dal carcere è del 70%. «La legalità prima di pretenderla, va data», spiega ancora: «Il carcere è l’inferno in terra». Se il fine pena mai, sottraendo ogni speranza di uscire, non incoraggia al cambiamento, a perderci è prima di tutto la società. Una società che riflette se stessa in un luogo di sofferenza sottotratto alla conoscenza, «una discarica sociale» dove «puoi trovare di tutto»: barboni, tossicodipendenti e stranieri che affollano le sezioni di media sicurezza di tutte le carceri italiane. «Bisogna pensare a una pena che fa bene. La vera vendetta – conclude Musumeci – è dare a chi ha sbagliato affetto sociale, gli strumenti per stimolare il senso di colpa. È soltanto il perdono che ferisce e disarma».

*servizio video a cura di Lorem Ipsum

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