Commenti 26 Jun 2020 21:00 CEST

Un solo Draghi non basta, ne servono due

I premier sono come Gulliver, legati e paralizzati in terra dai lacci e laccioli delle correnti. Serve stare super partes

Forse un Mario Draghi solo non basta. Forse, data la situazione dell’Italia e quello che si prospetta, di Draghi ce ne vorrebbero due. Con un crollo causa crisi da coronavirus del prodotto interno lordo che, man mano che avanzano le previsioni, da Banca d’Italia alla Ue, da Confindustria al Fondo Monetario, non fa altro che aumentare, non basterebbe infatti l’ex presidente della Bce. In autunno, oltre ai numeri della crisi di cui sopra il cui esito può concretizzarsi a seconda delle stime tra un milione e un milione e mezzo di ( ulteriori) disoccupati, arriveranno i voti che le agenzie di rating assegnano al debito pubblico di ogni Paese, e abbiamo ben imparato l’immediato riflesso sugli spread, sul differenziale tra i titoli del debito pubblico italiano e quello tedesco. Draghi: non a palazzo Chigi ma al Colle figura di garanzia e non in balìa dei partiti

Forse un Mario Draghi solo non basta. Forse, data la situazione dell’Italia e quello che si prospetta, di Draghi ce ne vorrebbero due. Con un crollo causa crisi da coronavirus del prodotto interno lordo che, man mano che avanzano le previsioni, da Banca d’Italia alla Ue, da Confindustria al Fondo Monetario, non fa altro che aumentare, non basterebbe infatti l’ex presidente della Bce. In autunno, oltre ai numeri della crisi di cui sopra il cui esito può concretizzarsi a seconda delle stime tra un milione e un milione e mezzo di ( ulteriori) disoccupati, arriveranno i voti che le agenzie di rating assegnano al debito pubblico di ogni Paese, e abbiamo ben imparato l’immediato riflesso sugli spread, sul differenziale tra i titoli del debito pubblico italiano e quello tedesco. È un Paese, l’Italia, nel quale la propaganda di una destra irresponsabile ( anche Fratelli d’Italia e vari esponenti di Forza Italia, non solo Salvini e la Lega) propala che va tutto benissimo, i titoli del mostruoso debito pubblico italiano ( il secondo al mondo dopo quello degli Stati Uniti che però, per varie ragioni, se lo possono in qualche modo permettere) si vendono alla grande: nascondono alla pubblica opinione che si vendono perché pur di collocarli lo Stato italiano, e cioè il contribuente italiano, paga interessi altissimi, semplicemente così spostando in avanti nel tempo il redde rationem.

Non solo, come da queste colonne abbiamo più volte scritto, proprio non sembra alle viste l’arrivo a Palazzo Chigi di un Draghi su bianco cavallo che ci tolga dagli impicci. Questa crisi, ancorché non asimmetrica come quella che portò alla caduta del governo Berlusconi nel 2011, squaderna tutti i guai, annosi e strutturali, dell’Italia: dal debito pubblico alla debolezza di politica e classi dirigenti, dai gorghi della pubblica amministrazione alle paludi delle burocrazie, dalle inefficienze centrali a quelle degli enti locali, fino all’incertezza del diritto. Siamo un Paese, probabilmente l’unico sul fronte Occidentale, che non solo naviga in una babele di leggi mal scritte – e che quindi offrono il fianco all’inerzia della burocrazia, ma anche inapplicabili: le leggi italiane sono, come si dice, non- autoapplicative, necessitano di appositi “decreti attuativi”. E forse, delle mille riforme che ci servono come l’aria, questa sarebbe cruciale. E dunque, al di là della disponibilità dell’interessato, non basta, nella situazione che purtroppo si prospetta per il prossimo autunno, un Mario Draghi in una soluzione alla Monti d’antan.

È naturalmente, e purtroppo, tutta italiana l’illusione che sia sufficiente un deus ex machina a ribaltare la peggiore delle situazione. Lo è perché nella storia politica italiana è già accaduto che un “uomo della provvidenza” si ergesse a garante della nazione, assicurando un pugno di mesi di buongoverno consentendo poi il proseguire del business as usual, e vale la pena di ricordare che s’è sempre trattato di un “tecnico”. Ma è già accaduto proprio perché nulla è mai davvero cambiato, nessuna riforma ha mai avuto la forza di incidere, nessun cambiamento reale nell’uso della cosa pubblica, nessun vero senso di responsabilità è intercorso.

Nel frattempo, mentre è impraticabile e avrebbe forse persino esito effimero l’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi per le ragioni che abbiamo elencato, potrà invece forse rivelarsi indispensabile e cruciale per il Quirinale. Se infatti, nonostante l’attitudine da accentratore che in molti rimproverano a Giuseppe Conte, il governo è come un Gulliver inchiodato a terra da mille lacci e lacciuoli, e per destino ancorato a sempre traballanti maggioranze, il Colle è tutta la stabilità politica reale che c’è nella vita istituzionale italiana. E per ben 7 anni.

Oltretutto, se l’elezione al Colle è sempre una carambola e chiunque entri Papa finisce per uscirne da cardinale, stavolta lo stato dei rapporti politici è tale da consigliare vivamente di puntare – e per tempo, tessendo la tela- su una figura alla Mario Draghi. Una figura che – Draghi o non Draghi- sia perfettamente esterna ai giochi politici, che possa tentare la più larga condivisione possibile al momento di vararla. Per non lasciare l’elezione del Capo dello Stato in balía non dei partiti ma delle correnti dei partiti, come sta già accadendo. E per mettere in sicurezza l’ultima figura di garanzia della nazione che ci resta.

 

 

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