Commenti & Analisi 26 Jun 2020 19:00 CEST

Invece di alimentare il debito coi prestiti meglio l’emissione di obbligazioni pubbliche

La ricetta di Savona ( Consob): garanzia statale per agevolare la formazione di capitale di rischio per le imprese

Il recentissimo “Discorso al mercato” del Presidente della CONSOB, Paolo Savona è stato riferito sulla stampa quotidiana in modo incompleto. Ma soprattutto distorsivo, nonostante che esso provenga dal più autorevole collaboratore di Guido Carli. Uno dei pochi economisti italiani viventi, il cui livello scientifico e la cui fama siano di risonanza mondiale. Ma il motivo di questa disattenzione da parte della grande stampa è probabilmente dovuto alle inascoltate “Lettere” del Professor Savona, che nel 2011 – 2012 profetizzò lucidamente gli effetti della politica deflazionistica dell’Unione Europea a trazione tedesca sull’economia e sulla finanza pubblica del nostro paese.

Effetti che si sono tutti puntualmente verificati. Cosicchè l’economia italiana ha oscillato tra la stagnazione e la recessione, anche per le scelte degli ultimi governi, espressione del Movimento 5 Stelle. Mentre il debito pubblico è inesorabilmente aumentato, senza che ciò sia stato a sua volta fattore di sviluppo economico, per la elementare ragione che tali risorse non sono state utilizzate per investimenti e per aumentare la produttività. Che è il solo fattore che può ripagare il debito bensì, prevalentemente, come ammortizzatori sociali strutturali.

Vi erano quindi molteplici ragioni perché l’opinione pubblica potesse essere adeguatamente informata sui veri contenuti della relazione del Prof. Savona. Innanzitutto per il suo stile, sobrio e severo. Distaccato dalle contingenze politiche, ricorda le “considerazioni finali” di Guido Carli Governatore della Banca d’Italia. Alla cui stesura lo stesso Prof. Savona aveva collaborato. Ma soprattutto per il loro incipit. Di cui è opportuno ricordare alcune frasi. “L’anomalia della crisi in corso è stata autorevolmente descritta come un evento che non doveva affrontare una bolla inflazionistica, né un boom di domanda aggregata, né alterazioni sistemiche del mercato finanziario, ma uno sconvolgimento dell’offerta produttiva dovuto a fattori esogeni, in gran parte metaeconomici, in quanto afferenti alla reazione alla pandemia Covid 19”. Del quale “Le manifestazioni immediate sono state una severa caduta della produzione e dell’occupazione e l’entrata in difficoltà delle famiglie e delle imprese. Per fare fronte all’emergenza socio economica la spesa pubblica è aumentata, in buona parte finanziata con l’accensione di debiti statali. L’insieme di questi effetti ha creato problemi sul mercato bancario e finanziario che sono stati finora fronteggiati, ma non escludono l’insorgere di altri disturbi se le conseguenze sull’offerta e la domanda aggregate e sull’occupazione dovessero perdurare a lungo”.

Questa è un’analisi tecnica che non può essere contestata. Sarebbe dunque far necessario ripartire quanto prima l’economia italiana, che certamente non si può fondare sul lavoro a domicilio dei dipendenti pubblici. Poiché ciò si è tradotto in un trimestre di vacanze retribuite. Come ha sostenuto, non smentito, un autorevolissimo studioso di diritto del lavoro.

E qui è inevitabile il confronto con gli Stati Uniti d’America, che dispongono della sovranità monetaria e di bilancio a livello federale. I sussidi pubblici a fondo perduto immediatamente erogati sono consistiti innanzitutto nel salario di disoccupazione di 600 dollari settimanali e in contributi di decine di migliaia di dollari per ciascuna delle attività produttive insediate nel territorio degli USA. Il confronto con le soluzioni adottate sino a ora dal Governo della Repubblica Italiana è insostenibile. Quella davvero enorme è stata soltanto la sua produzione normativa, mentre le risorse effettivamente erogate sono state modestissime. Del tutto insufficienti per permettere la sopravvivenza di settori trainanti dell’economia italiana, quali il turismo, l’industria ricettiva e della ristorazione, ma anche di tutta la filiera dell’industria automobilistica.

Ma allora che fare? Innanzitutto, come ammonisce Paolo Savona “È perciò urgente che la nostra politica avvii ufficialmente un esame della situazione esistente in materia di tutela del risparmio in tutte le sue forme, in attuazione dell’art. 47 della Costituzione che favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Non dobbiamo infatti dimenticare – ricorda Paolo Savona – che “A fine 2019 le Famiglie italiane disponevano di una ricchezza immobiliare, monetaria e finanziaria, al netto dell’indebitamento, pari a 8,1 volte il loro reddito disponibile, di cui 3,7 volte in forma di attività finanziarie, per un ammontare di 4.445 miliardi di euro. Gli italiani sono tutt’altro che cicale, come una distorta pubblicistica tende a sostenere, mentre sono formiche che lavorano per sostenere molte cicale estere, anche quelle di paesi che hanno un ben differente rilievo economico, come il Canada, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Belgio, la Francia e la gran parte dei paesi sudamericani.” Inoltre “Questi dati non tengono conto delle immense ricchezze artistiche e ambientali del nostro Paese, che sono larga parte del patrimonio dell’umanità, la cui produzione di valore aggiunto, attraverso il turismo e gli scambi culturali, va assumendo il ruolo di volano della crescita delle aree economicamente più arretrate del Paese”.

E allora – in attesa delle promesse dell’Unione Europea di difficoltosa attuazione e che comunque accrescerebbero il debito pubblico – potremmo fare da noi. Se avessimo davvero consapevolezza della forza del risparmio italiano. Che la Repubblica Italiana non ha mai tutelato a sufficienza. Dal caso Sindona all’anticipata attuazione del “bail in”. E dell’enorme plus valore dato dal patrimonio artistico italiano.

Dunque una visione non pessimistica, aperta al futuro. La quale si traduce in due indicazioni immediate, che si fondano sulla più che positiva accoglienza delle emissioni pubbliche italiane, dopo il lockdown sanitario. L’emissione di obbligazioni pubbliche irredimibili e la garanzia statale per agevolare la formazione di capitale di rischio per le imprese. Ciò in sostituzione dell’indebitamento a carico del sistema bancario. Ma purtroppo queste indicazioni rimarranno inascoltate. Nonostante l’autorevolezza di chi le propone. Mentre è indispensabile poter riavviare ad un tempo la produttività e i consumi interni. Anche l’emersione della ricchezza sommersa degli italiani deve essere facilitata. Non soltanto il lavoro irregolare. Perché proprio la prima può essere in parte convogliata verso l’emissione di titoli pubblici irredimibili e può accelerare la ripresa dei consumi. E soprattutto riaccenderebbe il vero motore dell’economia italiana rappresentato dall’edilizia. Che le politiche economiche deflazionistiche hanno spento da un decennio. Anche in questo vi è stata una lezione inascoltata di Paolo Savona. I cui moniti tendono a recuperare quella “forza sociale” delle istituzioni pubbliche che sembra svanita.

Ma che nel suo “Discorso al mercato” – ricordando questa felice definizione di Giuseppe Guarino – egli conferma essere l’unica garanzia di solidità delle medesime.

 

 

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