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Intervista a Enrico Letta: «Mes e Recovery, poi il debito italiano va discusso nella Ue»

Per l'ex premier intervistato dal Dubbio, occorre un grande lavoro di tessitura diplomatica per sterilizzare gli aumenti dei debiti nazionali dovuti alla pandemia
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Presidente Letta, lei vive a Parigi dove guida il corso in Scienze Politiche alla Sorbona e, per volere dello stesso Jacques Delors, l’Istituto di studi europei che ne porta il nome. È uno dei massimi esperti di cose europee. È davvero cambiata la Ue? Al di là del rinnovamento operato con le ultime elezioni e le nuove geometrie politiche che si sono instaurate nelle istituzioni, possiamo fidarci di un rinnovato spirito comunitario, come sembra indicare la sospensione delle regole previste dal Trattato di Maastricht, o – come paventano in Italia i sovranisti e le sinistre estreme rispunteranno rigorismo e politiche anticicliche, i metodi disastrosi con i quali furono affrontate le precedenti crisi?

«Stiamo assistendo a una trasformazione dell’Unione Europea in positivo, alla quale la crisi del Coronavirus ha dato un’accelerazione impressionante. Capisco la sua domanda: 10 anni fa la risposta della Ue alla crisi fu totalmente diversa da oggi, in direzione dell’austerità. I Paesi in difficoltà, come la Grecia e l’Italia, vennero lasciati a loro stessi, ed è quello il momento in cui comincia la “luna di fiele” dei cittadini continentali con l’Europa, continuata poi con la crisi dei rifugiati del 2015. Egoismo insopportabile da parte dei Paesi membri, che ha nutrito l’antierupeismo anche e soprattutto in Italia. Oggi siamo invece in una situazione perfettamente diversa, migliore – devo dirlo francamente – perfino di quanto io mi aspettassi: c’è una risposta rapida e vera. C’è la solidarietà europea, con un programma di vera mutualizzazione del debito qual è quello che in Italia chiamiamo Recovery Fund».

La messa in comune del debito che allora fu negata, rifiutando gli eurobond, anzitutto dalla Germania. Quanto del cambiamento di politiche europee di oggi si deve al fatto che Berlino ha scoperto di avere bisogno del mercato europeo, di aver bisogno che le economie dell’Europa del Sud siano floride anche per non affamare le industrie tedesche, come ad Angela Merkel hanno ricordato i capi di Volkswagen, BMW e Mercedes?

Nel mutamento di orientamento dell’Europa hanno giocato due fattori chiave. Uno è la Germania, che certo come lei dice ha bisogno del mercato interno alla Ue, ma nella quale è anche mutato il clima politico: per capirci, non c’è più Schauble al governo con Merkel, e i rapporti con l’Italia sono tonificati dall’ottimo feeling che Mattarella ha con Steinmeier, un europeista vero. E poi il nuovo clima è anche frutto dell’uscita dall’Unione del Regno Unito, che nella Ue è stato un freno alla solidarietà. Ricordiamo che la Gran Bretagna, nella crisi di dieci anni fa, non firmò il trattato sul Mes, e Berlino con Schauble all’Economia avrebbe voluto la Grecia fuori dall’euro. Oggi, è molto importante che la Germania si faccia carico in prima persona, attraverso Angela Merkel, della nuova linea intrapresa in Europa, della quale avrà anche la guida formale dal primo di luglio, con l’inizio del semestre europeo che sarà conduzione tedesca».

Dobbiamo accedere ai finanziamenti previsti dal Mes, secondo lei? Quelle risorse non finiranno per pesare sul debito pubblico, riarmando i paladini dell’austerità in Europa, come paventano in molti anche nel governo?

«Intanto sono prestiti a un tasso di interesse migliore del 200 per cento rispetto a quello che l’Italia otterrebbe se li chiedesse da sola. Poi sono risorse oltre che importanti, anche rapidamente disponibili: i fondi del Recovery sono pluriennali, ma non arriveranno prima del 2021. L’impatto sui conti pubblici sarà basso: tra i 20 e i 30 miliardi, su un complesso di centinaia. I dubbi sul Mes sono uno storytelling costruito sull’esperienza della Grecia nella precedente crisi. E nella quale il Mes non ha alcuna responsabilità, essendo un organo squisitamente tecnico che applica una volontà politica. E, come dicevo poco fa, la volontà politica dell’Europa di oggi è cambiata, è diametralmente opposta a quella che fu du- rante la crisi del 2008- 2009. Su quell’esperienza si è costruita una retorica complottista. Il Mes non è il diavolo, fu usato tra l’altro dalla Spagna nel 2012 per farla uscire dalla crisi, con successo. Avremmo dovuto usarlo anche noi».

Chi rifiuta il ricorso al Mes è oggi al governo. Il governo italiano è adeguato alla situazione?

«Beh, intanto l’Italia è stata protagonista del cambio di passo in Europa: ha fatto asse con Francia, Spagna e Portogallo, spingendo i tedeschi. Ma è un governo politicamente all’altezza? Sarà in grado di gestire la crisi post- coronavirus, o prenderà i fondi europei come si trattasse di elicopter money, come fosse solo una pioggia di denaro? Questi Stati Generali sono sembrati uno show off…
Per quanto io sia solo un osservatore estero, ero molto preoccupato per la deriva antieuropea del mio Paese, per questa specie di autarchia all’ungherese che vedevo instaurarsi, e della quale l’ultimo segnale è il voto di venerdì scorso al Parlamento europeo, dove i rappresentanti di Lega e Fratelli d’Italia si son fatti guida degli xenofobi e dei razzisti votando contro una risoluzione di condanna di violenza e razzismo, il che è una posizione di rara bestialità. E dunque su questo governo ho un giudizio molto netto: considero difficile che l’attuale Parlamento italiano possa esprimere un esecutivo migliore di questo. Forse si dimentica troppo spesso che questo Parlamento è quello uscito dal voto del 2018, ci si dimentica che portiamo ancora sulle spalle il fardello di quel risultato. Sugli Stati Generali vorrei dire che sì, è certo bene che si arrivi alla fase della concretezza, ma ascoltare tutte le parti sociali è stato importante. Nella stagione che si apre, i corpi intermedi avranno un ruolo cruciale, lo dimostrano tutte le ricerche, in tutti i Paesi europei. E i corpi intermedi non li aveva ascoltati più nessuno, erano stati in un cassetto, negli ultimi 5 anni».

Ma quanto pesa la mancanza di unità, le divisioni nel rapporto con le opposizioni ma anche all’interno dello stesso governo, nelle trattative con l’Europa?

«Intanto quello che è un limite di rapporto politico con le opposizioni troppo spesso viene usato dall’Italia in Europa come arma di ricatto: dateci una mano o arrivano i cattivi, e cioè i sovranisti alla Salvini. Poi bisogna guardare a cosa fanno le opposizioni in Italia: le voci di uscita dell’Italia dall’Europa mettono e hanno messo l’Italia all’angolo, in una posizione insostenibile. La coesione nazionale è importantissima, essenziale: ma deve essere una cosa seria, e una cosa è seria solo se ha alla base un linguaggio comune. E finchè l’opposizione parla non come Berlusconi o Tajani ma, come Salvini, il linguaggio di Orban… E poi bisogna aggiungere anche che non siamo solo noi italiani ad avere un sistema diviso e dilaniato. In Francia e in Spagna il fossato tra maggioranza e opposizione è ancora più marcato. A Madrid c’è un governo di minoranza del quale l’opposizione contesta addirittura la legittimità, a Parigi non c’è nessun dialogo, su nessun dossier. La nostra situazione è peggiore solo perché peggiore è la nostra situazione economica. Siamo nelle condizioni di dover chiedere, e per chiedere il Paese deve essere unito».

Che cosa deve chiedere l’Italia all’Europa?

«Una cosa anzitutto. Ci ho molto riflettuto e l’ho messa a fuoco proprio in questi lunghi giorni di lockdown che ho trascorso in Italia, a Roma. Credo che il governo italiano debba affrontare il problema del debito pubblico, e che debba affrontarlo a livello europeo. Dobbiamo aprire questo capitolo non appena il Recovery Fund sarà approvato. Occorre un grande lavoro di tessitura, anche diplomatica per sterilizzare gli aumenti dei debiti nazionali dovuti al Covid- 19. Non solo. Neanche per il debito vi è una via di uscita nazionale. Il problema è di tutti: in questi ultimi 6 mesi anche la Germania ha visto schizzare il suo debito. Certo, per Berlino l’aumento sarà del 10 per cento, per la Francia del 20, è solo per Italia e Spagna che supererá il 25, ma è una cosa mai accaduta, sono valori raggiunti a seguito della precedente crisi, quella del 2008- 2009, nell’arco di 5 anni. Non in 6 mesi. Bisogna porre subito il problema, perché già in autunno ci saranno conseguenze nei downgrading delle agenzie di rating. Bisogna che tutti e 19 i Paesi che compongono l’eurozona affrontino il problema, assieme alla Bce. E bisogna concentrare su questo punto lo sforzo italiano, convincendo Francia e Germania a seguirci. Come è già accaduto con il Recovery Fund, possiamo farcela.

 

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