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Palamara fuori dall’Anm. La replica del magistrato: «Anche chi ha voluto la mia espulsione chiedeva favori»

Luca Palamara è stato espulso dall’Associazione nazionale magistrati. Lo ha deciso il comitato direttivo centrale all’unanimità
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Luca Palamara è stato espulso dall’Associazione nazionale magistrati. Lo ha deciso il comitato direttivo centrale all’unanimità, con una sola astensione, accogliendo la proposta del collegio dei probiviri, formulata per le «gravi violazioni al codice etico». È la prima volta che un ex presidente viene espulso dall’Anm.  Il “parlamentino” ha quindi condiviso la conclusioni dei probiviri sulla «inaudita gravità dei fatti» per la «violazione dei doveri imposti dal codice etico», in base a quanto emerso dagli atti dell’inchiesta di Perugia, dove Palamara è indagato per corruzione.

«Ognuno aveva qualcosa da chiedere, ognuno riteneva di vantare più diritti degli altri, anche quelli che oggi si strappano le vesti, penso ad esempio ad alcuni componenti del collegio dei probiviri che oggi chiedono la mia espulsione, oppure a quelli che ancora oggi ricoprono ruoli di vertice all’interno del gruppo di Unità per la Costituzione, o addirittura di quelli che ancora oggi siedono nell’attuale comitato direttivo centrale», è la reazione stizzita del diretto interessato, Luca Palamara, che firma un documento indirizzato al presidente, al comitato direttivo centrale e al presidente della Giunta sezionale Lazio dell’Anm, in cui afferma anche di non voler «essere capro espiatorio» e  di non aver «mai agito da solo».

«Non mi sottrarrò alle responsabilità “politiche” del mio operato per aver accettato “regole del gioco” sempre più discutibili. Ma deve essere chiaro che non ho mai agito da solo. Sarebbe troppo facile pensare questo», scrive il diretto interessato.  «Ritengo convintamente di dover chiedere scusa ai tanti colleghi che nulla hanno da spartire con questa storia, che sono fuori dal sistema delle correnti», si legge ancora nel documento. «Per loro sono disposto a dimettermi, solo se ci sarà una presa di coscienza collettiva e insieme a me si dimetteranno anche tutti coloro che hanno fatto parte di questo sistema per dare oggi la possibilità a tutti quei magistrati che ingiustamente ne sono rimasti penalizzati di attuare un reale rinnovamento della magistratura senza infingimenti, senza più tensioni e senza sterili ed inutili contrapposizioni ideologiche».

È la prima volta che accade nella storia della magistratura associata che un ex presidente venga espulso dall’Anm. «Fatti di inaudita gravità», scrivono i probiviri, quelli emersi dall’inchiesta di Perugia, che vede il pm di Roma (dallo scorso luglio sospeso dalle funzioni e dallo stipendio) indagato per corruzione. Lo scandalo che ha travolto la magistratura scoppia il 29 maggio 2019, quando la prima pagina dei giornali è occupata dalla notizia dell’indagine dei pm umbri. Un vero e proprio “terremoto” scuote le toghe: dagli atti degli investigatori, con le conversazioni captate dal trojan inserito nel cellulare di Palamara, emergono diversi nomi, e, in particolare, riunioni per discutere delle nomine ai vertici degli uffici giudiziari. «Senza una forte assunzione di responsabilità il Consiglio perderà irrimediabilmente ogni sua credibilità», è il richiamo del vicepresidente Ermini nel plenum straordinario a Palazzo dei Marescialli il 4 giugno: un consigliere – Luigi Spina – si è già dimesso, altri 4 – Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli – si sono autosospesi (e si dimetteranno successivamente). Dalle carte emergono riunioni notturne, a cui partecipano anche Cosimo Ferri – magistrato in aspettativa oggi deputato di Italia Viva – e Luca Lotti, esponente del Pd, in cui si affrontano i ’nodì sugli incarichi di vertice negli uffici giudiziari, in particolare su quello di Roma, dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone.

Mattarella interviene in plenum il 21 giugno, quando si insediano a Palazzo dei Marescialli due nuovi togati, in sostituzione dei dimissionari (il Csm tornerà al completo solo in dicembre, dopo le elezioni suppletive per 3 nuovi consiglieri). Il presidente parla di «caos sconcertante» e aggiunge: «oggi si volta pagina nel Consiglio». Nel frattempo, la procura generale della Cassazione e il ministro della Giustizia procedono con l’azione disciplinare: per Palamara scatta la misura della sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, decisa il 12 luglio dal Csm e confermata lo scorso gennaio dalle sezioni unite della Suprema Corte. In luglio, Palazzo dei Marescialli decide di trasferire il pm di Roma Stefano Rocco Fava, che passa alle funzioni di giudice a Latina. E sempre in luglio lascia la toga il pg di Cassazione Riccardo Fuzio, indagato a Perugia dopo le sue intercettazioni con Palamara. L’Anm, presieduta da Luca Poniz, decide di trasmettere gli atti ai probiviri sui colleghi coinvolti e, intanto, nel Governo si inizia a parlare di una riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario, per spezzare i legami tra toghe e politica e interrompere le degenerazioni correntizie: il progetto del ministro Bonafede subisce però un primo stop nell’agosto del 2019, quando dal governo Conte si passa al Conte bis, e, ripreso nei primi mesi del 2020, resta in stand by per l’emergenza sanitaria. Proprio in questi giorni, le forze di maggioranza sono concentrate a dare un nuovo impulso alla riforma. Lo scorso aprile, la procura di Perugia chiude l’inchiesta su Palamara: proprio dagli atti completi di indagine, emergono nuove chat, e l’attenzione torna tutta puntata sullo scandalo. Il 21 maggio scorso il Csm dispone il trasferimento d’ufficio del pm della Direzione nazionale antimafia Cesare Sirignano per le sue conversazioni intercettate con Palamara, mentre la procura generale della Cassazione è tuttora al lavoro sulla mole di documenti trasmessi dai pm umbri: una volta finito il vaglio, le istruttorie disciplinari in corso verranno concluse e non si esclude che possano arrivare anche altre azioni disciplinari.

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