Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Stati generali in solitaria: senza condivisione. Italia in panne

Le differenze sono il cuore della democrazia e del confronto politico. Ma se declinate sull’interesse di parte rischiano di inaridire il bene comune
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

In principio fu l’infelice scelta dei nomi – Piano di rinascita e Stati generali – che hanno richiamato alla memoria momenti del passato, recente e lontano, decisamente inquietanti. A questo si è aggiunta la reazione dei compagni di viaggio, Pd e 5Stelle, quantomeno indispettiti dalla fuga in avanti del presidente del Consiglio accompagnata, poi, dalla perplessità di Confindustria e Cgil. A chiudere il cerchio, il rifiuto delle opposizioni a partecipare al confronto. In mezzo le perplessità e le ambiguità sulla presentazione del Piano Colao.

Insomma, la sarabanda di incontri, confronti e dialoghi che si apre domani a Villa Doria Pamphili non sembra iniziata sotto i migliori auspici. Inciampi, difficoltà e problemi nascono dal vizio d’origine di un appuntamento annunciato in solitaria dal premier e che, per tempi e modalità, sembra cozzare con le urgenze che il Paese deve affrontare in tempi rapidi. Resta, inoltre un dubbio: serve veramente questa carrellata di “menti brillanti” – copyright del capo del governo – quando attorno all’esecutivo sono state già attivate in questi mesi 15 task force con 450 componenti chiamate a elaborare soluzioni, proposte, progetti per gestire questa drammatica situazione?

Un interrogativo che non sfuma nemmeno davanti all’avvio dei lavori di domani con l’arrivo – annunciato in stile un po’ sanremese – degli ospiti internazionali. Ma a pesare sarà anche e soprattutto l’assenza delle opposizioni. Il no di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia depotenzia fin dall’avvio gli Stati generali e proietta un’ombra sui prossimi mesi per l’intero Paese.

Un rifiuto per certi versi inaspettato visto Berlusconi non aveva nascosto l’intenzione di mandare una delegazione azzurra e anche Salvini era parso possibilista a differenza di Giorgia Meloni che, fin dal principio, aveva declinato l’invito. Ma, allo stesso tempo, pare complicato stupirsi davanti alla posizione del centrodestra.

La Repubblica, la Costituzione e la consuetudine politica offrono luoghi e momenti per un confronto istituzionale tra governo e opposizione. In primo luogo, quel Parlamento, che nei tre mesi di emergenza non ha potuto incidere molto.

Certamente, come ha detto Conte, Villa Pamphili ha un profilo istituzionale, ma non è quello del naturale confronto fra partiti. Settimane fa, poi, il dialogo con le opposizioni era stato affidato al ministro D’Incà attraverso tavoli e confronti sulle misure da mettere in campo. Senza contare che, per esperti e parti sociali, esistono altri possibili luoghi di dialogo come le audizioni parlamentari. E, aggiungiamo, si poteva rispolverare il caro e vecchio Cnel, salvato dal referendum che bocciò la riforma costituzionale Boschi- Renzi nel 2016 e ancora forte della mission che la Carta gli ha assegnato: organo di consulenza delle Camere e del governo con facoltà di iniziativa legislativa e possibilità di contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale.

«L’invito era un gesto di attenzione», è stata la replica di Conte davanti al rifiuto delle opposizioni, una frase non proprio azzecca anche alla luce del richiamo della scorsa settimana arrivato dal Quirinale. Matterella ha chiesto unità e collaborazione, non mera attenzione.

Al solito, nelle parole del capo dello Stato c’era tutto il peso della gravità del momento, tutta la consapevolezza dell’eccezionalità dello sforzo necessario davanti a un Paese che, dopo la pandemia, dovrà affrontare una drammatica emergenza economica. Unità è il mantra che dal Quirinale ripetono in ogni occasione, consci del fatto che non si può ricostruire il Paese avendo contro una fetta consistente, sondaggi alla mano potremmo dire maggioritaria, dell’elettorale e quell’arco di forza politiche che amministra la gran parte delle Regioni italiane.

Ma unità è anche il termine meno adatto per fotografare i gesti, le dichiarazioni e le mosse dei protagonisti del confronto politico, inquilino di Palazzo Chigi compreso.

Emergono, al contrario, tante divisioni. Tattiche, valoriali e di visione. Le differenze sono, ovviamente, il cuore della democrazia e del confronto politico. Sono il sale che nutre la Repubblica, ma se vengono declinate sull’interesse di parte e non generale rischiano di diventare che il sale che brucia la terra dove dovrebbe germogliare il bene comune.

 

Ultime News

Articoli Correlati