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Tra Rsa e mancate zone rosse lo scontro politico finisce di nuovo in procura

L'ignobile guerra che mira non a "fare chiarezza" ma a usare la tragedia della primavera scorsa come arma contro i nemici politici, siano essi la Regione Lombardia, presa di mira dalla maggioranza, o il governo, bersagliato dall'opposizione
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Non lo si può certo ammettere, ma dalle parti di palazzo Chigi circola un palpabile nervosismo per l’audizione del presidente del Consiglio, che coincidenza vuole sia stata fissata proprio alla vigilia degli Stati generali, da parte dei pm di Bergamo nel quadro dell’inchiesta sulla mancata chiusura di Alzano e Nembro, i paesi epicentro del contagio, all’inizio del marzo scorso. In sé nella richiesta di ascoltare il premier, così come in ministri della Sanità e degli Interni Speranza e Lamorgese, come “persona informata sui fatti” non c’è nulla di strano e non dovrebbe esserci nulla di inquietante. E’ il contesto che rende l’ipotesi di un avviso di garanzia per Speranza o, molto peggio, per lo stesso Conte una mina potenzialmente ad altissimo potenziale esplosivo. E il contesto è una ignobile guerra che mira non a “fare chiarezza” ma a usare la tragedia della primavera scorsa come arma contro i nemici politici, siano essi la Regione Lombardia, presa di mira dalla maggioranza, o il governo, bersagliato dall’opposizione.

E’ evidente che se il ministro della Sanità o, peggio, anche il presidente del Consiglio fossero raggiunti da un avviso di garanzia per non aver chiuso tempestivamente i comuni più flagellati dal Covid-19 la ricaduta negativa d’immagine sarebbe inevitabile. Quel che è peggio, però, è che l’opposizione e i media che la spalleggiano non eviterebbe di innescare una campagna potenzialmente devastante, accusando sempre più esplicitamente il governo di aver provocato una strage. Governo e maggioranza stessa, peraltro, non potrebbero lamentarsene. Ad aprire le ostilità mitragliando la Regione Lombardia, non solo per il suo modello di sanità del tutto inadeguato ad affrontare epidemie ma anche con la più contundente accusa di aver sterminato anziani nelle case di riposo, infatti, sono state infatti aree di maggioranza e programmi tv che apertamente sostengono il governo. Si profila insomma quello che, nei giorni bollenti della pandemia, era uno degli incubi del Colle: una ripartenza segnata da una guerra senza esclusione di colpi bassi tra maggioranza e opposizione destinata a delegittimare non questa o quell’area ma l’intera politica e le istituzioni.Chi ha ragione e chi torto? La val Seriana, all’inizio di marzo, avrebbe dovuto essere chiusa e trasformata in zona rossa: su questo nessuno obietta. Le zone rosse erano già state create dalla fine di febbraio, nel Lodigiano ma anche in aree del Veneto, del Piemonte, dell’Emilia-Romagna. Perché dunque non estendere il lockdown a quello che era in quel momento il principale e più pericoloso focolaio d’infezione? Anche in questo caso la risposta è nota. Per paura delle conseguenze economiche, trattandosi di un’area ad altissima produttività. Va anche aggiunto che stiamo parlando dei giorni immediatamente successivi alla settimana d follia segnata dalla campagna “Milano non si ferma”, lanciata dal sindaco di Milano il 27 febbraio ma davvero bipartisan, tanto che il segretario del Pd, per dimostrare che tutto andava alla grande, si recò proprio il 27 febbraio nella capitale lombarda per un bell’aperitivo con un’ottantina di persone, dal quale uscì contagiato.

Le pressioni di Assolombarda erano in quei giorni argomento comune e dunque sulle ragioni all’origine del ritardo nel dichiarare Alzano e Nembro zone rosse non sono possibili dubbi.La sola domanda è chi avrebbe potuto e dovuto dichiarare il lockdown. La tesi di Conte, più volte ribadita in questi giorni, è fragilissima. Il premier sostiene che la Regione avrebbe potuto prendere quella decisione in perfetta autonomia. All’origine c’è il ginepraio creato dalla sciagurata riforma costituzionale del 2001, quella imposta con pochissimi voti di scarto dall’allora maggioranza di centrosinistra. Da quel momento in poi la “legislazione concorrente”, fonte di ambiguità e conflitti di competenza su scala industriali, non ha mai cessato di fare danno. Di fatto, pur nelle nebbie del disastroso nuovo Art. V della Carta, il premier ha quasi certamente ragione. Ma le zone rosse, sino a quel momento, erano sempre state decise dal governo centrale, la confusione tra le prerogative del potere centrale e di quello regionale era in quel momento all’apice e comunque dichiarare la chiusura di alcuni Comuni senza poi disporre delle forze necessarie per garantire la chiusura, dipendenti dal governo centrale, sarebbe stato in quella fase caotica quasi impossibile.Proprio la situazione di sbandamento in cui tutti i Paesi, presi alla sprovvista, si sono trovati all’inizio della crisi avrebbe dovuto consigliare a tutti di abbassare i toni evitando una propaganda facile ma destinata inevitabilmente a trasformarsi in un boomerang e a colpire tutti. A monte c’è però una scelta precisa assunta dal governo più che dall’opposizione: quella di evitare a tutti i costi un vero dialogo con l’opposizione.

La vicenda degli Stati generali è in questo senso eloquente. Il premier ha sì invitato le opposizioni ma senza spendersi affatto, limitandosi a inviare messaggini telefonici, di fatto chiedendo alla destra di collaborare a un successo d’immagine del governo e in particolare di Conte senza avere in cambio nessuna possibilità di incidere. E’ una scelta che si spiega facilmente: né Conte né i 5S né LeU hanno alcun interesse a dialogare con la destra e anzi devono mantenere un rapporto quanto più possibile contrappositivo. Se tutto andrà bene si dimostrerà una strategia vincente. In caso contrario gli esiti disastrosi coinvolgeranno non solo il governo ma il Paese tutto.

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