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Scrivi male e salti le virgole? La Cassazione se poco leggibile ti multa e addio al ricorso

La sesta sezione civile e quella penale sono il “cimitero” dei testi dell’avvocatura mal scritti e non autosufficienti
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In effetti si colma una lacuna, visto che da noi a differenza della Francia e della Spagna non esiste un’autorità che abbia potere normativo in materia grammaticale e sintattica o lessicale.

Esiste la benemerita Accademia della Crusca, che però si limita a mere raccomandazioni, senza imposizione.

La Cassazione invece non solo censura i cattivi scrittori, ma li castiga dichiarando inammissibili e condannando lo sgrammaticato ricorrente al pagamento del balzello del raddoppio del contributo unificato.

E’ tutto vero e documentato nella sentenza n. 9996/ 2020 della VI sezione civile ( pubblicata il 28 Maggio) che comunque si innesta su un tracciato già aperto, anche se non con la chiarezza dell’ultima decisione.

Per i non addetti ai lavori la sesta sezione civile, come la settima penale, è il “cimitero “dei ricorsi sfortunati, spessissimo liquidati con poche lapidarie battute che significano il pollice verso della Suprema Corte.

In questo caso il collegio e il dotto estensore hanno sviluppato una motivazione articolata che è chiaramente un avviso ai sempre più timorosi naviganti nel vasto e agitato mare del giudizio di cassazione.

Il ricorso non solo deve essere come ormai la Corte afferma da anni “autosufficiente “e quindi capace di reggersi solo sulle proprie gambe, senza bisogno di far scomodare il Collegio a leggere altri precedenti atti, ma anche chiaro, sintetico e capace di impressionare il lettore a prima vista, come l’inizio di un capolavoro letterario o l’avvio di una cronaca sportiva.

La nostra suprema corte richiama anche riferimenti esteri e cita una sentenza americana ( di una Corte d’ Appello) che censura l’avvocato per la scarsa punteggiatura , come facevano ai miei tempi le maestre di seconda elementare. Del resto l’Europa, tanto per cambiare, ce lo chiede.

La sentenza romana richiama infatti la «Guida per gli avvocati» approvata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea che fa della limpidezza di stile un dovere : «Una semplice lettura deve consentire alla Corte di cogliere i punti essenziali di fatto e di diritto».

Un tempo le guide Rosse tedesche, Blu francesi o le nostrane guide verdi riuscivano a condensare in poche righe la descrizione di monumenti millenari e capolavori dell’arte e infatti erano spesso redatte da grandi scrittori. Ma una buona guida doveva essere anche completa e contenere la descrizione quasi integrale delle stanze del museo.

Oggi l’avvocato cassazionista è chiamato allo stesso compito , unire nel ricorso completezza e chiarezza, accuratezza dei particolari ed eleganza. Tutto bellissimo in teoria. Sennonché spesso gli atti che bisogna richiamare , quelli degli avversari e delle sentenze di merito possono essere non del tutto cristallini e tacitiani e talora le questioni sono complicate da oscillazioni giurisprudenziali e oscurità normative.

E poi non bisogna aver letto Umberto Eco per saperlo, il testo scritto non è mai completamente scritto dal suo autore : è un’opera aperta, dove è il lettore con il suo interesse, la sua curiosità e la sua critica a giocare un ruolo decisivo.

Anche la più avvincente cronaca calcistica risulterà arida e insensata a una persona che considera il calcio un passatempo volgare e molti testi hanno bisogno di più letture per esser apprezzati. La Cassazione invece è orientata verso il “Dolce Stil Novo” : tra giudice e ricorso deve esserci un amore a prima vista come tra Dante e Beatrice.

Per vincere non basta più convincere, bisogna dilettare e far innamorare.

 

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