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Un cavillo e una delazione bruciano l’uomo d’oro del porto di Trieste

L’Anac ha scovato un vecchio incarico non retribuito che escluderebbe Zeno d'Agostino. Intanto la città si ribella e chiede che torni al suo posto
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Trieste, di solito compassata, prudente, soprattutto molto ligia alle regole, per antico riflesso asburgico, si ribella in massa ad una delibera dell’Anac, l’Autorità nazionale Anticorruzione che, nei fatti, le strappa il suo uomo d’oro, Zeno D’Agostino, 52 anni, capo dell’Autorità Portuale, manager di valore, anche molto amato ( cosa rara).

Succede in questi giorni. L’Anac ha annullato la nomina di D’Agostino che risale al 2016. Presunto conflitto d’interessi. Al momento di assumere l’incarico di presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, D’Agostino era già presidente, senza deleghe esecutive e senza stipendio, del Trieste Terminal Passeggeri ( per il 40 percento proprietà del porto). Sono dettagli, tecnicalità che, ovviamente, vanno descritti correttamente.

L’Anac è passata alle vie di fatto sulla base di una delazione fatta alla Guardia di Finanza, un “esposto circostanziato” presentato da anonimi nel novembre 2019. Ne è seguita «un’accurata istruttoria» e una decisione quasi automatica, in possequio «ad una consolidata giurisprudenza amministrativa» . E, però, è stata una bomba per la città di Trieste. Una bomba che certo l’Anac non si immaginava mai di innescare. Dal sindaco al vescovo, dalle migliaia di firme raccolte con una petizione, allo sciopero immediato dei “camalli”, pronti a battersi per il presidente del Porto, usualmente loro controparte, la comunità giuliana ha risposto compatta chiedendo di riavere indietro uno dei protagonisti di una insperata stagione di sviluppo.

Dietro l’applicazione anche corretta della legge a volte si nasconde il non detto. E’ un bel tema su cui discutere. Vale di più l’applicazione, peraltro tardiva, di un cavillo o l’operato di un manager che, in piena crisi economica e sociale, ha assunto centinaia di persone, e in pochi anni è riuscito a portare in vetta il porto di Trieste, primo in Italia per tonnellaggio e traffico ferroviario? E che cosa si nasconde dietro quella soffiata alla Gdf? E’ l’aspetto non chiaro di questa vicenda, destinata comunque a finire con un ricorso al Tar, che la stessa Anac mette già in conto.

Sì, perché se una buona parte di Trieste si è arrabbiata è a causa di quella che Enrico Grazioli, direttore de Il Piccolo, giornale locale, ha definito «manina vile appesa al cavillo».

C’è qualcuno, insomma, o meglio c’è un sistema di potere, che si oppone al rilancio, così come l’aveva interpretato Zeno D’Agostino. Non è la prima volta che succede nell’ex porto asburgico. Questo i triestini lo sanno, molto meno si sa al di fuori dei confini.

Se tocchi il Porto Vecchio, ti bruci. Nel lontano 1987 ci aveva provato persino un colosso triestino come le Generali. Pensavano di costruire i quartieri generali della Compagnia tra le banchine abbandonate, spazi immensi sui quali investire per il futuro. Fu impossibile, ripiegarono su Mogliano Veneto. Anche l’Expo del 2008, che avrebbe dovuto coinvolgere la struttura del Porto, fu bloccata da un esposto anonimo presentato a Parigi. Vinse Saragozza. Andrea Illy li definisce, pensando all’oggi, «giochini per danneggiare quello che funziona».

Il giornale locale si è spinto ad evocare il nome di Giulio Camber, senatore di Forza Italia e poi del Pdl, da sempre molto attento alle vicende del porto. Ma dal suo partito di riferimento negano l’esistenza di una “regia”. Anche se sicuramente Forza Italia è spaccata sui rapporti del porto con Pechino. La via della Seta dovrebbe coinvolgere in grande scala Trieste, pensata come porta della Cina in Europa. E i forzisti chiariscono: «Siamo solidali con D’Agostino ma ribadiamo che il Cinavirus non deve contaminare il porto giuliano».

Trieste: porto strategico, con la sua peculiarità unica di Porto Franco, e la possibilità di ampliare gli insediamenti industriali nella cosiddetta zona franca. Una potenzialità enorme sulla quale il presidente decaduto ( al momento sostituito dal suo braccio destro nel ruolo di commissario), aveva lavorato.

Una idea, una visione, quella di costruire lo scalo intermodale internazionale più a Nord del Mediterraneo, che ha spaventato la minoranza degli “imbalsamatori”, sacerdoti del “no se pol”, “non si può”, lo slogan della città immobile di 20 anni fa.

Figurarsi se l’Anac ha valutato l’impatto della sua decisione ( cosa che peraltro non è di sua competenza). Zeno D’Agostino ha fatto “un lavoro eccezionale”, dice il ministro Patuanelli a nome del governo. Lui è commosso, sopraffatto da quest’ondata di stima e affetto, trasversale ai partiti e ai ruoli. Ha voluto che i camalli in sciopero rientrassero a lavorare. Non immagina chi può aver portato il dossier alla Gdf: «Quei signori non si sa chi sono, sono potenti. Qualcuno ha deciso che il presidente non sono io». Difende le regole: «So che mi volete bene. Ora dobbiamo provare a mettere tutto in mano ai colletti bianchi, dobbiamo fidarci».

Sarà il Tar a decidere. La faccenda non è facile da dipanare. L’Anac fa sapere che ci sono due sentenze del Consiglio di Stato ( n. 126/ 2018 e n. 2325/ 2019) cui si è adeguata. D’Agostino precisa: «Queste sono regole che vogliono evitare potenziali conflitti d’interesse ed eventuali privilegi ma io non rientro in questa fattispecie». Nell’attesa c’è una città che aspetta di sapere se andrà avanti o tornerà indietro, al vecchio immobilismo che l’ha isolata dalla competizione e dalla crescita per decenni. Il presidente decaduto trova la sintesi possibile: «La legge è chiara. Sono le persone che sbagliano».

 

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