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La riforma della giustizia di Conte non piace ai civilisti

bonafede conte
Per rilanciare il Paese è necessario riformare la Giustizia civile dice il premier che rispolvera la proposta di legge delega ferma in Commissione Giustizia dal 3 marzo scorso. Una proposta che però, dice al Dubbio Antonio De Notaristefani, presidente dell’Unione nazionale camere civili, non risolve problemi ormai atavici. «E a questo punto spiega - è meglio lasciare le cose così come sono».
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Per rilanciare il Paese è necessario riformare la Giustizia civile. A ribadirlo è il premier Giuseppe Conte, che rispolvera la proposta di legge delega ferma in Commissione Giustizia dal 3 marzo scorso. Una proposta che però, dice al Dubbio Antonio De Notaristefani, presidente dell’Unione nazionale camere civili, non risolve problemi ormai atavici. «E a questo punto spiega – è meglio lasciare le cose così come sono». All’apertura dei lavori del digital talk “Italia Riparte”, organizzato da EY, Conte parla di alcune delle riforme in vista. E tra queste c’è anche quella della Giustizia, anche e soprattutto dopo la sveglia suonata dall’Ue, che chiede maggiore efficienza. «Resta centrale portare a compimento una riforma della giustizia penale e civile, e del codice civile: è impensabile che, rispetto ad esempio ad altri Paesi come la Francia o la Germania che hanno introdotto in anni recenti riforme significative, il nostro codice civile risalga al 1942 e non si abbia ancora la forza, la volontà, la capacità di riformarlo in modo organico», sottolinea Conte. I progetti di riforma sono già all’esame del Parlamento, che dovrà approvare la legge delega. La speranza è che ciò avvenga velocemente, per partire, poi, con i decreti legislativi a stretto giro. E per farlo il premier si appella anche alle opposizioni, richiamandole tra le righe al buon senso. «Sono convinto – spiega – che tutte le forze di maggioranza, ma anche le forze di opposizione potranno condividere questi obiettivi, che non hanno un colore politico». Dal canto suo, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annuncia la volontà di un cambio di passo radicale. Ieri, dopo aver partecipato in videoconferenza al Consiglio dei ministri Ue della Giustizia, ha descritto la crisi Covid come «un’occasione per imprimere un’accelerazione ad alcune prassi e modelli organizzativi da applicare in futuro». Il riferimento è allo smart- working, «come sintesi tra efficienza e benessere dei lavoratori, al consolidamento della digitalizzazione del processo, anche di quello penale, pur nel rispetto dei diritti fondamentali che lo governano, alle videochiamate in carcere come integrazione ai colloqui». Insomma, una delle prime sfide del governo nell’era post- Covid sarà proprio quella della Giustizia, anche per impedire, ha aggiunto il Guardasigilli, che la criminalità organizzata si infili nelle sacche di povertà generate dalla crisi.

Il disegno di legge delega per la riforma della Giustizia civile propone «una decisa semplificazione del processo», attraverso la riduzione dei riti e la loro semplificazione. L’obiettivo è, inoltre, «l’introduzione di strumenti di istruzione stragiudiziale, affidata agli avvocati, diretta ad anticipare l’acquisizione del materiale probatorio alla fase della negoziazione assistita», attraverso, anche, l’implementazione del processo civile telematico. Proposte, in linea di principio, condivisibili. Ma di fatto si tratta dell’ennesima riforma a costo zero, che poco, secondo De Notaristefani, inciderebbe sulla soluzione del problema. «La Giustizia civile è sicuramente di grande importanza per l’economia e per la vita dei cittadini – spiega -, però purtroppo di fatto finisce con l’essere relegata in un cono d’ombra, avendo poco impatto mediatico. Il fatto che possa ottenersi una rivoluzione, dal punto di vista dell’efficienza, attraverso interventi sul rito è secondo me assolutamente irrealistico. Il problema della Giustizia civile è, in primo luogo, un problema di mezzi e poi un problema di organizzazione». Alcuni interventi sul rito sono indispensabili, aggiunge, ma serve anche un intervento strutturale: occorrono mezzi, risorse, assunzione e formazione del personale.

La legge delega nasce dal confronto tra Bonafede, avvocati e magistrati, ma nonostante i notevoli passi avanti i risultati sono «insoddisfacenti». La proposta, infatti, ha introdotto maggiori formalismi, senza efficientare il processo. Anzi, peggiorandolo. «Se dovessi scegliere – aggiunge De Notaristefani – allora direi: lasciamo tutto com’è». Alcuni miglioramenti ci sono, come la soppressione del filtro in appello, ma i formalismi sono aumentati. «Uno dei veri problemi del processo civile è che troppe cause finiscono per concentrarsi sulle regole processuali – aggiunge -. Se un giudice deve affrontare dieci questioni di carattere formale prima di passare a decidere chi ha ragione e chi ha torto i tempi si dilatano. È uno spreco di risorse, in una situazione in cui la risorsa giustizia scarseggia». Bisogna eliminare i formalismi inutili e le «barbarie» che rendono la Giustizia iniqua, «anche se ciò non dipende da Bonafede». Il processo civile prevede, di fatto, una selezione per censo, che consente solo a chi ha le possibilità economiche di fare appello, con il raddoppio, in caso di sconfitta in primo grado, del contributo unificato. «L’appello diventa così un privilegio per ricchi», conclude De Notaristefani. Insomma, la Giustizia deve cambiare. Ma per farlo servono le risorse. «Spero che le somme messe a disposizione dall’Ue – conclude – vengano impiegate anche per questo».

 

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