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La pazza idea dei dem: Conte al Campidoglio, Gualtieri a Palazzo Chigi

Ecco il piano B di Franceschini per consolidare l'alleanza Pd-M5S: spostare il premier da Palazzo Chigi al Campidoglio
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La chiave per rendere definitivamente strutturale l’alleanza Pd- Movimento 5 Stelle potrebbe essere, ancora una volta, Giuseppe Conte. In una chiave del tutto inedita, però. Lo scenario è sempre Roma, ma l’avvocato del popolo dovrebbe spostarsi un poco più in su rispetto a via del Corso, traslocando da Palazzo Chigi al Campidoglio.

L’idea che il premier del 2020 diventi sindaco della Capitale alle elezioni del 2021 è suonata a molti come fantapolitica, ma la suggestione è già rimbalzata da tutti gli angoli della maggioranza di governo e nessuno ha storto la bocca. In particolare, gran tessitore della complicata tela sarebbe il capo- delegazione dem, Dario Franceschini. L’obiettivo è quello di lavorare già da ora a un piano B per evitare le urne e il ministro della Cultura, silente in questa fase di pandemia ma molto attento a misurare il grado di sismicità del governo, si sarebbe convinto che l’unico modo per ridare linfa all’Esecutivo sia cambiare il suo frontman. L’idea circola in ambienti Pd, ma anche tra i grillini romani l’ipotesi è arrivata e sta attecchendo. Visti i venti freddi della crisi in arrivo servirebbe un premier più solido – si ragiona -, uno che abbia sì una connotazione tecnica ma anche i piedi ben solidi in Parlamento, oltre che una voce convincente a Bruxelles. L’identikit somiglia molto a quello dell’attuale ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ma per fare spazio a Palazzo Chigi serve il perfetto incastro di una serie di tasselli.

In particolare, una collocazione per l’ingombrante figura di Conte. Il diretto interessato starebbe accarezzando l’idea di trasferirsi su un colle romano, concluso il mandato, ma la sua preferenza sarebbe per il Quirinale e non certo il Campidoglio. La presidenza della Repubblica, però, è una partita ancora intoccabile e il problema di Conte non è tanto l’attuale popolarità personale ( il premier è molto alto negli indici di gradimento e fiducia individuali) ma il fatto d’avere piedi d’argilla in Parlamento. Il presidente del Consiglio non è considerato per nulla organico dai parlamentari grillini e in particolare con l’ancora potente Luigi Di Maio i rapporti sono ai minimi storici. Con Italia Viva la tensione cresce a giorni alterni, complice anche una mai scattata alchimia con il leader Matteo Renzi. Sul fronte dei dem, invece, la sinergia è buona ma la lealtà fin qui dimostrata è frutto più di una attitudine governista nei ranghi del partito che di una reale affezione a Giuseppe Conte. Di fatto, il premier si regge a Palazzo Chigi sul suo grado di popolarità e sulla paura degli alleati che, muovendo una carta, il castello cada. La crisi economica, però, potrebbe portare a una accelerazione di tutti gli scenari e dunque richiedere iniziative drastiche. Non a caso, l’eminenza grigia dem Goffredo Bettini ha pubblicamente dichiarato ai microfoni di La7: «Conte? Ha svolto un ruolo positivo ma oggi non basta più, ci vuole una strategia di ripresa». Roma, dunque. L’avvocato rappresenterebbe la sintesi perfetta per ottenere ben due risultati. Il primo, rinsaldare l’alleanza strutturale tra Pd e 5 Stelle di cui Franceschini è il primo teorico. Il suo nome poterebbe alla naturale convergenza dei due partiti su un nome che già è stato il punto di mediazione tra gli schieramenti. Sul fronte grillino, la potente consigliera regionale grillina Roberta Lombardi – da sempre sponsor di un rapporto dialogante col Pd e contraria a una candidatura bis dell’odiata Virginia Raggi – potrebbe dare il suo placet. Sul fronte Pd, invece, si risolverebbe più di qualche problema, considerando che a meno di un anno dal voto non c’è ancora un nome candidabile che spicchi sugli altri. Il secondo, riprendersi la Capitale. Conte conosce bene la città e i suoi ambienti e la sua grande popolarità potrebbe bastare ad impedire che Roma torni a destra, incoronando il candidato di Fratelli d’Italia scelto da Giorgia Meloni (che ha rinunciato all’idea di correre in prima persona col rischio di uscire sconfitta, per non far sfumare il suo profilo di leader nazionale).

Il piano è complicato e la sua riuscita è incerta, ma intanto la suggestione gira. Gli unici a non apprezzarla sono i reduci di Articolo 1, che per Conte avrebbero in mente un progetto del tutto autonomo. Tra i bersaniani, infatti, si sta facendo largo l’ipotesi di rottamare Articolo 1 per costruire un nuovo contenitore a misura di Roberto Speranza e Giuseppe Conte, capitalizzando al massimo la sinergia nata tra il premier e il ministro della Salute durante l’emergenza. La variabile, anche in questo caso, è la tenuta del governo, ma in senso opposto all’ipotesi franceschiniana. L’idea del ticket “del buon governo”, infatti, dovrebbe essere messa in atto in ipotesi di ritorno alle urne: Conte avrebbe bisogno di una casa e gli scissionisti del Pd di un frontman.

Il nome di Conte, dunque, rimane il più pronunciato in maggioranza: lui per ora rimane silenzioso e tranquillo a Palazzo Chigi, ma con un gran fischiare di orecchie.

 

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