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Contrada, Falcone lo elogiava e chi oggi lo scredita nel ’92 lo lodava

Contrada
Nel 1982 Falcone scrisse un encomio alla questura di palermo, con particolare riferimento Contrada, per la collaborazione nella lotta alla mafia
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«Chiesi a Giovanni Falcone chi fossero le “menti intelligentissime e raffinatissime” che avevano guidato la mafia e a cui lui aveva fatto riferimento dopo il fallito attentato dell’Addaura. E lui me lo fece. Il nome era quello del dottor Bruno Contrada». Questa è stata la famosa rivelazione del giornalista Saverio Lodato, intervenuto su La7 nello speciale di “Atlantide”, condotto da Andrea Purgatori, dedicato alla memoria del giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992.Molti si sono chiesti del perché, dopo trentun anni dal fatto, Lodato ha ricordato che Falcone gli avrebbe riferito un sospetto, facendogli il nome di Bruno Contrada come mente dietro al fallito attentato dell’Addaura.

Il lavoro di Contrada per il processo Spatola

Ma a questa domanda Il Dubbio, in esclusiva, ne aggiunge un’altra. C’è un libro dal titolo “Falcone vive”, pubblicato a giugno del 1992, quindi dopo la strage di Capaci, scritto da Luciano Galluzzo, Francesco La Licata e dallo stesso Saverio Lodato. Nel libro non si fa alcun cenno a questa confidenza. Anzi, tutt’altro. A pagina 51 gli autori scrivono che l’azione giudiziaria di Giovanni Falcone, che portò a una sentenza dura del famoso processo Spatola, raccoglieva i risultati del lavoro al quale hanno partecipato gli uomini che poi si sarebbero rivelati fra i principali investigatori del fenomeno mafioso. Tra di loro – si legge nel libro a firma anche di Saverio Lodato– c’è «Bruno Contrada, il più esperto poliziotto palermitano, che ebbe ruolo fondamentale nella ricerca fruttuosa del perverso bandolo del grande affaire del finto sequestro Sindona. Anni di lavoro sotterraneo». Un riconoscimento da parte degli autori, tra i quali Lodato stesso, al lavoro svolto da Contrada non solo per il processo Spatola, ma anche per la vicenda del famoso finanziere Michele Sindona che poi morirà in carcere avvelenato con un caffè al cianuro.

D’altronde Bruno Contrada, alla fine degli anni 70 stava indagando da tempo sulla mafia siculo-americana e sulle famiglie Gambino, Spatola e Inzerillo. Indagando anche sul coinvolgimento di Michele Sindona con la mafia. A pagina 43 del libro “Falcone vive” viene riportato anche un virgolettato giudice stesso nel quale parlava proprio del processo Spatola. «La mafia – si legge -, vista attraverso il processo Spatola, mi apparve come un mondo enorme, smisurato, inesplorato. Il processo trasse impulso da un rapporto che era il risultante di tre filoni investigativi: le indagini di Bruno Contrada, segreteria dell’alto commissariato, di Ferdinando Imposimato e di Giuliano Turone». In sostanza Giovanni Falcone affianca il lavoro dell’allora poliziotto Contrada a quello dei suoi due colleghi magistrati.

“Falcone vive”, il libro scritto nel ’92

E tutto questo viene riportato nel libro scritto da Galluzzo, La Licata e Lodato. Quindi inevitabilmente c’è da porsi una domanda. Come mai nel libro non solo non traspare la confidenza che Falcone avrebbe fatto a uno degli autori, Saverio Lodato, ma addirittura un vero e proprio elogio a Contrada da parte da quest’ultimo? Ribadiamo che il libro “Falcone Vive” è uscito a giugno del 1992, subito dopo la strage di via Capaci proprio per ricordare il grandissimo sacrificio svolto dal giudice di Palermo contro la mafia.A tutto ciò va aggiunto un altro documento che rafforza ulteriormente la stima che Giovanni Falcone avrebbe avuto nei confronti di Bruno Contrada. Una stima dovuta al suo lavoro contro la mafia. Si tratta di un encomio del 1982 rivolto alla questura di Palermo. «Mi è gradito esternarle i miei più vivi ringraziamenti per la intelligente e fattiva collaborazione della squadra mobile e della Criminalpol di Palermo delle indagini istruttorie relative al procedimento penale contro Spatola Rosario ed altri, imputati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e di altri gravi delitti».

L’encomio del giudice all’ex 007

Poi Falcone sottolinea: «Mi consenta di segnalare, in particolare, il dottor Bruno Contrada, dirigente dalla Criminalpol Sicilia, il dottor Ignazio D’Antone, dirigente della squadra mobile di Palermo, il vicequestore dottor Vittorio Vasquez, il commissario capo dottor Guglielmo Incalza ed il maresciallo Santi Donato, i quali, pur in mancanza di strutture adeguate rispetto alla gravità ed alle dimensioni del fenomeno mafioso, hanno portato allo scrivente continua e ed incisiva assistenza, rivelando, altresì, nel compimento delle indagini delegate, ottime doti di capacità professionale».Sappiamo che Bruno Contrada verrà condannato – secondo la Cedu ingiustamente e infatti la Cassazione ha revocato la condanna – per il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso commesso tra il 1979 e il 1988. Periodo nel quale Falcone gli aveva riconosciuto di aver svolto un ottimo lavoro contro la mafia. Possibile che il giudice stritolato a Capaci non si fosse accorto del suo presunto coinvolgimento con la mafia? A noi piace onorare la memoria del giudice e la sua indiscussa genialità. Se avesse avuto un minimo sentore di qualche collusione, Giovanni Falcone avrebbe evitato quell’encomio e soprattutto non lo avrebbe ribadito come riportato nel virgolettato del libro di Galluzzo, La Licata e Lodato.

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