Commenti 29 May 2020 19:00 CEST

Caro Brunetta, il debito estero va fatto con prudenza e solo a scopi produttivi

L’ingegneria finanziaria da sola non basta, va finalizzata alla crescita e alla credibilità della finanza pubblica

Caro Renato, il dissenso è il sale con cui si sviluppano le idee. Perciò ti ringrazio dell’articolo in cui lo esprimi, verso il mio di ieri. Nello scritto con cui polemizziamichevolmente, date le molte battaglie fatte insieme- io dico che Il Recovery Fund è un grande passo avanti, se vara una politica fiscale europea di finanziamenti a fondo perso; e che ciò- comunque- non basta a risolvere i nostri problemi.

Aggiungevo che il fatto che i prestiti europei costino meno dei prestiti “patriottici” riservati agli italiani, non implica che all’Italia convenga ricorrervi perché essi, come tutti i prestiti esteri rappresentano un aggravio per la bilancia dei pagamenti di chi li riceve. Scrivevo altresì che il risparmiatore italiano ha sottoscritto il prestito “patriottico” non ( solo) per patriottismo, ma perché, quando il rischio non è calcolabile e ci si trova, perciò, in una situazione di incertezza, si sceglie la strategia “stare sicuri”. Sino ad ora, il nostro risparmiatore, per stare sicuro ha investito in paesi trasparenti dell’euro come Germania o Francia e opachi, come Lussemburgo e in paesi non euro come la Svizzera o in veri e propri paradisi fiscali. Ho aggiunto che c’è un altro modello di prestito nazionale a italiani, molto migliore di quello ora adottato: quello assistito da collaterali di beni degli operatori pubblici e di imprese ed enti pubblici che i sottoscrittori possono acquisire, convertendo in essi il 20- 25% del debito comprato. Ho più volte proposto un programma di emissione di 400 miliardi di debito pubblico, il 22% del PIL del 2019, assistiti da 100 miliardi di beni pubblici, il 25%. Tu concordi che il prestito patriottico ha avuto successo per ragioni economiche, non ideali e neghi che si tratti di titoli patriottici. Ma il patriottismo, qui, non è soggettivo, è oggettivo, serve per impedire che l’Italia sia messa in ginocchio dall’Unione europea o dalla finanza internazionale e debba svender imprese e banche a paesi dell’euro o, come dice il Financial Times, alla Cina, con cui l’Italia ha firmato il tratto della Via della Seta. Tu nella replica dici che sei completamente d’accordo con me per l’emissione di debito pubblico riservato al risparmio italiano, garantito da collaterali e mi ricordi, al riguardo, l’articolo su “Il Sole 24 Ore”, nel 2012, che abbiam firmato insieme a Guido Crosetto, Paolo Romani e Luigi Casero. Ma osservi che ne “Il Sole 24 Ore”, dopo aver affermato che la strategia non deve esser solo ingegneria finanziaria, va finalizzata alla crescita e alla credibilità alla nostra finanza pubblica, dicevamo che “diventare europei nel debito significa diventare europei a 360 gradi, metter fine a un non più sopportabile complesso consociativo“.

E’ vero, ma io non dico che non si debba fare debito estero, dico che ci vuole cautela e che il debito con istituti europei lo dobbiamo fare solo per scopi produttivi o, al più, per investimenti sociali, soprattutto regionali, come quelli delle Regioni e della Protezione civile per ‘ emergenza sanitaria, sulla base della loro contabilità.

 

 

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